Il Piacenza supera il Porto Tolle (1-0), decide Lisi (www.sportpiacenza.it)

Finalmente il Piacenza sfata il tabù Garilli (ancora inviolato nel 2015) e in un colpo solo lava via anche gli ultimi dubbi rimasti. La squadra di De Paola con la vittoria sul Porto Tolle sale al quarto posto in classifica e dimostra di avere le potenzialità per puntare alla terza o alla seconda piazza in chiave playoff. Tre punti meritatissimi quelli dagli emiliani, che nel primo tempo rischiano poco o nulla mentre nella ripresa annichiliscono gli avversari schiacciandoli nella propria trequarti campo. A decidere il match è una magia di Tiboni, che serve con un tocco delizioso la profondità di Lisi, l’esterno sinistro segna il gol vittoria e suggella una prestazione monstre fatta di accelerazioni, dribbling e assist. Nel finale Tiboni si divora il raddoppio, ma oggi va bene così, era importante vincere per passare i veneti in classifica e agganciare la quarta posizione, soprattutto era fondamentale fare la voce grossa in uno scontro diretto. Continua la lettura di Il Piacenza supera il Porto Tolle (1-0), decide Lisi (www.sportpiacenza.it)

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

(En duva satt på en gren och funderade på tillvaron, Swe/Ger/Nor/Fra 2014)

Spettatori all’interno di un cinema: perplessi. La citazione del film di Alexander Kluge è con molta probabilità più pertinente riguardo all’ermetico procedere di entrambe le pellicole – premiate a Venezia a distanza di quarantasei anni – che nei confronti del pubblico presente. Il quale, numeroso in maniera sorprendente, è sembrato tutt’altro che dubbioso nel proprio giudizio: chi dopo un’ora si è alzato e se ne è andato, chi ha tirato un rumoroso sospiro di sollievo ai titoli di coda, chi si è lasciato andare a giudizi poco lusinghieri (eufemismo) in modo che tutti sentissero.
Reazioni senza dubbio eccessive, ma comprensibili nel loro rifiutare un’opera estremamente concettuale e complessa che fa di tutto per prendere contropelo chi guarda: eccessivo, però, pare anche il Leone d’Oro assegnato a un lavoro di grande, quasi ipnotico rigore formale, ma che nell’ultimo terzo perde qualche colpo per voler troppo aggiungere o forse troppo insistere. Insomma, un classico film da festival che, grazie al premio, anche i comuni spettatori hanno potuto vedere: minacciosi fin dal titolo – i titoli troppo lunghi (questo ispirato a un quadro di Bruegel) sono spesso segnale di difficoltà in arrivo – questi circa cento minuti partono da una riflessione sulla banalità dell’esistenza e la sviluppano in un modo che si avvicina assai all’astrazione.
Eppure, attenzione: benché il tema e soprattutto il suo svolgimento siano quanto mai ardui e scostanti, per oltre un’ora Andersson riesce a farsi seguire senza che si avverta lo scorrere del tempo. Visto che si tratta di un film in cui, tanto per dirne una, non c’è un movimento di macchina, la capacità di mantenere l’attenzione sulla ripetitività del vivere quotidiano testimonia della qualità del lavoro del regista e sceneggiatore svedese. Continua la lettura di Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Damien Jurado: “Brothers and sisters of the eternal sun”

(Secretly Canadian 2014)

Nei trentacinque minuti scarsi del suo undicesimo lavoro in studio, Damien Jurado infilza un numero davvero notevole di spunti e sensazioni, tanto che solo i ripetuti passaggi consentono di cogliere molte sfumature. Del resto, l’ambizione non è poca: terzo tassello di una trilogia iniziata nel 2010, sempre con a fianco il produttore Richard Swift, e legato strettamente al precedente ‘Maraqopa’, il disco sviluppo il tema dell’uomo che si chiude la porta alle spalle per non tornare mai più immergendolo in un’atmosfera in cui la fede cristiana è fondamentale. Il risultato è un concept-album che risciacqua lo spirito folk del suo autore in un’attitudine progressive confermata, oltre che dall’idea di base e da molta della musica, anche da una copertina vagamente pinkfloyfiana, con il suo omino in piedi immobile davanti a una cupola di vetrocemento circondata dall’acqua.
Raccontata così e magari aggiungendo che Jurado ha fatto in pratica tutto da solo, la faccenda potrebbe anche preoccupare e invece il musicista originario di Seattle riesce a fondere i vari elementi mantenendo un profilo basso che gli fa evitare quasi del tutto il rischio di risultare tronfio o pretenzioso: l’unica scivolata in materia sono le campane che gonfiano in modo innaturale la già di suo innodica ‘Jericho toad’. Continua la lettura di Damien Jurado: “Brothers and sisters of the eternal sun”

Il Piacenza vince col Romagna Centro, decide Orlandi (www.sportpiacenza.it)

Un Piacenza corsaro se ne va con i tre punti dallo stadio Dino Manuzzi di Cesena. Basta un gol di Orlandi per conquistare il quinto successo esterno consecutivo, il quarto da quando c’è mister De Paola in panchina. I biancorossi hanno giocato bene nonostante le tante assenze, dimostrando di essere una squadra vera, a tratti piacevole, e capace di soffrire come la categoria richiede. Poco importa poi se il colpo di testa di Ridolfi si è stampato sulla traversa e il tiro di Lombardini ha scheggiato il palo alla sinistra di Tarolli, perché la fortuna bisogna essere bravi a farla fruttare. E in questo senso il Piacenza avrebbe potuto segnare altri gol a un Romagna Centro tutto fuorché arrendevole. Adesso, in vista della bella sfida di domenica prossima contro il Delta Porto Tolle, rimane solo il tabù del Garilli da sfatare, con l’opportunità di accorciare ulteriormente sulle prime posizioni. Da Correggio intanto arriva la notizia della vittoria dell’Abano sulla Correggese (2-3). Per il Piacenza, quindi, è ora di abbattere un totem negativo e ricorrente negli ultimi anni: la mancanza di continuità. Continua la lettura di Il Piacenza vince col Romagna Centro, decide Orlandi (www.sportpiacenza.it)

Birdman

(Birdman, USA 2014)

Il piano sequenza (quasi) unico con i diversi momenti temporali che sfumano uno nell’altro, i movimenti degli attori coreografati in maniera maniacale per riprese lunghissime, il realismo magico, i versi di Shakespeare in chiaro aggiunti alle eco di Macbeth in filigrana nonché un diluvio di citazioni accompagnate da virtuosistici movimenti di macchina: decidendo di riunire tutto questo in un solo lavoro, Iñárritu si espone a un coefficiente di difficoltà altissimo che porta l’esercizio a moltiplicare i rischi di sfracellarsi al suolo.
Invece, il regista di origine messicana conclude l’evoluzione in piedi, anche se l’impegno per riuscirci gli fa perdere di vista alcuni particolari, come i personaggi che di punto in bianco spariscono (anche uno importante come Mike) o un finale senza dubbio debole, ben al disotto del livello complessivo. Però è indubbio che si tratti di una scommessa vinta, anche se chi va al cinema solo per farsi raccontare una solida storia magari scapperà a gambe levate: il film cattura gli occhi a partire dalle perfette sequenze iniziali per poi proseguire unendo la sempre affascinante parte visiva con una maiuscola prova di attori complessiva.
Inevitabile che la parte del leone la faccia Michael Keaton nei panni di Riggan, un passato da star grazie al ruolo di supereroe (di cui al titolo) ma al presente impegnato a rifarsi una dignità d’interprete con un dramma teatrale che lui stesso ha tratto da Raymond Carver. Un egocentrico che non vede a una spanna dal proprio naso Continua la lettura di Birdman

Alan D. Altieri: “Sniper extreme – Victoria Cross”

Guarda 'Sniper Extreme: Victoria Cross' su aNobii ‘Segretissimo’ manda in edicola una nuova edizione della terza e, al momento, definitiva avventura dell’uomo d’acciaio Russell Brendan Kane in una veste riveduta e corretta – da parte dell’autore che la definisce ‘director’s cut’: qualcuno aveva messo mano al ‘montaggio’ delle precedenti versioni? – nonché integrata con nuove scene ed episodi.
‘Definitiva’ è un aggettivo che si attaglia a questa storia e non pare un caso che, pur girandoci in qualche modo attorno accennandone qua e là, Altieri non sia riuscito a darvi un seguito anche se l’uscita originaria risale ormai a oltre dieci anni fa: il libro chiude un ciclo percorrendo tutta la discesa senza speranza nell’orrore umano per giungere a un fosco (e bellissimo) finale di fuoco, acqua e metallo dal quale sarebbe molto difficile ripartire evitando stucchevoli ripetizioni.
L’intreccio è tipico dell’autore milanese: dietro alla follia e al fanatismo delle masse si muovono potenti burattinai che, spinti da interessi economici, non si fermano neppure davanti agli ettolitri di sangue per perseguire i propri interessi. A sbrogliare la matassa della violenza vengono spediti Kane e gli uomini del SAS (tra i quali il principe ereditario) con una spedizione dall’esito tragico che richiederà una tremenda vendetta. Il protagonista la persegue dopo aver riconsegnato il distintativo in un ingenuo tentativo di tornare alla vita normale che (per non farsi mancar nulla) lo costringe a un confronto con il proprio passato: nella lontana isola di Katawan, da qualche parte tra le Filippine e il Mar di Sulu, i morti si contano a decine di migliaia, ma anche la Scozia finisce per pagare un pesante tributo. Continua la lettura di Alan D. Altieri: “Sniper extreme – Victoria Cross”

Il Piacenza dilaga a Padova, 4-0 al San Paolo (www.sportpiacenza.it)

Tutto facile all’Euganeo di Padova. La squadra di De Paola, sempre più formato trasferta, asfalta il San Paolo per 4-0 e confeziona il terzo successo consecutivo in trasferta. I gol portano la firma di Lisi (doppietta e palma di migliore in campo), Montanari e Girometta. Praticamente mai in partita i padroni di casa che subiscono i biancorossi per 90 minuti e concedono due errori grossolani – con Zanetti e Masiero – in occasione del primo e terzo gol. È piaciuto il modulo 4-2-3-1, con Mauri avanzato a trequartista e un Girometta, da unica punta, che pressava a tutto campo l’incerta retroguardia di casa. Super anche Corso, due assist, ma è difficile trovare un biancorosso che abbia giocato male. Peccato solo per l’infortunio di Mauri – dolori alla schiena ma non sembra niente di grave – e per l’espulsione ingenua, per doppio giallo, di Tarantino avvenuta nel finale (86′) di una gara con più niente da dire. Continua la lettura di Il Piacenza dilaga a Padova, 4-0 al San Paolo (www.sportpiacenza.it)

American sniper

(American sniper, USA 2014)

In guerra, il cecchino è il combattente più odiato: un sentimento diffuso fra i soldati di ogni latitudine e credo che considerano la sua figura – pressappoco – come quella di un vigliacco che si nasconde e colpisce a tradimento. Pur conoscendone le idee politiche, ci si chiede perciò quali motivazioni abbiano portato lo zio Clint a buttarsi in un ginepraio ideologico simile dove – semplificando un po’ – il cecchino a stelle e strisce del titolo non è un figlio di buona donna (e, anche se lo fosse, sarebbe sempre il ‘nostro’ figlio di buona donna) mentre quello nemico, incarnato dal siriano ex campione olimpico Mustafà (Sammy Sheik), si attaglia perfettamente alla descrizione del ruolo.
E’ una delle ambiguità più evidenti di un film che non è certo tutto teso a glorificare l’interventismo statunitense, ma che a volte sembra alla ricerca di un impossibile equilibrio dando un colpo al cerchio e uno alla botte: da una parte c’è un nemico brutto, sporco e cattivo (oltre che spersonalizzato) a confronto dei ‘nostri ragazzi’ sempre pieni di etica guerriera se non di buone maniere, dall’altro si delinea l’idea sottesa che si tratti comunque di una guerra inutile e sbagliata che lascia pesanti segni sulla psiche una volta ritornati a casa – oltre che sui poveri iracheni, ma loro non contano. Una considerazione, quella riguardo alla guerra, che fa capolino solo a tratti nella sceneggiatura che Jason Hall ha tratto dalle memorie di Chris Kyle, il Navy Seal che è stato il più letale fra i cecchini della guerra in Iraq con uno sproposito di uccisioni certificate, oltre duecento: un texano dagli occhi di ghiaccio allevato da un padre solito a suddividere l’umanità fra leoni e pecore (Ben Reed in una scena terribile) e che imbraccia il fucile dopo l’attentato alle Torri Gemelle per andare ad ammazzare gente che con il 9/11 non c’entra nulla.
Un uomo tutto d’un pezzo nel senso deteriore dell’espressione Continua la lettura di American sniper

Caetano Veloso: “Abraçaço”

(Universal 2012)

Accompagnato da un piccolo gruppo di giovanissimi – insieme, i tre componenti la Banda Çe non raggiungevano la sua età al momento delle registrazioni – e prodotto dal figlio Moreno, Veloso mischia la scuola brasiliana di cui è un riconosciuto maestro con una serie di suggestioni provenienti dalla musica contemporanea grazie alle quali la tradizione viene sottoposta a una cura che la ringiovansce e le dà nuovo vigore.
Ne scaturiscono composizioni sovente ridotte all’osso e con spigoli inattesi, in cui, più che al rock in quanto tale (al netto dei assoli a volte furiosi di Pedro Sa) si guarda spesso al post-rock e alle influenze della musica nera. Ci sono, infatti, chitarre funky che spuntano qua e là e un brano come ‘Funk melódico’ che è proprio quel che promette nel titolo, con Veloso che rappa con lingua sciolta su un tappeto sonoro che pare fatto a Bristol alternandosi a uno dei momenti melodici più immediati dell’intero lavoro, appoggiato com’è su un curioso giro di valzer. Un tale tipo di alternanza è abbastanza diffusa nelle varie tracce: anche le due esibizioni chitarristiche di cui sopra sono in coda alla quasi omonima ‘Um Abraçaço ‘, che mette in mostra per il resto una notevole rotondità pop, e a alla malinconia accompagnata dall’acustica di ‘Estou triste’, sorta di Cohen dell’altro emisfero.
Del resto, in queste canzoni alle luci vengono preferite le ombre, rapprepesentate forse al meglio dal jazz in punta di spazzole di ‘Vinco’ – quasi sei minuti a mezza luce davvero incantevoli impreziositi da un bel ricamo di elettrica – ma che si diffondono anche nello svolgimento più tradizionale di ‘Quando o galo cantau’ e, soprattutto, in ‘Gayana’, sussurrato canto d’amore a firma Rogerio Duarte avvolto in un arrangiamento opportunamente brumoso.
Insomma tutto il contrario dell’altro pezzo non autografo, ovvero la trascinante ‘Parabens’ (di e con Mauro Lima) in cui l’asfissiante scansione ritmica (impreziosita da una chitarra funky) magari a mente fredda finisce per risultare un po’ insistita, ma ascoltando la quale è difficile tenere fermo il piedino. In fondo, queste variazioni di atmosfera e di influenze sono ben rappresentate già con l’apertura di ‘A bossa nova è foda’, titolo che tira un po’ a stupire, ma in cui Veloso inizia a mettere in mostra la sua duttilità vocale che poi dispiegherà per i restanti dieci pezzi alternando il tono suadente utilizzato nelle orecchiabili strofe a quello ruvido del grintoso ritornello (che ripete un concetto che significa, pressappoco, ‘la bossa nova è sfigata’).
Al confronto, è assai più tradizionale la dolceamara ’O império da lei’, mentre un caso a parte sono gli oltre otto minuti di ‘Um comunista’, racconto dolente della vita e della morte di Carlos Marighella, scrittore e politico vittima di quello stesso regime militare che costrinse Veloso all’esilio: una narrazione appassionata in cui la voce grave è accompagnata da una parte musicale essenziale che solo nel finale si arricchisce di una bella parte di elettrica. Forse la punta di diamante di un lavoro che conferma la vitalità di un autore che, passati i settant’anni, non ha nessuna intenzione di sedersi sugli allori.

Piacenza in ginocchio, al Garilli vince la Fortis 0-1 (www.sportpiacenza.it)

Il Piacenza è in ginocchio. Al Garilli vince di misura la Fortis Juventus con una rete di Cretella, i toscani giocano la loro onesta partita senza far vedere praticamente nulla e fortunosamente sbloccano e chiudono a metà della ripresa. Il problema vero è la squadra di De Paola, spolpa, priva di ogni contenuto tecnico, tattico e carismatico. A fine partita si assiste al solito film, con la tifoseria che chiede alla squadra di andare sotto ai Distinti a prendersi una sonora dose di fischi, i biancorossi però non ci andranno. Fuori la contestazione: gli obiettivi sono il direttore sportivo Bottazzi, De Paola e i dirigenti. Certamente tutti i cambi avvenuti da dicembre a oggi non hanno favorito il lavoro del tecnico, è altrettanto corretto dire che il Piacenza non è più la squadra di inizio stagione, ma contro la Fortis si è visto davvero poca roba.
De Paola deve fare i conti con le scorie e non sono bastate le due settimane precedenti alla partita per recuperare tutti gli effettivi: Volpe (squalificato) e Lisi (infortunato) sono in tribuna, Bertazzoli non è pronto per partire dall’inizio e Ruffini accusa un problema al tendine. De Paola allora sceglie une formazione inedita con cinque under al posto di quattro: Minasola in attacco con Tiboni e Orlandi, a centrocampo spazio a Tarantino, Mauri e Saber, in difesa c’è l’esordio di Rodolfo Cifarelli a sinistra con Zagnoni a destra e la coppia Colicchio-Di Maio nel mezzo. Continua la lettura di Piacenza in ginocchio, al Garilli vince la Fortis 0-1 (www.sportpiacenza.it)

The imitation game

(The imitation game, Gbr/Usa 2014)

Il racconto della vita breve e sofferta di Alan Turing ha cominciato a diffondersi negli ultimi anni al difuori degli appassionati di storia della matematica (o, quantomeno, dei matematici). Grazie anche alle informazioni scaturite dalla caduta dei segreti di Stato su Ultra, è stato dato il giusto risalto al ruolo che il suo brillante intelletto ha giocato nella storia dell’umanità, indirizzandone il corso almeno un paio di volte (l’esito e la durata della Seconda Guerra Mondiale, le basi dell’informatizzazione), e, allo stesso tempo, è stato sottolineato il trattamento ricevuto per la sua omosessualità da quel Paese che pure tanto gli doveva (nel Regno Unito essere gay restò un reato fino alla seconda metà degli anni Sessanta).
Alla parabola tragica della sua esistenza è ispirata la sceneggiatura che Graham Moore ha tratto da un libro di Andrew Hodges e che il norvegese Morten Tyldum ha messo per immagini: purtroppo il fatto che i due siano praticamente all’esordio (il regista è al suo primo film in inglese) finisce per farsi sentire, facendo sì che il risultato sia un solido racconto biografico che nel complesso non delude, ma che cade nella più classica trappola del genere, il desiderio di spiegare ogni cosa. Ne deriva un didascalismo che va a scapito di situazioni o scelte di realizzazione che sappiano sorprendere lo spettatore insaporendo la ricetta, tanto che è inevitabile pensare di trovarsi di fronte a un classico lavoro che aspira agli Oscar – molto inglese nella puntigliosa ricostruzione d’epoca, nonché nella scelta di ambientazioni e inquadrature – che finisce per basarsi più sull’ottima squadra di tecnici e sull’intensa partecipazione del cast che non sullo svolgersi della storia stessa.
Sono tre i piani temporali che si incrociano, seppure con differente peso specifico. Il motore del tutto sta, infatti, nella difficile, testarda ma alla fine vincente decrittazione di Enigma, la macchina di cifratura tedesca all’apparenza invincibile: vicenda a cui si alternano spezzoni della vita del giovane Turing al college, dove si rivela la sua omosessualità, e l’indagine che, all’inizio degli anni Cinquanta, lo porterà al processo e alla condanna. Continua la lettura di The imitation game

Andrea Vollman e Marco Crestani: “Freya e Vera, la forza delle donne”

Guarda 'Freya e Vera' su aNobii Nel diluvio di pubblicazioni uscite per il centenario, finirà per risultare ancor più invisibile questo piccolo libro che – scritto da appassionati e pubblicato da una minuscola casa editrice – guarda alla prima guerra mondiale da una prospettiva diversa e tutta femminile. Sono due donne, infatti, le protagoniste che si spartiscono queste pagine: gli autori hanno ricostruito la loro esperienza bellica basandola sui documenti storici e dando al racconto un tono di addolorata partecipazione che non lascia indifferenti.
L’italo-inglese Freya Stark opera come crocerossina sul fronte friulano, curando i feriti che arrivano a ondate specie quando sono lanciate le numerose, insensate offensive: i giorni passati a curare menomazioni dolorose anche per chi le assiste sono temperati da sporadiche uscite a contatto con la natura o nelle località vicine. Quando arriva Caporetto, tutto crolla rovinosamente e Freya, assieme al personale dell’ospedale, è costretta ad affrontare la ritirata con una piccola epopea sotto la pioggia percorsa per buona parte a piedi in mezzo al fango. Gli orrori della guerra e le poche parentesi per rifiatare sono raccontate seguendo il filo narrativo del diario della protagonista, in seguito divenuta famosa come esploratrice soprattutto in Medio Oriente.
Se, alla fine della ritirata, Freya ritrova vivi coloro che hanno condiviso con lei l’esperienza della guerra, più crudele si rivela il destino di Vera Brittain, alla quale il conflitto porta via il fidanzato (quasi subito, per mano di un cecchino sul fronte occidentale), alcuni amici e, infine, il fratello a cui è legatissima (sull’Altopiano di Asiago a nemmeno cinque mesi dall’armistizio): Continua la lettura di Andrea Vollman e Marco Crestani: “Freya e Vera, la forza delle donne”

L’amore bugiardo

(Gone girl, USA 2014)

Seguendo la sceneggiatura che Gillian Finch ha tratto da un suo romanzo, Fincher dimostra ancora una volta di saperci fare in materia di thriller e, anche se la claustrofobica angoscia di ‘Seven’ rimane lontana, dirige un ottimo film che coinvolge lungo le sue due ore e un quarto di durata malgrado la storia sia all’apparenza esile assai. La buona riuscita è dovuta con ogni probabilità al fatto che il racconto vada ben al dilà di uno svolgimento noir: dopo la trasferta in terra svedese di ‘Uomini che odiano le donne’, il regista torna a concentrarsi sulle magagne della società di casa sua, dove l’ipocrisia la fa da padrona a partire da un’istituzione familiare ormai in crisi.
L’incontro con Amy (Rosamund Pike), bella figlia della upper class di New York, sembra a Nick (Ben Affleck) l’inizio di un sogno d’amore forse inatteso, ma che, comunque, lo coinvolge totalmente: dopo il matrimonio e lo spostamento nel Missouri di cui lui è originario, il bel quadretto va però in frantumi a causa di una convivenza sempre più difficile e litigiosa finchè un bel giorno Amy scompare. Il primo indiziato finisce per essere ovviamente Nick: accusato dal diario lasciato dalla donna, che ne rivela il tradimento, si ritrova contro gli indizi e le circostanze finendo dritto nel mirino dei media a caccia di sensazioni forti, tanto che dalla sua parte restano solo la sorella Margo (Carrie Coon) e i dubbi dell’ispettore Boney (Kim Dickens) che segue il caso (anche la giustizia statunitense non ci fa una gran figura, tra indagini frettolose e conflitti di competenza).
Proprio quando tutto sembra indicare una direzione, la storia però si sdoppia iniziando a indagare la personalità di Amy, che si rivela ben diversa da quella che si è mostrata fino a quel punto. Comincia così una serie di colpi di scena che arrivano a coinvolgere anche una vecchia fiamma di lei (Neil Patrick Harris) e che non si possono raccontare: in ogni caso, tutti conducono a un certo qual riavvicinamento tra i due sposi fino a un’ultima inquadratura che si rispecchia nella prima e regala un gelido brivido di inquietudine. Continua la lettura di L’amore bugiardo

Statuto: “Un giorno di festa”

(Le foglie e il vento 2013)

Trent’anni di carriera e di coerenza, si tratti di stile di vita (per i pochi distratti, si sta parlando di cultura Mod), o di scelte musicali (uno ska che arriva nediato dalle isole britanniche, ma anche una bella dose di northern soul e una notevole quantità di orecchiabilità tutta italiana): questo sono gli Statuto che festeggiano la ricorrenza con il loro dodicesimo album in studio. ‘Un giorno di festa’ non è forse il migliore del lotto – almeno per me ‘Sempre’ gli è superiore – ma è comunque una notevole raccolta di canzoni divertenti e in bello stile (ovviamente) che ribadiscono la bravura e l’immediato appiglio del gruppo torinese in cui il ritorno di Alex Loggia alla chitarre ha aumentato il tasso di grinta.
Tenendo fede a un’altra tradizione, il disco parte alla grande con il brano che gli dà il titolo in cui un piacevole tiro rock sostiene una brillante struttura pop corroborata dai fiati mentre il testo si incarica di introdurre una nota agra (si parla di padri e figli disoccupati) in contrasto con l’allegria della musica. Sullo stesso livello si pone una ‘Invisibile’ venata di soul, laddove invece ‘Rudy playboy’ (cover di ‘Rudi’s in love’ di Norman Hayes) è una sorta di divertimento che celebra con affetto l’ex bassista Rudy Zerbi assurto alla gloria televisiva. Continua la lettura di Statuto: “Un giorno di festa”

Mezzolara-Piacenza: 1-2, decide Ruffini al 95′ (www.sportpiacenza.it)

E alla fine arriva Ruffini. Il Piacenza espugna Budrio all’ultimo dei cinque minuti di recupero con una zampata del suo difensore, ribaltando l’iniziale svantaggio in seguito al gol rocambolesco di Orlando. Impresa che acquisisce ancora più valore se si considera che i biancorossi hanno giocato venti minuti in inferiorità numerica dopo l’espulsione di Lisi, cacciato dall’arbitro Siciliani per doppia ammonizione. Di rara bellezza il momentaneo pareggio di Tiboni, al secondo gol in campionato, una prodezza che suona la carica ai ragazzi di De Paola che fino a quel momento avevano faticato non poco a rendersi pericolosi in avanti e, anzi, pochi minuti prima avevano rischiato di capitolare quando Macagno centrava in pieno la traversa. Nonostante l’avvio di gara sottotono, dopo questa vittoria contro il Mezzolara il Piacenza si scopre capace di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Peccato solo per l’infortunio a Volpe, che dopo soli 18′ minuti ha dovuto gettare la spugna per una distorsione alla caviglia e lasciare il posto a Orlandi. In classifica ora i biancorossi sono quinti a -1 dal Delta Porto Tolle, sconfitto per due a zero dal San Paolo Padova. Continua la lettura di Mezzolara-Piacenza: 1-2, decide Ruffini al 95′ (www.sportpiacenza.it)

Per i tifosi del Piace i tempi sono sempre duri …