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Andrea Camilleri: “Un covo di vipere”

Guarda 'Un covo di vipere' su aNobii Prima di dare un giudizio, è necessario stabilire cosa si è cercato in questo libro. Se si voleva incontrare ancora una volta Montalbano e il piccolo mondo che gli gira intorno, tutto va per il meglio, tra gli immancabili caratteristi del commissariato – gli strafalcioni di Catarella, l’anagrafe di Fazio, l’esperienza in materia di gentil sesso di Augiello – e le non indispensabili donne di contorno (quanto ad antipatia, non si sa chi scegliere tra Livia e Adelina). Se il desiderio era, invece, quello di un buon giallo, allora non ci siamo proprio.
Ci vogliono sì e no trenta pagine per intuire chi è l’assassino, tanto che non si capisce come il commissario ce ne impieghi altre duecento e più per arrivare al medesimo risultato avendo pure bisogno di rivelazioni esterne e, soprattutto, di un improbabile deus ex machina. Magari sarà l’età che avanza e di cui, ogni tanto, il nostro si lamenta, o forse può darsi che le abbondanti mangiate che si fa a paranzo e a cena (ben innaffiate, tra l’altro) finiscano per rallentargli l’acume poliziottesco. Continue reading Andrea Camilleri: “Un covo di vipere”

Little Annie & Baby Dee: “State of grace”

(Tin angel, 2012)

Si prendano le atmosfere del Tom Waits circa ‘Rain dogs’ e le si affidino a un contralto ora profondo ora (e più spesso) stropicciato che, a volte, riesce a essere più spiazzante del rugginoso vocione dell’artista californiano. Il risultato è questo disco che è contrassegnato dalle corde vocali di ‘Little Annie’ Bandez, già conosciuta come Annie Anxiety, musicista del profondo underground su entrambe le sponde dell’Atlantico (Crass, Coil, ON-U Sound) e artista poliedrica tra recitazione, poesia e pittura; accanto a lei, la transgender Baby Dee mette a frutto le sue capacità di tra piano e organo Hammond – anche per lei una lunga carriera con millanta contatti il più possibile lontani dal mainstream – oltre a cofirmare il programma originale.
Sono due, invece, gli episodi estratti da canzonieri altrui e provengono entrambi dalla musica nera, ma se non sorprende la scelta di ‘Pilgrim Traveller’ della blueswoman ‘Sister’ Wynoma Carr, altrettanto non si può dire per ‘I never dreamed you’d leave in summer’ che è firmata da Stevie Wonder. Ambedue sono comunque abbondantemente rivedute in esecuzioni che eliminano tutti gli orpelli: se la seconda è una bella ballata pianistica (come, più avanti, la fin troppo aggraziata ‘Gown of tears’), la prima è una delle tracce che richiamano di più il succitato Waits grazie anche all’incedere d’organo e al sassofono starnazzante: le fanno compagnia l’iniziale ‘Angels gone before’ – tra piano che guida, spazzole, archi che si gonfiano e una linea d’elettrica (Eric Chenaux) a disturbare – e la ballata oscura ‘Love to break the fall’ che sussura accompagnata da un piano blues nell’anima. Continue reading Little Annie & Baby Dee: “State of grace”

Philip Josè Farmer: “Il grande disegno”

Guarda 'Il grande disegno' su aNobii Non bisognerebbe accostarsi a una serie partendo da metà o giù di lì, e qui si tratta del terzo volume del Ciclo del Fiume, ma in casa questo c’era (un vecchio Urania di vent’anni fa) e non avevo tempo e voglia di andarmi a cercare le puntate precedenti (che poi mi sono arrivate a tiro quando avevo già cominciato la lettura, ma questo è un altro discorso).
E’ anche vero, però, che ogni capitolo dovrebbe comunque saper camminare con le proprie gambe – se non altro con lo scopo di far avvicinare anche il lettore di passaggio – e così mi sono avviato fiducioso, anche perché Farmer è un narratore che sa coinvolgere e divertire: caratteristiche, queste ultime, che finiscono per acuire il senso di delusione che si prova una volta chiuso il libro. E’ certamente affascinante l’idea di un mondo percorso da un grande fiume lungo le cui sponde qualcuno ha resuscitato l’intera umanità mischiando provenienze geografiche ed epoche storiche, però non ci si può nascondere l’impressione che, giunto a questo punto, l’autore si sia di fatto ritrovato prigioniero in un universo dai difficili sbocchi, magari con il desiderio di volare nello spazio a immaginare nuovi mondi vicino a stelle lontane. Continue reading Philip Josè Farmer: “Il grande disegno”

Warpaint: “Warpaint”

(Rough Trade 2014)

Anche in mondi lontani dai grandi numeri dell’industria pop, è sempre bene prendere con le molle il battage pubblicitario. Più di tre anni dopo l’acclamato debutto ‘The fool’ – che non ho sentito – le Warpaint tornano per il disco della verità sfoggiando in cabina di regia gente del calibro di Nigel Godrich e Flood, ma il risultato è, senza discussioni, al disotto delle attese e pure di alcune recensioni elogiative lette qua e là.
Avvolto in una pigra nebbiolina psichedelica che rende indistinti i confini, il disco si destreggia tra echi di Radiohead circa ‘Ok computer’, strizzate d’occhio al rap e al trip-hop, una certa rilassatezza ambientale di aria francese: tutti elementi che servono a costruire un’ambientazione assai oscura ma hanno il difetto di sovrapporsi e togliere, invece di amalgamarsi e aggiungere, alla più tradizionale struttura rock del gruppo. Depurate dalle sovrastrutture, le capacità delle quattro ragazze vengono valorizzate da una distribuzione assai democratica dei ruoli: le (belle) voci di Emily Kokal e Theresa Wayman si alternano con efficacia e così pure le loro chitarre quando non vengono messe fuori gioco dall’elettronica, ma sia il basso di Jenny Lee Lindberg, sia la batteria della nuova arrivata Stella Mozgawa riescono a ritagliarsi il loro ruolo di primo piano. Continue reading Warpaint: “Warpaint”

Thomas Pynchon: “Mason & Dixon”

Guarda 'Mason & Dixon' su aNobii Per continuare a scroccare l’ospitalità dei parenti ed evitarsi così i rigori dell’inverno, il non certo specchiatissimo rev. Cherrycoke (l’onomastica dei personaggi è, come al solito, superlativa) racconta alla famiglia l’avventura dell’astronomo Mason e del topografo Dixon, inglesi incaricati di disegnare la linea che divide la Pennsylvania dal Maryland e che, più tardi, separerà Unione e Confederazione.
Se, però, dovessimo sottoporre Pynchon alla stessa prova affrontata dal reverendo, probabilmente qualche giretto fuori al freddo finirebbe per farlo: questo ponderoso librone di oltre settecento pagine, infatti, è sì pieno di spunti brillanti e divagazioni fantasiose, ma il risultato complessivo finisce per essere inferiore a quello di altre opere dello scrittore di Glen Cove. Ad esempio, sarà anche per colpa della circostanza che tutti quanti bevono in quantità imbarazzanti, ma sono davvero troppi i momenti in cui non si capisce bene dove ci si trovi o chi stia parlando – emblematico può essere il capitolo 23 – e, inoltre, c’è qualche spunto interessante che viene abbandonato troppo presto, come il Cane Sapiente (e parlante) d’Inghilterra che dopo poche pagine ci assicura che siamo entrati di nuovo nel mondo pynchoniano, a confronto di altri tirati un po’ per le lunghe e in merito si veda l’episodio di Sant’Elena.
Si tratta, in ogni caso, di imperfezioni che non spingono a rinunciare a fare il piccolo sforzo per seguire le avventure e le elucubrazioni della coppia protagonista, nonché dei millanta personaggi che li circondano. Siccome il libro è ambientato nel Settecento, lo scrittore utilizza l’inglese del tempo (o quello che potrebbe essere l’inglese del tempo, con il sovrappiù delle maiuscole per tantissimi sostantivi) e bisogna dare merito a Massimo Bocchiola di aver tradotto il tutto in stile con notevole efficacia: la musicalità della frase è spesso un valore in sé a prescindere da quel che racconta, come nel meraviglioso incipit, e la resa riesce a essere all’altezza. Continue reading Thomas Pynchon: “Mason & Dixon”

Alcest: “Shelter”

(Prophecy 2014)

A parte l’assonanza con il nome del personaggio de ‘Il misantropo’, il nome Alcest non mi diceva nulla e sono rimasto assai sorpreso quando la prima categoria uscita da una ricerca in rete è stata ‘metal’ perché, con la musica contenuta in questo quarto lavoro in lungo, il metallo parrebbe non entrarci per nulla. Comunque: Alcest è un progetto nato come solista nel 2000 da parte dell’artista francese Neige (al secolo Stéphane Paut) che, nel corso degli anni, ha avuto vari compagni di viaggio e, dal 2009, ha stabilizzato la formazione in duo con il batterista Winterthaler mentre il fondatore della ditta si occupa del resto (e cioè voce, chitarre e tastiere).
Come si sia arrivati dal black metal originale a ‘Shelter’ non lo so, ma questo disco è lontanissimo da qualsiasi idea di assalto sonoro: sarà stato anche a causa della registrazione in una terra di musicisti contemplativi come l’Islanda, ma il primo ascolto mi ha fatto pensare alla new age, altro che trucidume sonico. Continue reading Alcest: “Shelter”

Jersey boys

(Jersey boys, USA 2014)

Tratto da uno dei maggiori successi di Broadway nel decennio scorso, il nuovo film di Eastwood rappresenta la realizzazione del desiderio del regista di mettere la sua firma sotto a un musical, tanto da accettare di prendere il posto di Jon Favreau a progetto già avviato. Si tratta di un’ulteriore tappa nella esplorazione dei generi classici hollywoodiani e il risultato è una commedia musicale a tutto tondo (a testimoniarlo basterebbe la gioiosa scena collettiva sulla quale scorrono i titoli di coda) in cui i conflitti vengono smussati e anche il boss mafioso Gyp DeCarlo – nei cui panni gigioneggia divertito Cristopher Walken – è rappresentato soltanto come un bonario, per quanto rispettato, ‘facilitatore’.
La storia di Frankie Valli e dei futuri Four Seasons – Vivaldi chi? – inizia nel New Jersey con un vago sentore di ‘American Graffiti’ che pervade le peripezie di quattro ragazzi italoamericani alla ricerca del successo: in questa prima parte la scena è dominata dal chitarrista e piccolo intrallazzatore Tony Visconti (Vincent Piazza) che spesso e volentieri parla direttamente in macchina – come pure succede più avanti al bassista Nick Massi (Michael Lomenda), facendo nascere più di un sospetto che si tratti di un omaggio a ‘Quei bravi ragazzi’ – e dà l’avvio alla scalata organizzando le prime serate nei locali del circondario.
A questo punto l’attenzione si sposta sul personaggio di Valli (John Lloyd Young), narrando la crescita verso il vertice della parabola e la susseguente discesa, che inizia proprio in uno dei momenti di massimo successo (l’esibizione all’Ed Sullivan Show), ma non si trasforma in un crollo rovinoso, anzi il cantante riuscirà ancora a piazzare qualche buon colpo come solista, ‘Grease’ e ‘Can’t take my eyes off you’ su tutti.
Proprio la genesi di quest’ultimo brano si trova al centro di quella che, assieme alla panoramica a salire sul Brill Building e sui relativi generi musicali, è una delle scene più belle del film. In essa, Valli sta seduto da solo in un diner dopo la morte della figlia mentre fuori cade la neve e viene raggiunto da Bob Gaudio (il tastierista e compositore del gruppo, interpretato da Erich Bergen) che gli propone lo spartito con il quale trovare la forza di ripartire: un insieme di narrazione e inquadrature che dice molto della sensibilità di un regista che sa ben raccontare la malinconia. Continue reading Jersey boys

Georges Simenon: “I fantasmi del cappellaio”

Guarda 'I fantasmi del cappellaio' su aNobii La storia del cappellaio assassino seriale e del suo rapporto con il piccolo sarto armeno che ha il negozio proprio di fronte fu una vera fissazione per Simenon nei suoi primi mesi di residenza negli Stati Uniti: cominciò con un breve racconto, poi seguì un’opera un po’ più lunga, infine – nel 1948 – ecco giungere il romanzo. L’edizione Adelphi in mio possesso contiene il primo e il terzo, oltre al capitolo conclusivo del secondo (che, intitolato ‘Benedetti gli umili’, vinse il premio ‘Ellery Queen’), il che consente di seguire l’evoluzione del progetto: se il lavoro iniziale ha forse una maggiore compattezza narrativa, quello conclusivo ha dalla sua il colpo di genio del ribaltamento della prospettiva, che consente all’autore di scandagliare nel profondo una discesa verso la follia.
Il protagonista del romanzo è, infatti, il signor Labbè, titolare di una cappelleria ed esponente della buona borghesia in una città di provincia (La Rochelle): la lunga malattia della moglie ne ha fatto vacillare il già instabile equilibrio psichico spingendolo a dar sfogo alle sua misoginia in pulsioni omicide (non è uno spoiler, a Simenon non interessa raccontare chi è stato, ma perché l’ha fatto). La sua lucida follia – il personaggio pensa, scrive e dice mille volte di non essere pazzo – utilizza come punti d’appoggio la sfida lanciata alle autorità che indagano sull’omicidio di sei anziane, ma anche l’interazione a distanza con il sarto che vive dall’altra parte della strada e che passa dal sospetto alla certezza di come stanno le cose pur restando incerto sul da farsi: i soldi della taglia fanno gola, ma chi si fiderebbe di un povero immigrato?.
Quando il meccanismo si inceppa, anche perché il contrappeso dell’armeno viene a mancare a causa di una malattia, Labbè inizia a perdere il controllo della situazione, scendendo prima in modo graduale e poi sempre più velocemente nella pazzia fino all’inevitabile conclusione.
Un percorso psicologico descritto con cura e profondità che, da un punto di vista iniziale più allargato, stringe sempre di più l’attenzione sul cappellaio nello stesso tempo in cui quest’ultimo si chiude in se stesso cominciando a pensare che tutto il mondo congiuri contro di lui. Un’analisi di una personalità disturbata, assai frequente nel Simenon ‘americano’, che viene condotta soprattutto con la narrazione di azioni e stati d’animo, mentre le descrizioni sono ridotte al minimo: le parole scorrono in frasi perlopiù brevi e costruiscono un noir davvero buio pur senza la presenza di una qualsiasi arma da fuoco.
Tutto questo, però, non fa de ‘I fantasmi del cappellaio’ un libro perfetto: se la prima parte restituisce, con un ritmo opportunamente lento, l’opprimente atmosfera di provincia (un’altra delle specialità dello scrittore belga) in cui vive sotto il pelo dell’acuqa – e con ogni probabilità si aggrava – la patolagia del protagonista tra un negozio in decadenza e il rito serale della partita al caffè, la seconda metà subisce un’accelerazione non sempre giustificata, a partire dal modo affrettato e un po’ goffo con cui il povero sarto viene tolto dalla scena. Si tratta, comunque, di aspetti che non inficiano certo il piacere della lettura, perché Simenon sa come tener desta l’attenzione con storie che finiscono sempre per regalare un sottile malessere.

Sugarpie & the Candymen in concerto

13 giugno 2014 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Benchè la serata minacciasse sfracelli meteo dopo una settimana torrida, l’esibizione del gruppo piacentino (ma con membri di svariata provenienza) che riporta con gusto il rock e il pop degli ultimi decenni allo swing degli anni Trenta si è potuta tenere con tranquillità davanti a un pubblico abbastanza numeroso. Visto il rischio pioggia, i cinque non si sono sistemati sul solito palchetto, ma sotto la veranda riparata dalla parte del confinante Chalet: gli spazi ristretti e la vicinanza dei commensali non hanno impedito un’esibizione molto divertente e assai ben curata in cui i cinque non si sono certo risparmiati visto che hanno suonato per un centinaio di minuti.
Divertente un po’ per il genere in sè, un po’ perchè fa simpatia e colpisce una vasta fascia di pubblico il vedere riarrangiate pietre miliari o brani da classifica conosciuti dai più, con l’aggiunta di regalare brio a canzoni molto spesso assai seriose nelle interpretazioni dei loro creatori: basti vedere il brillante medley dedicato ai Led Zeppelin (assolo di batteria incluso) e confrontarlo con le spesso sofferte versioni di Plant e soci. Il trattamento viene riservato però a tutti quanti – dei Queen non poteva mancare ‘Bohemian Rapsody’, i Deep Purple vedono ripescata ‘Lazy’ che ben s’intona al genere mentre ‘Highway star’ va, curiosamente, verso Count Basie, i Nirvana sono presenti con ‘Come as you are’ – mentre sul lato della musica nera va segnalata perlomeno una brillante versione di quell’affascinante ruffianata intitolata ‘Kiss’ e firmata da Prince. Continue reading Sugarpie & the Candymen in concerto

Tal National: “Kaani”

(Fat Cat 2013)

Proveniente dalla parte (orientale) del loro Paese più vicina al Mali e con base nella capitale Niamey, Tal National è un gruppo di musicisti numeroso e cangiante che, dopo aver conquistato la scena del Niger con due dischi e un’incessante attività concertistica, prova a rendere internazionale la propria musica con questo terzo lavoro in lungo. Per farlo, si fa aiutare da un tecnico navigato come Jamie Carter fatto arrivare da Chicago e il risultato è un afro-beat che combina chitarre infaticabili e percussioni ossessive su tempi non convenzionali per un album che soddisferà di certo gli appassionati del genere oltre che gli amanti dei virtuosisimi sulle sei corde.
Le evoluzioni chitarristiche si combinano infatti dai due canali dello stereo, eseguendo partiture simili eppure diverse abbastanza da creare una sorta di tessitura a trama fitta che si sovrappone a quella – altrettanto aggrovigliata – della base percussiva costituita da una normale batteria affiancata da una miriade di strumenti tradizionali. Il risultato è una parte musicale, complessa e con effetti quasi incantatori, che fa passare in secondo piano il cantato assai poco empatico del leader Hamadal “Almeida” Moumine (che, oltre a suonare, nella vita fa l’insegnante e il giudice) che interpreta i testi con un tono tra il narrativo e il salmodiante variato, in più di un brano, dal call-and-response con il resto del gruppo.
E quindi? Continue reading Tal National: “Kaani”

Josè Lezama Lima: “Paradiso”

Guarda 'Paradiso' su aNobii Non so bene come mai l’ho comprato, forse perché sono parecchio scarso in letteratura latino-americana e questo libro è presentato come una pietra miliare della stessa (e anche di quella spagnola tout-court). Però, dopo qualche pagina, ho capito benissimo perché il volume se ne era rimasto a riposare in libreria per una quindicina d’anni: ho già avuto a che fare con scrittori non semplici, ho letto – prendendone piacere malgrado le difficoltà – libri come ‘L’uomo senza qualità’, ma Lezama Lima richiede un impegno davvero estremo, ed era proprio dalla terza parte del libro di Musil che non facevo così fatica (altro che Pynchon…).
Sullo schema di una storia familiare in gran parte autobiografica che si estende su tre generazioni – nel protagonista Josè Cemì rivivono le esperienze giovanili dell’autore – lo scrittore cubano riversa una marea di parole in cui si riflettono il suo essere soprattutto poeta nonché una mirabolante conoscenza degli aspetti culturali (spesso di nicchia) di mezzo mondo: il risultato sono paragrafi di accuratissimo intarsio barocco, in cui all’azione, in pratica nulla, si sovrappongono meditazioni, divagazioni varie, sensazioni e, soprattutto, ricercatissimi e sovente improbabili paragoni. A volte questi ultimi sono del tutto senza senso, come se per lo scrittore l’importante fosse il suono della parola – e, in questo caso, la traduzione non può far altro che essere traditrice – o l’immagine evocata: qui si sente il poeta, mentre l’uomo di cultura si fa notare nel fatto che, per capire ogni riferimento, sarebbe necessario leggere il libro con a fianco un’informata enciclopedia (per fortuna, al termine dell’edizione in mio possesso c’è un piccolo glossario di cubanismi e un elenco di riferimenti). Continue reading Josè Lezama Lima: “Paradiso”

Rose Windows: “The sun dogs”

(Sub Pop 2013)

Va bene che incidono per la Sub Pop, ma, dopo un ascolto senza riferimenti, uno si stupisce che i Rose Windows vengano da Seattle e non da qualche centinaio di chilometri più a sud.
Oltre all’abbaglio spaziale, c’è anche quello temporale: a parte qualche eccezione di cui parlerò in seguito, il gruppo pare uscire da uno dei molti corridoi che, negli ultimi anni, si devono essere aperti mettendoci in contatto con il passato musicale. Un po’ sarà anche la suggestione del numero allargato – i ragazzi sono in sette – ma il collegamento con la california dell’Estate dell’Amore è comunque evidente e il termine ‘hippy’ pare all’improvviso essere tornato di moda.
E allora, che ce ne facciamo di questo lavoro, visto che non stiamo, più o meno strafatti, a Laurel Canyon? Lo rimettiamo su da capo, perché il misto di folk, pop e rock tagliato con generose dosi di psichedelia più o meno acida fa di questo esordio un disco intrigante e molto piacevole da ascoltare anche se non dice nulla di nuovo. Ulteriore vezzo passatista, il disco è aperto e chiuso dalle due parti del brano che lo intitola, entrambe caratterizzate da suoni morbidi che si appoggiano sull’accompagnamento degli archi e sull’armonia delle voci, ma mentre in ‘Spirit modules’ si possono sentire anche echi floydiani, ‘Coda’ si srotola rilassata e probabilmente avrebbe fatto felici i Beatles più evoluti.
Sono brani che si riallacciano al lato più solare della scaletta, in cui si inseriscono a buon diritto l’immediata leggerezza pop di una ‘Heavenly days’ che pare staccarsi da terra grazie al gancio di un semplice ritornello, quell’’Indian summer’ che prende le mosse dalla stessa ispirazione, ma con qualche chiaroscuro in più grazie all’organo unito a una chitarra morriconiana, e ‘Season of serpents’, una ballata folk nella quale bastano voce e chitarra acustica. All’altro estremo sta il primo singolo ‘Native dreams’ che, nel suo assalto hard-psych, non si può dire che sia ben rappresentativo del suono del gruppo, anche se trascina e fa muovere il piedino: in questo brano, come tutte le volte che i ritmi aumentano, la voce di Rabia Shaheen Qazi tralascia l’ovvio modello di Grace Slick e prende ad assomigliare in modo impressionante a quella di Perry Farrell, portando le lancette dell’orologio in avanti di un paio di decenni. Continue reading Rose Windows: “The sun dogs”

Arto Paasilinna: “Lo smemorato di Tapiola”

Guarda 'Lo smemorato di Tapiola' su aNobii Con scrittura leggera e ritmo arguto, il finlandese Paasilinna racconta una storia che spinge spesso al sorriso e si legge in breve tempo con notevole allegria. Niente di trascendentale, per carità, e anche a parecchia distanza qualitativa da ‘Il mugnaio urlante’, ma questo libro regala comunque qualche ora di piacevole intrattenimento in compagnia di personaggi che, come accade spesso con questo autore, sono degli stravaganti o, quantomeno, vivono ai margini della società per un motivo o per l’altro.
Lo smemorato del titolo italiano è Taavetti Rytkönen, un anziano affetto da demenza senile in cui si imbatte (perché gli ostruisce la strada cercando di farsi il nodo alla cravatta) il tassista Seppo Sorjonen. Quest’ultimo, stufo del mestiere, finisce ben presto per licenziarsi e mettersi a scorrazzare, a meta tra l’autista e il badante, con il suo casuale compagno – che, per fortuna, prima dell’amnesia decisiva aveva prelevato una bella sommetta – in un viaggio estivo verso nord che risveglierà vecchi ricordi militari (la memoria dell’arzillo vecchietto è presbite), vedrà la sistematica distruzione della fattoria di uno scorbutico commilitone e si concluderà in una caccia al toro condita da pantagrueliche mangiate con cucina balcanica davanti a un gruppo di affamatissime vegetariane francesi. Continue reading Arto Paasilinna: “Lo smemorato di Tapiola”

Bill Callahan: “Dream river”

(Drag city 2013)

Dopo una certa frequentazione ai tempi degli Smog, avevo perso i contatti con Bill Callahan e, al termine di numerosi ascolti di questo brumoso dischetto, direi che non è stata una mossa saggia. Ho ritrovato una voce ancor più bassa e affascinante nonchè, soprattutto, un autore che ha affinato l’arte del togliere, costruendo le sue canzoni su pochi suoni essenziali (in ‘Dream river’ la batteria è assente, solo percussioni discrete e spazzole a cura di Thor Harris) e su testi che procedono per immagini che scaturiscono fulminee da frasi semplici nella forma, ma evocative nella sostanza.
Da simili premesse, è facile intuire che queste otto canzoni non possono essere particolarmente allegre, del resto in linea con il resto dell’opera del loro autore: su tutto il disco si spande una crepuscolare luce d‘autunno, però, più che alle angosce esistenziali, l’atteggiamento complessivo fa pensare a un pacato racconto accanto al camino. Questa rilassatezza, contrappuntata qua e là da una certa ironia – già a partire dal tizio della prima canzone, quello che guarda da una finestra che non c’è e che in una giornata ha detto solo ‘birra’ e ‘grazie’, ma l’ha ripetuto un bel po’ di volte – fa sì che l’ascoltatore si faccia avvolgere volentieri dall’atmosfera, anche perché Callahan, sul canovaccio del cantautorato introspettivo, sa introdurre con abilità spunti diversi.
Può succedere all’interno dello stesso brano – basti pensare al treno che ‘appare’ per un attimo ancora nell’iniziale ‘The sing’ interrompendone la dolcezza folk guidata dal violino (Chojo Jacques) – e di certo tra una canzone e l’altra: se ‘Small plane’ è una bella ballata acustica, l’elettrica guida sia ‘Javelin unlanding’, sia ‘Spring’ che, entrambe forti anche del prezioso flauto di Beth Galiger, procedono su un ritmo più serrato e con la seconda che prima evoca scenari desertici e poi si alza di tono tra piano e chitarra che si distorce. Un po’ quello che accade alla complessa ‘Summer painter’, dove, per oltre sei minuti, le contorsioni della sei corde e il flauto dialogano alternandosi a un cantato più ansiogeno, in una struttura analoga ma maggiormente ispida di quella presente in ‘Ride my arrow’.
Quasi che si fosse accorto che, a questo punto, i toni si sono scuriti un po’ troppo, Callahan inserisce i tocchi tra jazz e tango di ‘Seagull’, che finisce così per richiamare le sonorità di un altro grande baritono come Leonard Cohen, per poi chiudere il cerchio con la fascinosa ‘Winter song’ in cui ritroviamo fiddle e accompagnamento alla chitarra acustica.
Trattandosi di canzoni abbastanza rarefatte, anche i compagni di viaggio di Bill sono pochi e, oltre a quelli già citati, si segnalano il basso di Jaime Zuverza e, in special modo, la chitarra di Matt Kinsey che contribuisce a dare la definitiva coloritura a molte canzoni: canzoni che hanno colori pastosi e non definiti come il paesaggio montano del dipinto di Paul Ryan in copertina, ma che, allo stesso modo di quello, catturano subito l’attenzione e sanno davvero farsi ricordare.

James Joyce: “Gente di Dublino”

Guarda 'Gente di Dublino' su aNobii La Dublino di Joyce è una città priva di ogni attrattiva.
Il colore dominante è il marrone, le faccate delle case sono seriosamente rispettabili, il verde sbiadito o marcescente, un fiume mediocre e grigiastro, i pub fumosi punti d’incontro per forti bevitori, solo di tanto in tanto il sole ha un guizzo di vitalità arrossando il tramonto. Malgrado l’aspetto cupo e provinciale che spingerebbe a fuggire a gambe levate, essa esercita un fascino quasi paralizzante sui cittadini che la abitano: schiacciati da una religiosità opprimente e dediti alle convenzioni sociali al solo scopo di apparire rispettabili, sono spiritualmente deboli (o moribondi) e finiscono per girare in tondo come il cavallo citato ne ‘I morti’.
Nei quindici racconti – o, sarebbe meglio dire, quattordici più un romanzo breve, ‘I morti’ per l’appunto – i simboli si sprecano, a partire dalla paralisi fisica di Padre Flynn che, sin dall’iniziale ‘Due sorelle’, rappresenta quella morale di tutti i dublinesi: per cogliere tutte le sfaccettature, le storie andrebbero perciò rilette più volte, ma si può goderne anche senza perdersi nelle note grazie alla scrittura prosciugata ma affascinante e alle figure che si delineano col passare delle pagine e finiscono per rimanere nella memoria. Come, ad esempio, il giovane protagonista disilluso di ‘Arabia’, la giovane Eveline del racconto omonimo che rinuncia all’amore per paura della novità, i cinici sfruttatori de ‘I due galanti’ e le speculari cacciatrici di marito in ‘Pensione di famiglia’, il piccolo Chandler e il suo bambino urlante in ‘Una picola nube’, il deprecabile Farrington che scarica sul figlio innocente le frustrazioni della sua vita nel breve noir intitolato ‘Rivalsa’, la concezione della vita di Duffy così rigida da costare la vita alla signora Sinico (‘Un caso pietoso’), la triste vita della brutta lavandaia Maria: Joyce ordina i racconti raggruppandoli per età dei protagonisti – prima l’infanzia, poi la giovinezza, infine l’età matura – indicando che la paralisi resta uguale indipendentemente dall’età dei personaggi.
Ci sono poi i tre racconti dedicati alla vita pubblica, con i politici de ‘Il giorno dell’edera’ che si perdono in chiacchiere, la signora Kearney de ‘Una madre’ che sacrifica la propria figlia alla propria ambizione e il disturbante ‘La grazia’ in cui la religione è una patina che serve a coprire i vizi e può giustificare ogni cosa, inclusa l’avidità lodata dal prete simoniaco nella predica finale. Già questo racconto riprende un po’ tutti i temi precedenti e infatti concludeva la raccolta originaria: ora è invece solo una sorta di preparazione a ‘I morti’ che, occupando oltre un quarto del volume, svetta brillante sulle comunque validissime pagine che lo hanno preceduto.
Il rito borghese della cena attuale allestita dalle sorelle Morkan è vivace solo in superficie mentre in realtà è solo lo stanco ripetersi di una rappresentazione sociale: altrettanto falsa si rivela la vitalità che pervade il loro nipote Gabriel che, nel momento culminante in cui resta infine solo con la moglie, scopre di essere assai più vicino alla morte (spirituale) e ai morti di quanto potesse pensare. L’immagine spietata del suo vero io che lo specchio gli restituisce cancellando ogni vanitosa fantasia chiude pagine davvero magistrali in un crescendo di emozione che la lingua misurata non riesce a trattenere.