Va bende, diciamo che Eli Husock è un fan di, facendo un nome fra i tanti, James Brown – in ‘The satisfier’ manca solo che si metta a strillare ‘ghiròppa’. Che significa? Anche a me piace Il Padrino del Soul, ma mica sono capace di scrivere ed interpretare un disco come questo, che sarà derivativo fin che vi pare, ma che trascina e appassiona dall’inizio alla fine.
Con l’aiuto di una band giovane di età ma di grande impatto e su cui brillano fiati a volte irresistibili, Eli ci accompagna in un intrigante giro di giostra fra rhythm’n.blues e soul: non è un disco perduto alla Stax nel ’67 – come da sorridente campagna di lancio – ma al confronto non sfigura di certo. Benché nativo del Massachussetts, il nostro insinua un tono sudista nel suo cantato (se no, che disco Stax sarebbe?) interrotto da improvvise grida e un accenno di falsetto alla Little Richard.
Sin dall’iniziale ‘Stake your claim’ ci si lascia volentieri coinvolgere da questi brani, ad esempio, e solo per citarne una, da una ‘Take my love with you’ di irresistibile appeal; di livello solo leggermente inferiore, forse a causa di una voce non adattissima, le ballate strappacuore (o altro?) disseminate qua e là,anche se fa piacere lasciarsi cullare dall’intensa atmosfera di una ‘(And I Just) Fooling myself’. Appena svanite le note dell’ossessiva ‘(Doin’ the) Boom boom’ viene voglia di rimettere dall’inizio questi trentacinque minuti di puro divertimento, e penso non ci sia merito migliore per un lavoro del genere.
Ah, già: Eli è bianco.
Fantascienza, non fantasy: il racconto del possibile su basi scientifiche, non le forzature alle leggi della fisica (vedi ‘Star trek’).
Clarke si premura di sottolineare il concetto in una delle prime fra le gustose presentazioni che introducono i racconti qui raccolti, testimonianza di oltre trent’anni di carriera (il libro risale alla prima metà degli anni ottanta) sempre ad altro livello. Tutte le storie riguardano l’esplorazione – o, quantomeno, l’avventura – spaziale e sono caratterizzati dall’attenzione per i dettagli e la descrizione dei fenomeni rappresentati.
Questo non significa che ci troviamo di fronte a pagine noiose, perché l’autore scrive con un tono tutto britannico vivacizzato spesso e volentieri da sorridenti schegge di humour. Clarke ha il gusto per il finale a effetto e lo dimostra subito nell’iniziale ‘Spedizione di soccorso’, idea giovanile che vede la stampa appena dopo la fine della seconda guerra mondiale: la raccolta si mantiene poi sullo stesso ottimo livello, con punte alte e qualche calo d’ispirazione.
Fra le prime, possiamo annoverare le strane scoperte di ‘Giove quinto’ e ‘Incontro con Medusa’ nonché la spaziopolitica de ‘L’angelo custode’ (che diverrà ‘Le guide del tramonto); i secondi si possono ravvisare invece nella leggerezza quasi inconsistente de ‘Il principe’ o in ‘Vento solare’ che patisce uno spunto iniziale non interessantissimo e trascinato in maniera eccessiva. Il vertice viene raggiunto con il racconto che intitola il libro e narra di una misteriosa scoperta lunare che sarà la base di un altro capolavoro: ‘2001: Odissea nello spazio’ di Stanley Kubrick.
Cortile della Rocca di Monticelli d’Ongina, 15-21-25 giugno 2010.
‘I’m so lonesome I could cry’. Hank Williams non c’entra nulla e non sono neppure solo – ma il numero degli spettatori della seconda e della terza serata è nettamente inferiore a quello dei lettori cui si rivolge Manzoni – però un po’ il magone viene lo stesso. Strozzata da problemi di budget, la ventunesima (ripeto: ventunesima) edizione di Monticelli Jazz va in scena in modo dimesso, quasi senza disturbare. Assistiamo così al lento spegnersi di una manifestazione longeva e dal passato significativo, che andrebbe rilanciata magari con l’avvento di qualche mecenate (beh, sperare non costa nulla…): certo è che il supremo disinteresse della cittadinanza tutta non aiuta a immaginare un futuro roseo.
Per non farsi mancar nulla, la seconda serata dà dimostrazione di masochismo organizzativo: evitata questa volta la concomitanza con l’Italia ai Mondiali – forse perché quest’ultima gioca quasi sempre alle quattro del pomeriggio – spunta quella con una ‘serata creativa’ del Grest parrocchiale, rallegrata da canti di gruppo. Alla fine, l’organizzazione oratoriana accetta di farsi da parte, rinchiudendosi nel teatro della Rocca: sarebbe stato curioso vedere cosa sarebbe accaduto in caso di maltempo, con il concerto da trasferirsi nella stessa sala. ‘So what’? – potrebbe essere a questo punto il commento dello spazientito lettore e perciò passiamo alla musica. » Read more: Monticelli Jazz 2010
Se ogni artista ha un lavoro che considera un po’ la sua pecora nera, questo è quello di Guccini, che ne visse la faticosa lavorazione come un contrasto infinito con il produttore Pier Farri.
Compagno di viaggio fino a quel momento, Farri infila nel disco ogni sorta di strumento – oltre a quelli tradizionali, si possono sentire clavicembalo e marimba, xilofono e tablas, percussioni assortite e di certo altro che mi sono perso – esagerando il lodevole proposito di dare una veste sonora dinamica ai lunghissimi testi gucciniani.
I sei brani superano tutti i sei minuti eccetto uno, mentre la conclusiva ‘Canzone delle situazioni differenti’ trascina il suo dolente ‘diario di viaggio’ per oltre nove minuti: l’autore modenese è qui più cantastorie che cantautore, impegnato a raccontare un momento di passaggio tra due stagioni della sua esistenza. Il rimpianto per ciò che è stato e non sarà più è forte nella celeberrima ‘Canzone delle osterie di fuori porta’ e nel folk-rock della successiva ‘Canzone della triste rinuncia’, mentre ovunque si diffonde uno sguardo amaro sulla dura realtà della vita senza più le illusioni della giovinezza. Solo qualche sprazzo d’ironia – come nella ‘Canzone delle ragazze che se ne vanno’, accompagnata tra l’altro da una bella linea di chitarra – rischiara talvolta l’atmosfera in canzoni che non trasmettono certo allegria.
Che sia un disco difficile è testimoniato anche da alcune scelte musicali: l’alternanza di archi e momenti ritmici in ‘Canzone della vita quotidiana’ non cela le somiglianze con ‘Asia’ mentre la ‘Canzone per Piero’ sembra anticipare soluzioni che troveranno piena forma in ‘Eskimo’.
Visto da lontano, Adam Green potrebbe destare sospetti, con quella sua iperprolificità che lo ha portato a sfornare sei album prima dei trent’anni – senza stare a contare i lavori con i Moldy Peaches. L’ascolto di questo disco però fa immediatamente cambiare idea: quattordici canzoni in poco più di mezzora che paiono riassumere una bella fetta di storia del cantautorato (più o meno rock) a stelle e strisce.
Il primo nome a venire in mente, per atmosfera generale e anche per l’immagine di copertina, è Lou Reed, ma le ispirazioni sono millanta e comunque trattate con buona personalità. Oltre a suonare tutti gli strumenti, Green canta con bella voce da crooner alternando le atmosfere più intimiste o magari oscure a momenti più spensierati o grintosi.
E’ veramente difficile citare un brano piuttosto che un altro. Da una parte ci sono le ballate, come quelle che aprono – ‘Breaking locks’ – e chiudono il lavoro – ‘You blacken my stay’ – ma anche il tocco noir di ‘Boss inside’, che qualche debito con Leonard Cohen ce l’ha; dall’altra, l’accattivante incedere pop di ‘Give them a token’ e ‘What makes him act so bad’, più le improvvise deviazioni come le chitarre fuzz di ‘Oh shucks’ e il Beck sotto mentite spoglie di ‘Lockout’.
Come appare chiaro, la varietà non manca mentre il livello qualitativo rimane sempre alto a testimonianza di un momento creativo felice: si tratterà anche del disco della maturità, ma a patto che non si intenda il termine come sinonimo di pensosità o – peggio – immobilità.
L’amministrazione Bush voleva ad ogni costo far la guerra all’Iraq. Nella disperata ricerca di pezze d’appoggio, gli statunitensi trovano una documentazione taroccata approntata da qualcuno al SISMI (definito più volte, e senza mezzi termini, la peggiore agenzia spionistica dell’Europa occidentale) in cui si parla di una vendita di uranio dal Niger al governo di Saddam e la sfruttano a dispetto della sua implausibilità e degli errori evidenti che contiene.
Con grande facilità, i servizi segreti degli Stati Uniti (un intrico stordente di uffici e sigle che uno non immaginerebbe mai) si piegano al volere dei referenti politici, fornendo solo le notizie che i guerrafondai vogliono sentirsi dire, e in questo sono spalleggiati dal governo britannico e dalla sua intelligence. Tutto sommato, una storia per sommi capi già conosciuta, ma fa impressione leggere come la volontà del potente di turno prevalga sul buonsenso di molti a dispetto anche del ridicolo o del discredito: la vera figura del cattivo qui la fanno il vicepresidente Cheney e il suo circolo di neo-conservatori.
Se il contenuto di questo libro è fondamentale per capire – o ricordare – come funzionano certi perversi meccanismi di potere, la forma non aiuta però il lettore. A parte la marea di sigle e di nomi che si ripetono con frequenza, anche la narrazione segue un percorso tortuoso, tornando più volte sugli stessi concetti o sugli stessi fatti fino a ripresentarli magari modificando pochi dettagli. A questo si aggiunge una lingua che risulta assai poco brillante, complice anche una traduzione che lascia molto a desiderare e infila alcuni svarioni madornali (impagabile ‘separare il grano dall’oglio’).
Infine, restano inevasi due interrogativi: perché una guerra all’Iraq (risposta facile: il petrolio) e perché e su input di chi il SISMI fabbrichi una tale patacca.
Quinto di sette figli, Emilio nasce e cresce nel difficile mondo contadino del ventennio fascista: malgrado i pochi agi, si lega profondamente al mondo della sua infanzia.
Da una parte i luoghi – Isola Serafini e il Po che la circonda, le cascine, i boschi quasi inesplorati – dall’altra le persone, che quelle cascine popolano fittamente vivendo dei frutti della terra e della pesca (almeno di quelli che non devono dare al padrone). Si fa fatica ad immaginarseli oggi, quando negli stessi posti la presenza umana si è fatta assai più rada o quasi inesistente, ma escono vivaci dalla memoria dell’autore anche se sono passati oltre sette decenni: il lettore si lascia volentieri trasportare in un universo che pare lontanissimo eppure riguarda solo l’altroieri.
Il faticoso idillio, già incrinato dalla guerra, si spezza ai diciott’anni di Emilio che, renitente a Salò, prima si nasconde sull’Isola neanche fosse nella giungla vietnamita e poi sale in montagna e diventa Mameli. Anni difficili ed esaltanti, narrati con l’orgoglio di aver combattuto dalla parte giusta, ma senza nascondere gli errori che sono costati vite gratuitamente o i momenti duri. Indimenticabile è la piccola Anabasi da Vernasca a casa, nel gennaio del ’45, oltre quaranta chilometri a piedi nella neve alta, con poco da mangiare e le pattuglie nazifasciste in agguato.
Il ritorno al combattimento, la vittoria e il sol dell’avvenire negato nella lotta per i terreni demaniali esaurisconol’interesse narrativo dell’autore: siamo ormai giunti a tre quarti del libro. Il racconto del cursus honorum successivo (sindacato, partito, incarichi amministrativi) è quasi più un puntiglio del curatore: il vero Emilio torna, abbandonando però la struttura a brevi flash che l’ha fin lì contraddistinto, con il sogno finale – forse ingenuo ma contraddistinto dalla verve e dall’umorismo sottile che pervade tutto il libro.
Libro che, anche grazie alle moltissime illustrazioni e a una precisa e indispensabile appendice etno-militar-geografica, si rivela interessante e coinvolgente – per il lettore piacentino e bassaiolo sicuramente, ma anche per chi non è coinvolto emotivamente con i luoghi e/o i tempi narrati.
La cupola è solo un pretesto.
Come si forma, perché c’è, in che modo toglierla di mezzo: tutti argomenti che a King paiono importare meno del solito, tanto che spesso sembra dimenticarsela e nel finale la liquida in quattro e quattr’otto – non il solito tallone d’Achille di una conclusione mediocre, ma pagine (poche) in cui si percepisce il disinteresse dello scrittore. La cui attenzione è puntata su ben altro, come la tematica ecologista e l’osservazione di un microcosmo sociale. La prima resta sottotraccia ma è evidente nella struttura stessa della storia che viene raccontata, l’altra descrive l’involuzione di una piccola comunità in pericolo, pronta a legarsi mani e piedi a chi si dimostra più deciso e più forte facendo rispuntare lo spirito del branco.
Bene, se il tema è questo, com’è lo svolgimento? Irregolare: la scrittura di King porta comunque a voltare compulsivamente le oltre mille pagine, di momenti belli ce ne sono – più all’inizio che altrove -ma qua e là fanno capolino alcune lungaggini che allentano la tensione narrativa. Ad esse si aggiungono le forti somiglianze con ‘L’ombra dello scorpione’, che si possono ritrovare nella formazione delle squadre dei buoni e dei cattivi come nel fragoroso sottofinale (‘Cibolaaaa…’): l’autore dice di aver pensato alla cupola e di averne scritto il primo capitolo a metà degli anni settanta, proprio quando prendeva forma il primo romanzo voluminoso della sua produzione.
L’autore del Maine ci sa fare con le narrazioni corali, come testimonia l’insuperato ‘It’, ma questa volta il buco nella ciambella non è riuscito proprio rotondo, segnando un passo indietro rispetto al precedente ‘Duma Key’. Ciò non toglie che l’intrattenimento sia assicurato e il puro piacere della lettura sempre presente.
Cortile della Rocca Mandelli, Caorso, 28 maggio 2010.
Dana Fuchs (pronounced déina fiucs), chi era costei? Internet mi evita di star lì a ruminare e contribuisce all’autoassoluzione. Si può anche essere appassionati, ma non è così scontata la conoscenza di una cantante che ha fatto un disco solo in studio, sette anni fa, e poi si è dedicata all’attività dal vivo, al cinema (‘Across the universe’) e al musical (‘Live Janis’). E, visto che l’abbiamo evocata, parliamo subito dei paragoni con la Joplin, che viene tirata in ballo per ogni artista donna statunitense e bianca dotata di una gran voce. In questo caso il paragone regge, e la differenza che più colpisce sta nell’avvenenza fisica: i lunghi boccoli biondi e lo statuario fisico della Fuchs non ricordano di certo il brutto anatroccolo (ma anche il cigno, ascoltate ‘Pearl’ come compito a casa) del rock.
Comunque, conosciuto o sconosciuto che sia il nome in cartellone, il pubblico è accorso numeroso, con un’età media non certo bassa: potendo ragionevolmente escludere che Caorso sia un’enclave di cultori di rock-blues in salsa sudista, i confronti con le presenze alle manifestazioni monticellesi è doloroso (anche se il fatto che il concerto sia gratis aiuta).
Finite le precisazioni, possiamo tornare alla musica con una confessione: se l’esibizione si fosse mantenuta sui livelli dei primi tre brani, ci sarebbe stato da cascare in ginocchio sui sassi del cortile della Rocca di Caorso innalzando lodi al dio del rock’n’roll. » Read more: The Dana Fuchs Band
Lo scriba sa di chi è la colpa (e, se per questo, lo sa anche il suo pard). La pacifica vicinanza con i cesenati viene incrinata da questo bel tomo – cappellino e maglietta blu, bermuda grigio scuro, capello lungo e occhiali da sole – che si rivolge ai tifosi ospiti intonando canzoncine poco simpatiche. Grazie all’appoggio di cinque o sei compari, le provocazioni continuano fino allo scatenarsi del parapiglia, smorzato dagli steward prima e dalle forze dell’ordine (Guardia di Finanza?) poi. Per fare il cordone e creare una terra di nessuno, fanno slittare un po’ di gente di alcuni posti: fra di loro, anche chi scrive, che si guarderà il resto della partita con gli uomini in divisa al fianco e un po’ di problemi a vedere l’area alla sua sinistra. Quando, al momento dello spostamento, si palesa qualcuno un po’ alto in grado – o che, comunque, agisce da uomo al comando – gli si fa notare con tranquillità che i responsabili sono facilmente individuabili e la risposta lascia allibiti: anche loro sanno di chi è la colpa, ma gli ordini sono di non toccare nessuno. Lascio ai miei pochi lettori i compiti delle vacanze: in uno stadio inglese, come sarebbe andata a finire? Come mai in Italia la violenza negli stadi pare un male incurabile?
Altre considerazioni: » Read more: A tutta B 2009-2010 – 42^ giornata
Il Piacenza è salvo da una settimana, dopo la vittoria di Gallipoli. Il Cesena ha bisogno di vincere per andare in serie A, sperando in un passo falso del Brescia contro un Padova che si deve salvare. La partita va di conseguenza, condizionata dal gran caldo e dal gol che le rondinelle subiscono dopo due minuti. Gli ospiti attaccano senza particolare foga, con schemi anche ariosi ma che, a parte le accelerazioni di Giaccherini, paiono un po’ al rallentatore mentre Antonioli si gode un pomeriggio di assoluto riposo: l’unico tiro biancorosso è uno sfiatato tentativo di Guerra a metà secondo tempo e non centra neppure la porta. Puggioni si esibisce in qualche parata non troppo impegnativa, per il resto ci si difende con ordine, ma andare in avanti è un altro paio di maniche, con il solo Sambugaro che ci mette un accenno di grinta. Il tempo finisce con un nuovo boato della curva ospite per il secondo gol padovano, mentre il Piacenza comincia a perdere i pezzi: si fa male Rincon, come accadrà nella ripresa a Tonucci, Puggioni e Amodio, costringendo la squadra a finire in dieci. Dopo due minuti del secondo tempo, arriva il gol promozione. Su un lancio dalla trequarti, Puggioni esce in maniera scriteriata e Avogadri lo anticipa al limite dell’area: invece che a uscire, il colpo di testa del terzino è indirizzato verso il centro del campo dove Parolo aggancia e lascia partire un tiro che, deviato, vanifica l’affannoso recupero del portiere. Si potrebbe andare tutti a casa: infortuni a parte, nei minuti che mancano si possono ammirare solo un paio di belle parate di Bianchi che evitano il raddoppio ospite. Finale con festa per tutti, ma soprattutto per il Cesena quando la radio conferma la sconfitta bresciana a certificare un ritorno nella massima serie dopo vent’anni. Formazione: Puggioni 6 (60’ Bianchi 6); Avogadri 6, Rincon 6 (43’ Iorio 6), Tonucci 6 (57’ Capogrosso 6), Bini 6; Greco 6, Amodio 6, Sambugaro 6; Guzman 6, Cani 6, Guerra 6 Reti: 47’ Parolo
Di nuovo in paradiso, diciannove anni dopo. Quello era il Cesena di Edmeo Lugaresi e Marcello Lippi, a un certo punto rilevato dalla triade Lucchi-Ceccarelli-Batistoni, questo è il Cesena del presidente Igor Campedelli e di Pierpaolo Bisoli, l’uomo dei due miracoli di fila. » Read more: Cesena in paradiso dopo 19 anni (www.corrieredellosport.it)
Servono 47 minuti ai ragazzi di Bisoli per tramutare in realtà il sogno: dopo vent’anni, il Cesena torna in serie A. E lo fa senza passare per i playoff. Al Garilli i quasi ottomila al seguito della compagine romagnola impazziscono di gioia: non solo al gol promozione di Parolo che, al 2’ della ripresa, aiutato da una deviazione, supera Puggioni con un destro dal limite. » Read more: Parolo gol al Piacenza. Poi la radio (www.gazzetta.it)
E’ qui la festa. Preparativi dopo appena tre minuti, quando scoppia il boato per il gol di Di Nardo. Padova in vantaggio sul Brescia, al Cesena basta un pareggio per salire in A. La squadra di Bisoli fa di più per guadagnarsi il capolavoro. A Piacenza coglie il successo numero venti e timbra il visto promozione. Il gol di Marco Parolo al 2’ della ripresa dopo un primo tempo tanto fumo e poco arrosto davanti agli ottomila tifosi bianconeri arrivati per l’appuntamento con la storia. » Read more: Parolo firma il trionfo Scavalcato il Brescia! (www.tuttosport.com)
Festa bianconera al “Garilli” per il ritorno in serie A del Cesena dopo 19 anni. Giusto l’applauso per la giovane squadra di Bisoli, capace di centrare il secondo salto consecutivo, e per i suoi calorosi tifosi. Ma c’è un pizzico di invidia, per aver dovuto nuovamente sopportare le feste altrui in casa nostra. Non è un paradosso, ma il Piace di Massimo Ficcadenti avrebbe meritato la stessa festa da parte dei propri sostenitori, visto che la salvezza, in rimonta, conseguita con un turno d’anticipo è stata davvero un’impresa straordinaria.
«Una salvezza, la nostra, equiparabile ad una promozione – sottolinea Ficcadenti -, i ragazzi sono stati davvero splendidi, marciando a ritmo di play off ed incamerando, col sottoscritto in panchina, ben 44 punti. Poteva starcene anche qualcuno in più, ma va bene così». » Read more: Ficcadenti: “Il futuro ? Prima parli la societa’” (www.liberta.it)