Guccini l’ha detto chiaro e tondo: dopo questo disco basta con la musica, è finita qui. Non che negli ultimi anni le canzoni siano state fra i suoi massimi interessi, almeno all’apparenza: una raccolta di brani d’ogni tanto, senza incantare, e un pugno di concerti per far felice un pubblico devoto. Una scelta, quella del cantautore modenese che, nel mio piccolo, non può che fare piacere – troppa gente ha stiracchiato e stiracchia carriere senza più nulla da dire – ma che si accompagna a una domanda maligna: non è che fosse il caso di smetterla prima?
L’ascolto de ‘L’ultima Thule’ non dà una risposta chiara, nulla aggiungendo e nulla togliendo al giudizio complessivo sull’opera del suo autore. Certo, dire che le novità latitano è stare parecchio sotto le righe: riuniti i sodali di sempre (Biondini, Tempera, Tavolazzi, Marangolo, Manuzzi) nel mulino di famiglia a Pavana, il Maestrone ripercorre una serie di temi e suoni a lui cari quasi a voler riassumere la sua intera vita in musica. Ci sono i lunghi brani discorsivi e la notte (tanto per non sbagliarsi, si inizia con una ‘Canzone di notte n. 4’ che dura otto minuti), la capacità di raccontare per immagini e la beffarda ironia – quest’ultima confinata nella sola ‘Il testamento di un pagliaccio’ – ma, soprattutto, c’è la capacità di ridisegnare il passato attraverso una nostalgica malinconia che, al suo meglio, ha ancora la capacità di incantare: è il caso de ‘L’ultima volta’, vertice assoluto del disco con il suo accompagnamento di armonica e la sua brillante capacità di creare le immagini con cui si sviluppa la narrazione.
All’altro estremo qualitativo, sta ‘Notti’, di cui Guccini firma solo parzialmente i testi e che è poco più di un riempitivo: il resto sta nel mezzo, con valutazioni fluttuanti magari legate ai gusti personali e, comunque, una serie di rimandi all’opera passata che è inevitabile fare (anche se non ho intenzione di mettermi a elencare che qui c’è ‘La canzone delle osterie di fuori porta’, là ‘Il frate’ o ‘Il pensionato’, lì ancora ‘Asia’). In arrangiamenti che non si discostano dal canone, sorprende con piacere la ghironda utilizzata in ‘Su una collina’ – che è la traduzione dal dialetto di una storia partigiana musicata da Biondini che però non raggiunge l’intensità dell’affine per argomento ‘Eurialo e Niso’ dei Gang – e, soprattutto, nel brano intitolato come il disco che, posto in chiusura, saluta tutti con un incedere vagamente epico che richiama la bella immagine di copertina raffigurante un veliero tra i ghiacci.
E’ questo il secondo brano migliore del disco, da preferire a ‘Gli artisti’, che parte da un bello spunto ma non pare del tutto riuscita, e alla goliardia, invero qua e là un po’ scontata, de ‘Il testamento di un pagliaccio’ mentre ‘Quel giorno d’aprile’, cofirmata con Beppe Dati, sfoggia in testo nella forma un po’ diverso, pur gettando il consueto sguardo affettuoso sul passato. Tutto concorre a fare di questo lavoro un ben riconoscibile disco gucciniano, assai dignitoso ma non trascendentale: sarà ignorato da chi non è un vecchio tifoso ma quest’ultimo, comunque, continuerà a preferirgli, e a ragione, le canzoni del periodo ‘classico’.
La cosa migliore è la sequenza dei titoli, posta in conclusione, costruita con immagini provenienti da tutti e tre gli episodi della serie e montate a ritmo adrenalinico secondo uno stile da telefilm anni Settanta, il tutto accompagnato dalla roboante colonna sonora di Brian Tyler.
Con un nuovo regista e sceneggiatore mentre il vecchio, Jon Favreau, si è tenuto il piccolo ruolo di Happy Hogan, il terzo capitolo dedicato a Iron Man (ma io sono all’esordio, per me ‘Iron man’ è la canzone dei Black Sabbath) è stato pensato e costruito come un blockbuster e il suo mestiere lo fa bene, seppur non andando troppo per il sottile: due ore filate in cui è l’azione a fare la parte del leone, con solo qualche momento qua e là per riuscire a tirare il fiato. Si confermano le tendenze dei film di supereroi degli ultimi tempi: il protagonista tende ormai alla mezza età e comincia a essere stanco (anche perché soffre di attacchi di panico lascito della lotta contro gli alieni di ‘The avengers’) ma finisce per trovarsi a lottare basandosi più che altro sulle proprie forze e la propria intelligenza perché gli aggeggi di cui si circonda fanno cilecca più del dovuto. Continue reading Iron Man 3
D’ogni tanto, di dischi come questo ce n’è (ne ho) bisogno. Dischi che esprimano calore, sudore e passione puntando dritti allo stomaco e regalando ravvivanti scariche di adrenalina. C’è un altro lato della medaglia, ovvio: l’ascoltatore sa esattamente cosa aspettarsi dietro ogni angolo, ma forse è lì proprio per quello.
Se possibile, le opposte considerazioni si accentuano quando si tratta di un lavoro d’esordio come quello di questo quartetto di Athens, nel nord dell’Alabama (dunque non in Georgia): è il caso di rallegrarsi perché tra le giovani generazioni c’è comunque qualcuno che si incarica di tener alto il vessillo o arricciare il naso davanti a una non spiccata personalità che spinge a rispolverare ‘Cheap thrills’?
Il secondo album di Big Brother and the Holding Company non è citato a caso: ‘You ain’t alone’ è uno degli episodi più incisivi di ‘Boys & girls’, un perfetto distillato di southern rock e soul in cui Brittany Howard se la gioca per intensità con la Janis che fu.
Peccato che il resto del programma non sia all’altezza, e non certo per colpa dell’aggressiva cantante, la cui vocalità calda e travolgente è comunque l’asso vincente del gruppo: al contrario, le sonorità sono a volte un po’ troppo arrotondate, difetto che appare evidente in ‘I found you’, ma che toglie qualche potenzialità a ‘Hold on’ e ‘Hang loose’ – brano, quest’ultimo, con ascendenze stonesiane che i vecchiacci avrebbero saputo ben altrimenti sporcare. Si tratta dei primi tre pezzi e la paura di trovarsi davanti a degli altri ‘Kings of leon’ (seppure con una voce infinitamente superiore) si allontana solo con l’aumentare della temperatura iniziato con ‘Rise to the sun’ e completato con la sullodata ‘You ain’t alone’.
La seonda parte di disco alterna con sapienza pieni e vuoti e Howard, olte a continuare a essere efficace nei momenti più tirati, sa risultare vincente anche quando i ritmi rallentano: non tanto nella breve, acustica ‘Goin’ to the party’ (altro inchino jopliniano) quanto in belle ballate come ‘Heartbreaker’. Il resto del gruppo, guidato dalla chitarra di Zac Cockrell, la asseconda mischiando in dosi corrette rock, soul, rhythm ‘n’ blues e il risultato è quella bella sensazione di cui scrivevo all’inizio.
Malgrado non manchino i difetti, è perciò il caso di vedere il bicchiere mezzo pieno anche perché pare che il disco non riesca a riprodurre la carica che il gruppo riesce a esprimere sul palco (considerazione che i filmati su youtube sembrano confermare): sta ai quattro, che suonano insieme da soli tre anni, la scelta tra il saper crescere mantenendo le promesse e l’adagiarsi nella riproposizione di fin troppo conosciuti clichè.
Reinventando la breve e sfortunata vita dell’ultima donna bruciata per stregoneria a Novara, Vassalli ricostruisce un accurato ritratto della società che, agli inizi del Seicento, abitava una piccola città di provincia e il suo contado. Sono numerosissime le figure delineate nel romanzo, tanto che, a volte, si ha l’impressione che l’autore si disinteressi della storia principale: basta un accenno e via, ecco alcune pagine – o un intero capitolo – dedicato a questo o a quell’altro aspetto di un mondo che a noi appare immobile ma che non lo fu per chi lo visse.
Il tono complessivo è annunciato dalle prime pagine, in cui si illustrano le traversie della città di Novara che a un certo punto, a seguito di rivolgimenti militar-politici, finisce per essere abitata solo da soldati, preti e puttane: Vassalli usa sovente una sottile ironia per alleggerire la scrittura prendendo bonariamente in giro i personaggi – l’episodio dei lanzichenecchi è degno della migliore commedia all’italiana – ma non mancano passaggi di indignazione repressa a fatica quando si tratta di descrivere la dura vita dei risaroli (veri e propri schiavi stagionali) o lo squallore che precede, accompagna e segue il processo ad Antonia. Continue reading Sebastiano Vassalli: “La chimera”
Festa del calcio a Bagnolo in Piano, dove la Lupa Piacenza suggella con una trasferta vittoriosa la promozione diretta in Serie D. La squadra di Viali, davanti ad oltre duecento tifosi biancorossi, conclude nel migliore dei modi la sua cavalcata trionfale in testa al girone. Il successo contro la Folgore Bagno, maturato tutto in un primo tempo che ha saputo deliziare i numerosi tifosi sugli spalti, è la ciliegina sulla torta di una stagione condotta dal team piacentino come una vera e propria corazzata del campionato; stagione che la società spera possa essere una tappa decisiva nella risalita nel calcio che conta. Continue reading La Lupa non si sente ancora sazia (www.liberta.it)
L’avranno già scritto in tanti (almeno Pitchfork l’ha fatto) ma chi se ne frega: dopo tre dei monumentali tredici minuti abbondanti che aprono il disco ho pensato che poche volte un gruppo si è dato un nome tanto aderente alla musica che suona. Che è proprio quella roba lì, un fumigante pentolone in cui ribollono hard, rock, blues, psichedelica, nonché ruggini metalliche di varia provenienza, per produrre una ritmica cupa e incessante sulla quale le chitarre si intrecciano lanciandosi di tanto in tanto in lunghi assoli. For fans only? Beh, forse sì, ma anche gli altri potrebbero farsi un giro sulle montagne russe di questi otto pezzi – definirli ‘canzoni’ parrebbe esagerato – che vanno dritti allo stomaco sapendo creare buone sensazioni.
Il quinto album in quindici anni di attività del quartetto di Brooklyn (i cui componenti non vivono di musica) è, a detta di chi ha ascoltato anche i predecessori, il loro migliore: ascoltato a un volume consono, rischia di far volentieri saltare in piedi sul divano a mimare il mirabile lavoro sulle sei corde di Jesper Elkow, impegnato ad alternare riff micidiali a passaggi più elaborati. Continue reading Endless Boogie: “Long Island”
Ai nastri di partenza della prossima serie D ci sarà il Piacenza Calcio 1919. Questo, quanto sancito dal 41,54% di coloro che hanno preso parte al sondaggio lanciato da Libertà e da Liberta. it in collaborazione con la società biancorossa, che potremo presto definire “ex Lupa Piacenza”. Tutto come da copione dunque, visto che da giorni la scelta del tifo è sembrata indirizzata proprio verso l’opzione risultata vincente. Il 31,12% ha puntato su Piacenza Calcio, mentre il 27,4 ha indicato Piacenza Football Club.
“Rappresentava la mia opzione favorita – dice Marco Gatti al termine della partita del Garilli – e sono felice che siano stati i tifosi ad essere i protagonisti di un’iniziativa di grande valore per il nostro futuro». Continue reading Nasce il “Piacenza Calcio 1919″ (www.liberta.it)
I biancorossi chiudono la serie casalinga con una sconfitta. Il “colpo di scena” ieri pomeriggio allo stadio Garilli è firmato dal giocatore ospite Perugino che, nel finale, inventa il pallonetto dal limite che scavalca l’esordiente Govoni e regala il successo ai termali. Il primo vantaggio ospite porta la firma di Graziano, abile nel trasformare un calcio di punizione: anche in questo caso, Govoni non è impeccabile. Cortesi griffa il momentaneo pareggio con un sinistro in corsa dal dischetto. Numerose le occasioni sciupate nel corso del match dai piacentini. Continue reading Ai biancorossi riesce solo la prima rimonta. E’ sconfitta al Garilli (www.liberta.it)
E’ forse scontato scrivere che queste pagine si trovano agli antipodi rispetto a Ian Fleming, ma è anche inevitabile specie a poche settimane di distanza dalla visione dell’ultimo film dedicato a James Bond (l’ottimo ‘Skyfall’).
Le spie di Le Carré sono piccoli burocrati dall’anima morta e dallo sguardo limitato, abituati a muovere (e a sacrificare) pedine in un’eterna partita a scacchi con, come posta in gioco, guadagni davvero effimeri, per i quali parrebbe non valere la pena la fatica di escogitare piani tortuosamente raffinati. E non c’è differenza tra noi (gli inglesi) e loro (i tedeschi orientali): i soggetti sono simili, i metodi gli stessi e se qualcun di esterno si avvicina all’ingranaggio rischia di esserne stritolato. Uno sguardo profondamente disincantato che, però, non è il solo pregio di quello che è stato l’esordio di le Carrè, all’epoca (inizio degli anni Sessanta) poco più che trentenne: la narrazione procede implacabile, accompagnando il lettore nei doppi fondi di una storia complessa ma non particolarmente contorta anche se, come di prammatica, l’apparenza inganna su più livelli. Continue reading John Le Carré: “La spia che venne dal freddo”
La prima bandiera è piantata: la Lupa Piacenza conquista la serie D con due giornate di anticipo sul finale del campionato delle stranezze. Basti dire che la vittoria che vale la promozione arriva in trasferta…. al Garilli. La scalata “all’ottomila” rappresentato dal ritorno al professionismo, ha dunque preso avvio, rispettando i tempi previsti dai padri-padroni della società biancorossa. Tre-anni-tre per arrivare alla Lega Pro: questo il dolce ritornello enunciato più volte dai fratelli Gatti. Sono undici invece, i mesi che i tifosi devono attendere per scordare definitivamente le provocazioni pratesi di Layeni e soci, e dare libero sfogo alla prima gioia dell’era post-Garilli.
Una gioia vera e tangibile, ma contenuta e consapevole: quella di chi sa che è solo tempo di una sosta ristoratrice, uno sguardo veloce verso quel fondo raschiato a più non posso, ma ora già abbandonato. Continue reading E’ il giorno piu’ bello (www.liberta.it)
Io sono uno che li ha visti, gli Ottavo Padiglione: in compagnia di un pugno di spettatori, lo stesso numero che, pressappoco nello stesso periodo – la prima metà degli anni Novanta – assistettero con me a un concerto dei primi La Crus. I vent’anni passati hanno però sbiadito il ricordo in modo irrimediabile e, quindi, eccomi a costruire ex-novo il rapporto con quello che del gruppo fu cantante, chitarrista e motore, Bobo Rondelli.
Il quale, ormai alla soglia dei cinquant’anni, si conferma cantautore di grande spessore, dotato di una bella voce calda che gli consente di spaziare dall’appassionata canzone (o elegia) d’amore all’invettiva condita di umorismo acre. Questo e la sua origine livornese fanno nascere gli inevitabili paragoni con Piero Ciampi, ma la lezione degli altri maestri della canzone d’autore italiana è comunque presente in una cifra stilistica che risulta in ogni caso personale.
Tutte constatazioni che si possono senza dubbio ripetere per questo quarto disco a suo nome, un lavoro che non ha la capacità di colpire in modo diretto, ma si insinua implacabile e, al terzo o quarto ascolto, ha ormai conquistato l’ascoltatore che, a sorpresa, si ritrova nell’orecchio l’amara ‘Per amarti’ che apre il disco o gli accenti romantici di ‘Tu mi fai cantare’. Continue reading Bobo Rondelli: “L’ora dell’ormai”
Qualcuno dice che l’attesa di ciò che si desidera a tutti i costi, rappresenta la parte migliore della conquista. Non raccontiamolo però a chi, come la Lupa Piacenza e i suoi tifosi, attendono con bramosia atavica la promozione in serie D. La voglia di festeggiare è enorme: sono trascorsi troppi anni dall’ultima gioia vera, delusioni e clamorosi tonfi che il tifo in biancorosso non vede l’ora di gettarsi alle spalle. Ad un certo punto parte il coro “Torneremo, torneremo in serie A”: quasi un tocco al cuore, a ripensare a quando quelle parole stavano a significare una speranza immediata. Continue reading Lupa, festa a metà (www.liberta.it)
Sono i “franchi tiratori” Pedrazzoli e Bellesia a bruciare la candidatura della Lupa Piacenza ad un successo da record.
Sfuma la vittoria aritmetica quando al traguardo mancano ancora chilometri e chilometri e che, visto l’epilogo del Cementirossi, dovranno essere percorsi ancora a tutta velocità.
La formazione di Viali interrompe la serie infinita di ventiquattro risultati utili consecutivi dopo aver fallito in toto l’approccio alla gara, fidandosi questa volta in maniera eccessiva delle proprie capacità di recupero da situazioni disperate e, soprattutto, sottovalutando un avversario tosto come il Rolo. Continue reading Lupa, festa rinviata (www.liberta.it)
Ci dev’essere qualcosa che non va tra me e il cosiddetto nuovo rhythm ‘n’ blues, o nuovo soul che dir si voglia. Malgrado la mia devozione per quello degli anni ruggenti, i Sessanta e i Settanta, mi lasciano freddo gli emuli odierni di cotanti musicisti: sarà che l’irruenza è lasciata da parte in favore di un suono ovattato e d’atmosfera – molto più Philly che Stax, insomma – ma sono stati davvero pochi i dischi che mi hanno convinto sul serio (Cody ChesnuTT, ‘Voodoo’ di D’Angelo, il debutto di John Legend e non molto altro). Così non torno spesso al genere e solo quando il plauso unanime mi convice che è il caso di riprovarci, come con questo primo album solista di Frank Ocean, ovvero Christopher Breaux, ventcinquenne californiano prima attivo sulla scena hip-hop. Continue reading Frank Ocean: “Channel Orange”
Fortuna che si torna all’antico, proprio quando serve. Il gol di svantaggio dopo 5 minuti, non può essere accolto con gioia, ovvio; quantomeno, quando Bolsi indica il dischetto dopo il fallo di mano di Volpe in piena area, qualcuno lo pensa: «Oggi ci divertiamo». Sì, perché vedere la Lupa Piacenza andar sotto, dopo la trasformazione di Amedei, di fronte ad un fanalino di coda che più ultimo non si potrebbe, fa specie. Dopo mesi trascorsi a criticare, si fa per dire, la squadra di Viali in grado di scaricare sul terreno tutti i cavalli del proprio motore, solo se punta nel vivo, quale occasione migliore quando a pungere è una formazione in grado di raggranellare 4 punti nelle ultime undici gare? Continue reading Lupa, rimonta col minimo sforzo (www.liberta.it)
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