Eppur si muove 2015

7-8 agosto 2015 – San Nazzaro, Parco al Po.

Manifesto (sbagliato)
Sloggiata dalla sua bella collocazione accanto alle paratoie della centrale di Isola Serafini dai lavori per la nuova conca, la nona edizione si trasferisce a San Nazzaro sempre in riva al grande fiume che regala un minimo di refrigerio al termine di due giornate caldissime. Malgrado il truce manifesto, l’evento raccoglie un buon numero di avventori che fanno onore alla cucina essenziale ma sempre gustosa ignorando il fastidio dei moscerini che quest’anno infestano le rive e hanno una predilezione per suicidarsi nella birra: un riscontro di pubblico che si affianca a un programma musicale più variegato del solito e, nel complesso, di qualità superiore alle annate precedenti. Continua la lettura di Eppur si muove 2015

Dominick Fencer e Baibin Nighthawk: “Black Hawk Day rewind: Fotogrammi di un omicidio”

Guarda 'Black Hawk Day Rewind' su aNobii Scritto in inglese dai due autori italiani (un uomo e una donna) che si nascondono dietro gli pseudonimi, il romanzo ha un po’ patito (o almeno sembra, non avendo io letto la versione originale) quel ritorno alla nostra lingua che ha anche allungato il titolo. Sono davvero tanti gli anglicismi che si sarebbero potuti tradurre in scioltezza anche senza tirare in ballo il glossario – da un ‘hi-hat’ di solito conosciuto come ‘charleston’ a un qualsiasi modo per sostituire ‘UK’: confusioni linguistiche che indeboliscono lo stile di una narrazione che a volte un po’ si perde già di suo.
La mancanza di un editing adeguato è però l’unico appunto vero che si può sollevare a questo brillante romanzo d’azione capace di mischiare spionaggio, thriller e un tocco di fantascienza – che è però, forse, una forzatura eccessiva – in una lettura chiaramente di genere, ma comunque appassionante.
Traumatizzato dalla morte del padre a Mogadiscio, Mark Savannah si arruola nell’intelligence britannica mettendosi in evidenza grazie alle proprie capacità, ma quando scopre l’assassino del padre dimentica ogni prudenza bruciandosi: diventa così il nemico numero uno di un pezzo grosso della CIA nonchè il bersaglio di un’affascinante sniper. Il tutto sullo sfondo di una sperimentazione tecnologica il cui svelarsi finisce per ribaltare un bel po’ di posizioni, conducendo a un finale in serrato crescendo che, allo stesso tempo, tira le fila e lascia aperta la porta per il seguito già in via di scrittura.
Savannah non è né James Bond (malgrado l’avvenenza) né Russell Kane (malgrado i fantasmi personali), ma è un personaggio sufficientemente sfaccettato per risultare interessante: altrettanto, seppur tenendo fede ai propri ruoli, risultano funzionali le figure che lo circondano, in special modo i cattivi. Senza troppe pretese, il libro regala così qualche ora di notevole intrattenimento al lettore che si lascia volentieri trascinare dal ritmo degli avvenimenti e di scrittura, seppur al netto di quanto scritto all’inizio e di qualche digressione di troppo su quanto affascinante sia librarsi in aria pilotando un aereo – va bene che è la passione di entrambi gli scrittori (da cui anche gli alias), ma dopo un po’ l’attenzione finisce per calare.

The National: “Trouble will find me”

(4AD 2013)

Magari al prossimo disco ci stupiranno tutti con chissà quale evoluzione, ma, giunti al quarto album, i National sembrano aver raggiunto una quota di volo dalla quale non hanno l’intenzione (o la forza) di staccarsi: l’idea aveva già fatto capolino ascoltando il precedente High Violet, ma se tre anni fa si poteva pensare a una fase di assestamento, in questo lavoro la tendenza è confermata senza lasciare molto spazio ai dubbi.
L’urgenza degli esordi è stata sostituita così da una maturità compositiva e d’espressione comunque notevole, come conseguenza della quale l’ascoltatore che abbia buttato almeno un orecchio sui dischi precedenti sa cosa aspettarsi: una raccolta di canzoni piene di ombre anche nei testi, alle quali ben si confà il profondo baritono di Matt Berninger, che paiono scritte per accompagnare le battute finali di un episodio di Grey’s Anatomy. Continua la lettura di The National: “Trouble will find me”

Stephen King: “Mr. Mercedes”

Guarda 'Mr Mercedes' su aNobii Una volta chiuso il volume, non stupisce che questo libro abbia fatto storcere il naso a molti.
Agli appassionati del King più classico sarà dispiaciuta la totale (o quasi) eliminazione del sovrannaturale in questa incursione nell’universo noir sottolineata dalla dedica a James M. Cain in esergo; i cultori di quest’ultimo genere saranno rimasti perplessi di fronte ad alcune svolte della trama francamente indifendibili (lasciando stare una storia d’amore inverosimile, come può un poliziotto esperto – seppur in pensione – come Bill Hodges intestardirsi a non chiamare i suoi ex colleghi rischiando una strage di innocenti?). Se si aggiunge, per il lettore italiano, una traduzione non particolarmente incisiva, tutto parrebbe congiurare per la seconda delusione consecutiva dopo ‘Doctor Sleep’ e invece il Re riesce nell’impresa di accentuare la sospensione d’incredulità costringendo a voltare le pagine sulle tracce di un’appassionante caccia all’uomo. Continua la lettura di Stephen King: “Mr. Mercedes”

Johnny Flynn: “Country mile”

(Transgressive 2013)

Inglese nato in Sud Africa, Flynn è un trentenne che sta cercando la sua via alla musica folk con l’inevitabile devozione per quella di casa sua, ma anche con più di un riferimento agli analoghi suoni provenienti da oltre Atlantico.
Il giovanotto è stato spesso accomunato, se non altro per vicinanza d’intenti, a Mumford & Sons, anche se la sua proposta – almeno in questo disco – è assai più intima e delicata di quella, un po’ da stadio, dell’assai più conosciuto quartetto: il risultato è un lavoro molto meno immediato e perciò più intrigante che però non risulta del tutto riuscito a causa di un paio di inciampi e una certa mancanza di guizzi nella seconda parte. La scelta di una musica non di facile impatto denota comunque un certo coraggio, forse aiutato dall’aver affrontato il Bardo in palcoscenico, e allora si finisce per essere più indulgenti: Continua la lettura di Johnny Flynn: “Country mile”

Fury

(Fury, USA/Chn/Gbr 2014)

Il fallimento del distributore originario (Moviemax) ha portato in sala in un periodo non particolarmente felice questo solido film di guerra malgrado la presenza di una stella di prima grandezza come Brad Pitt.
Scritto e diretto dallo sceneggiatore David Ayer, che dietro alla macchina da presa c’è stato solo una manciata di volte, rivolge alla guerra uno sguardo manicheo di chiara impronta yankee, ma mette bene in chiaro che il mestiere di uccidere – i personaggi si riferiscono sempre al combattimento come a un lavoro – è sporco e cattivo (ma qualcuno lo deve pur fare). In merito, le carte sono già in tavola dalla prima scena, una delle più belle dell’intera pellicola, dove un ufficiale tedesco attraversa un desolato campo di battaglia su di un cavallo bianco finchè un soldato americano salta fuori da un tank e lo uccide con il coltello.
Scopriamo così che il sergente ‘Wardaddy’ Collier (Pitt) e il suo equipaggio sono gli unici scampati allo scontro che non abbiamo visto e ha lasciato innumerevoli cadaveri sul terreno coperto di fango. La mota, l’umidità e il cielo cupo sono una costante di un film in cui non brilla un raggio di sole: la fotografia di Roman Vasyanov riprende un mondo grigio e dai riflessi metallici che è in sintonia assai di più con l’animo dei personaggi che con la primavera incombente. L’azione si svolge infatti nelle ultime settimane di guerra già in territorio tedesco (anche se le riprese sono state fatte in Inghilterra) quando la Germania è sì vinta, ma non ha ancora smesso di resistere: sostituito un mitragliere defunto con l’imberbe Norman (Logan Lerman), il carro di Wardaddy continua a combattere fino ad arrivare all’ultima missione. Continua la lettura di Fury

Mad Max: Fury road

(Mad Max: Fury road, Aus/USA 2015)

Riprendendo in mano la saga di Max Rockatansky dopo una pausa durata tre decenni, George Miller mette da parte l’idea di cominciare da capo: il suo (anti)eroe è sì tormentato dal passato in brevi, dolorosi lampi di memoria, ma viene coinvolto, suo malgrado, in un’avventura del tutto nuova che può essere goduta anche senza conoscere i capitoli precedenti.
Sia stato grazie alla libertà concessa da una simile scelta o sia a causa dell’esperienza accumulata negli anni dal regista, fatto sta che ‘Fury road’ è un film dalle incredibili doti spettacolari che – nel suo genere – sfiora la perfezione spazzando il ricordo dei blockbuster dedicati ai supereroi negli ultimi anni. Anche perché i suddetti filmoni deviano spesso, alternando ai momenti più serrati rallentamenti in cui si sprecano le battute per alleggerire o ci si dilunga in verbose spiegazioni, mentre qui si va dritti al nocciolo: azione pura condita da splendide coreografie – quella dei cascatori a scuola dal Cirque du Soleil se non è vera è ben inventata – e fotografata in maniera impeccabile dal veterano John Seale che la fa brillare di colori squillanti in cui domina il giallo del deserto, ma che raggiunge forse il fascino maggiore nell’eterna penombra virata in blu della palude.
Il risultato sono due ore di virtuosismi che impreziosiscono le variazioni su di un unico tema, la cisterna blindata dei buoni assaltata dai millanta mezzi dei cattivi come in una sorta di infinito assalto alla diligenza in ‘Ombre rosse’: quando a un bel momento i primi invertono la rotta, invece che pensare ‘oh no, ancora!’ ci si accomoda fiduciosi e se ne ha ben donde, visto che non c’è un momento di stanca (davvero brillante pure il montaggio di Margaret Sixel, moglie del regista) e la noia è del tutto bandita in uno spettacolo che lascia sovente senza fiato. Continua la lettura di Mad Max: Fury road

John Le Carré: “La passione del suo tempo”

Guarda 'La passione del suo tempo' su aNobii I tempi cambiano, i muri cadono e le spie invecchiano, così pure come gli autori di romanzi di spionaggio.
In questo libro scritto a metà degli anni Novanta, lo scrittore inglese adatta a cotali mutamenti le coordinate del suo lavoro, ma l’operazione non conduce a risultati paragonabili a quelli dei suoi lavori precedenti. Da una parte c’è una storia che sfoggia il consueto sovrapporsi di intrighi e paranoie, intrisa di britannicità fino al midollo, che porta comunque il lettore a chiedersi in che modo si scioglierà il viluppo della trama; dall’altra, la narrazione ha un passo che rallenta a volte in modo eccessivo, dando l’impressione che una bella sfoltita alle pagine avrebbe giovato.
Il romanzo è per lunghi tratti lo studio psicologico di Tim Cranmer, ex agente segreto prepensionato a causa della fine della guerra fredda: ricco per eredità, si ritira in una bella tenuta del Somerset con la fascinosa (e assai più giovane) compagna Emma, ma la ricomparsa di Larry, vecchio conoscenza sin dai tempi della scuola che poi si è riciclata come infiltrato fra i sovietici, viene a sconvolgere il tranquillo tran-tran appena avviato. La sparizione dell’amico e della donna mette in pericolo lo stesso Tim, Continua la lettura di John Le Carré: “La passione del suo tempo”

Il racconto dei racconti

(Ita/Fra/ Gbr 2015)

Con ‘Il racconto dei racconti’, Matteo Garrone si è preso un bel rischio scegliendo di lavorare su di una materia e in un filone non certo abituali nel cinema italiano eppure immergendo il tutto in quanta più Italia fosse possibile.
Messo in immagini dalla fotografia ad ampio respiro di Peter Suschitzky, il nostro Paese si dimostra ancora una volta una miniera di luoghi e ambientazioni senza pari, tanto che una costruzione simbolo come Castel del Monte viene pareggiata in fascino dai molto meno conosciuti manieri di Donnafugata e Roccascalegna. Dentro e attorno alle loro mura, oltre che in foreste e falesie opportunamente selvagge, si svolgono le tre storie fantasy con appena qualche tocco di horror scelte fra le cinquanta contenute ne ‘Lo cunto de li cunti’, la seicentesca raccolta di Giambattista Basile.
Per ricostruire il suo medioevo di fantasia (in fondo sempre di favole si tratta, anche se non proprio per bambini) il regista romano ha optato per una realizzazione che esalta le capacità artigianali – nel senso migliore del termine – presenti nel cinema nazionale, basata com’è sugli ingombranti ma azzeccati costumi di Massimo Cantini Parrini e sullo sfruttamento degli spazi interni in cui sovente è la pietra nuda a dominare: scelta confermata anche dagli effetti speciali per i quali la preferenza è andata a tecniche analogiche, limitando al massimo la grafica al computer. Continua la lettura di Il racconto dei racconti

Lana del Rey: “Born to die”

(Polydor/Interscope 2012)

La pubblicità è l’anima del commercio e non si può dire che il lancio di questo esordio della signorina Elizabeth Grant come Lana del Rey (prima c’era stato un disco a nome Lizzy Grant) sia avvenuto in punta di piedi. Con l’aiuto dei soldini di papà e spinto dal successo su youtube di Video Games, il lavoro ha guadagnato alla svelta pubblico, vendite nonché l’agognato sfondo di spot pubblicitari, il tutto con l’inevitabile codazzo di polemiche sulla reale consistenza musicale della suddetta signorina.
Avvezzo a grandi truffe che segnano comunque svolte epocali, ho deciso di dar retta a due vecchi adagi (quelli che chiedono di ignorare la propaganda e di badare alle canzoni) sfruttando l’occasione che mi ha messo casualmente il disco fra le mani: Continua la lettura di Lana del Rey: “Born to die”

Youth – La giovinezza

(Ita/Fra/Svi/Gbr 2015)

E’ oramai chiaro a tutti che la cifra stilistica di Sorrentino è il barocco. Se è del regista il fin la meraviglia, non si può prescindere da un’esperienza sensoriale che sia quanto più intensa possibile: ecco allora una parte visiva davvero sontuosa accompagnata da musiche azzeccate che riescono a moltiplicarne l’effetto.
Sfruttando la brillante fotografia di Luca Bigazzi, il regista napoletano dissemina tutto il film di inquadrature memorabili, sfruttando bene il contrasto fra la linearità e la luce del panorama montano messe a confronto con gli ambienti vecchio stile che caratterizzano gli interni del grande albergo un po’ malandato in cui si svolge gran parte della vicenda: i ‘quadri’ dell’esposizione sorrentiniana variano così dalle nature morte con persone – la sauna, la piscina, l’amore comprato – ai paesaggi in cui la bucolicità alpina brilla nel verde dei prati e nel bianco delle nevi.
La colonna sonora di David Lang sottolinea la storia con una delicata, malinconica classicità alternandosi con gusto, come abitudine del regista, a brani provenienti dall’universo pop-rock (inclusa la fascinazione per l’orrido): spunta anche un (bel) rifacimento di ‘Reality’, ma lo spazio maggiore è appannaggio di Mark Kozelek che, in una scena, interpreta se stesso. Continua la lettura di Youth – La giovinezza

Lorenzo Mazzoni: “Malatesta – Indagini di uno sbirro anarchico: Nero ferrarese”

Guarda 'Malatesta: indagini di uno sbirro anarchico' su aNobii Uscito per la prima volta nel 2007, questo romanzo breve segna l’esordio di Pietro Malatesta, poliziotto atipico nato dalla fantasia dell’ora quarantenne Mazzoni.
Come ogni esordio, il libro si incarica di fissare gli elementi principali del personaggio e del mondo che lo circonda, così che l’investigazione in se stessa passa in qualche modo in secondo piano. L’intreccio è infatti lineare e, per venirne a capo, Malatesta deve far conto più su di un colpo di fortuna che sulle sue capacità investigative: a quel punto, per scelta dell’autore, il lettore conosce già il colpevole Continua la lettura di Lorenzo Mazzoni: “Malatesta – Indagini di uno sbirro anarchico: Nero ferrarese”

Piacenza sconfitto: le parole di De Paola sanno di addio (www.sportpiacenza.it)

La corsa del Piacenza finisce a Rovigo. Un Delta Porto Tolle con più energie doma una squadra stanca con i gol di Pradolin e Capellupo nel secondo tempo, staccando così il pass per il turno successivo dei playoff. I biancorossi si mangiano le mani per le tre occasioni sciupate da Bertazzoli e chiudono la propria stagione davanti a tifosi encomiabili, che a fine partite hanno comunque applaudito la squadra. Mister De Paola, nel post gara, è amarissimo per quanto riguarda il suo futuro. Le sue parole sanno di addio: «Se rimango? Preferirei una domanda di riserva – tuona il tecnico – i tifosi, questa piazza, meritano rispetto. Erano in tantissimi per questa partita, ma per vincere servono giocatori importanti e investimenti. Questo a prescindere che rimanga De Paola o meno». Frasi che scottano. Sanno tanto di strappo con la società che certamente non apprezzerà le parole dell’allenatore. Tutto nasce da una diversità di vedute con la dirigenza emersa nelle ultime settimane, che vorrebbe puntare su altri giocatori rispetto a quelli indicati dal tecnico calabrese per la prossima stagione. I presidenti a fine gara non parlano di futuro, mandano solo un messaggio ai propri tifosi: «Vogliamo elogiare i nostri tifosi, perché sono e saranno sempre la nostra forza e il nostro vanto». Continua la lettura di Piacenza sconfitto: le parole di De Paola sanno di addio (www.sportpiacenza.it)

Interpol: “El pintor”

(Matador 2014)

El Pintor è il quinto album degli Interpol ed esce a dodici anni di distanza da Turn On the Bright Lights, fulminante esordio che aiutò a traghettare la new-wave nel nuovo millennio con un pugno di brani di impatto immediato sostenuti da chitarre affilate e ritmi danzerini. Il disco dimostra (conferma) che la parola ‘evoluzione’ ha poco significato per il terzetto (nel 2010 se ne è andato il bassista Carlos D.) proveniente da New York: lo stile e la struttura delle canzoni si discostano difatti assai poco da quelli del primo disco, perciò va preso atto che il gruppo questo sa fare e non aspira ad altro.
La constatazione non è un problema di per sé, visto che la storia del rock (e della musica) è piena di gente che ha fatto sempre pressappoco lo stesso disco non negandosi per questo risultati significativi: se le canzoni ci sono, se lo spirito è quello giusto, il risultato sarà comunque positivo. Continua la lettura di Interpol: “El pintor”

Il Piacenza supera l’Este (2-0) e ora c’è il Porto Tolle (www.sportpiacenza.it)

Missione compiuta per il Piacenza che supera l’Este nella semifinale playoff del girone e lancia la sfida al Delta Porto Tolle, prossima avversaria degli emiliani domenica pomeriggio a Rovigo nella finalissima che qualificherà la vincente alla fase nazionale. Vince bene il Piacenza, che sembra aver trovato benzina da immettere nelle gambe dopo un finale di stagione in calando e anche un pizzico di fortuna perché a sbloccare una partita che l’Este aveva iniziato meglio è stata una goffa autorete di Beghin. Nella ripresa una rete di Bertazzoli spegne l’ardore della squadra di Zattarini, peccato solo per la pessima conduzione del direttore di gara che riesce nell’impresa di estrarre otto cartellini gialli e uno rosso (a De Paola dopo 4′ di gioco per proteste) in una partita che è stata tutto tranne che cattiva. Nei playoff le ammonizioni sono azzerate e ogni sanzione equivale a una diffida ma i cinque puniti del Piacenza (e i tre dell’Este) mettono insieme un paio di falli veri in tutto l’arco del match. Continua la lettura di Il Piacenza supera l’Este (2-0) e ora c’è il Porto Tolle (www.sportpiacenza.it)

Per i tifosi del Piace i tempi sono sempre duri …

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