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Francesco Guccini: “Guccini”

11 agosto 2010

(EMI 1983)


Quando un autore, a un certo punto della sua carriera, se ne esce con un disco omonimo – o quasi, come in questo a caso – è sovente perché è alla ricerca di nuovi stimoli o, forse, di un nuovo inizio. Anche per Guccini la regola è confermata: al cambio in cabina di regia, Fantini definitivamente al posto di Farri, si aggiunge il formarsi band stabile e dall’impronta ben precisa, che poi diventerà inseparabile accompagnamento in studio e dal vivo.
Così, in questo disco le musiche sono altrettanto importanti rispetto alle parole, dando alle canzoni un equilibrio che ne esalta i momenti migliori e riesce a far passare in secondo piano le rare cadute di tono. Ad esempio, il brano che convince meno, ‘Gulliver’, è però sostenuto da un lavoro di chitarra che si spinge fino all’assolo: del resto, ogni pezzo è caratterizzato da uno o più strumenti – ‘Autogrill’ dal sassofono, ‘Argentina’ dal piano via via fino ai fiati della conclusiva ‘Gli amici’.
Di suo, il Maestrone ci mette, proprio in apertura, ‘Autogrill’ e potrebbe anche bastare, con quella sua atmosfera sognante e irreale così anomala rispetto al resto della sua produzione; è curioso poi che anche l’altro vertice del disco sia un brano fuori dal normale canone gucciniano, quella ‘Shomèr ma mi-llailah?’ ispirata ad Isaia e con qualche eco di De Andrè.
Al termine de ‘Gli Amici’, divertita e divertente anche grazie a un accompagamento un po’ dixie e un po’ (tanto) orchestra di liscio, ci si accorge che queste sei canzoni sono durate solo trenta minuti: per intensità e capacità di coinvolgere, non certo per noia, paiono molti di più.

Eppur si muove 10 – Prima serata

7 agosto 2010

San Nazzaro d’Ongina, 30 luglio 2010 – Festa dello Sport

Serata anomala, quella che inaugura la quarta edizione di ‘Eppur si muove’ contest della Bassa Piacentina per band emergenti. Anomala prima di tutto perché si svolge quattro settimane prima delle altre due, programmate per il fine settimana del 28 e 29 agosto. Poi per il luogo in cui ha luogo, per la prima volta alla ‘Festa dello Sport’ di San Nazzaro mentre il resto della manifestazione va in scena alle paratoie di Isola Serafini. Infine per il clima, che, a dispetto del calendario, dispensa umidità pungente senza dimenticarsi un paio di spruzzate di pioggia.
Neppure la struttura della serata è perfettamente in linea, con un antefatto e una coda praticamente imposti dal padrone di casa, il patròn dell’ U.S. Sannazzarese Massimo Berni, mentre lo spazio lasciato ai musicisti locali (o del circondario) va un po’ a scapito della qualità complessiva. Continua a leggere: Eppur si muove 10 – Prima serata

Bettye LaVette: “Interpretations: The british rock songbook”

5 agosto 2010

(Anti/Epitaph 2010)


Come ben descritto nel libretto, il rock britannico non fa parte dell’educazione sentimentale di Bettye LaVette. Così la cantante – giunta a una meritata fama dopo una lunga ma assai oscura carriera – ha potuto avvicinarsi a questa musica di bianchi per i bianchi con orecchie vergini e scegliere i brani che sentiva più vicini, senza badare alla più o meno meritata fama. Brani che poi sono stati personalizzati nella struttura, nelle liriche e, ovvio, negli arrangiamenti così da dar vita ad un disco coeso, intriso di soul e rhythm’n’blues tanto da far dimenticare le firme sotto le canzoni.
Si parte subito con ‘The word’ dei Beatles riletta con aggressività funk, unico brano con la claptoniana ‘Why does love got to be so sad’ a tenere alto il ritmo. Se si eccettua anche ‘It don’t come easy’ più r&b dell’originale, Bettye pare prediligere le ballate, più o meno rallentate, in cui esalta un’interpretazione che sa essere aspra ma capace di grande emozione. Il tutto asciugando qualsiasi orpello ai pezzi più enfatici, vedi ‘Don’t le me be misunderstood’ o ‘Wish you were here’: solo con ‘Nights in white satin’ l’operazione risulta impossibile e così ci viene regalata una grande versione accompagnata da archi incalzanti.
I violini e anche i fiati – che aiutano a trasfigurare ‘Salt of the earth’ dagli Stones a Otis Redding – sono nel complesso in minoranza: nel resto del programma spicca l’ottima band che accompagna Bettye, con menzione speciale per la chitarra di Shane Fontane che ruberebbe spesso la scena, non fosse questa occupata da una voce difficile da dimenticare.

Eli ‘Paperboy’ Reed & The True Loves: “Roll with you”

25 luglio 2010

(Q Division 2008)


Va bende, diciamo che Eli Husock è un fan di, facendo un nome fra i tanti, James Brown – in ‘The satisfier’ manca solo che si metta a strillare ‘ghiròppa’. Che significa? Anche a me piace Il Padrino del Soul, ma mica sono capace di scrivere ed interpretare un disco come questo, che sarà derivativo fin che vi pare, ma che trascina e appassiona dall’inizio alla fine.
Con l’aiuto di una band giovane di età ma di grande impatto e su cui brillano fiati a volte irresistibili, Eli ci accompagna in un intrigante giro di giostra fra rhythm’n.blues e soul: non è un disco perduto alla Stax nel ’67 – come da sorridente campagna di lancio – ma al confronto non sfigura di certo. Benché nativo del Massachussetts, il nostro insinua un tono sudista nel suo cantato (se no, che disco Stax sarebbe?) interrotto da improvvise grida e un accenno di falsetto alla Little Richard.
Sin dall’iniziale ‘Stake your claim’ ci si lascia volentieri coinvolgere da questi brani, ad esempio, e solo per citarne una, da una ‘Take my love with you’ di irresistibile appeal; di livello solo leggermente inferiore, forse a causa di una voce non adattissima, le ballate strappacuore (o altro?) disseminate qua e là,anche se fa piacere lasciarsi cullare dall’intensa atmosfera di una ‘(And I Just) Fooling myself’. Appena svanite le note dell’ossessiva ‘(Doin’ the) Boom boom’ viene voglia di rimettere dall’inizio questi trentacinque minuti di puro divertimento, e penso non ci sia merito migliore per un lavoro del genere.
Ah, già: Eli è bianco.

Francesco Guccini: “Stanze di vita quotidiana”

1 luglio 2010

(EMI 1974)


Se ogni artista ha un lavoro che considera un po’ la sua pecora nera, questo è quello di Guccini, che ne visse la faticosa lavorazione come un contrasto infinito con il produttore Pier Farri.
Compagno di viaggio fino a quel momento, Farri infila nel disco ogni sorta di strumento – oltre a quelli tradizionali, si possono sentire clavicembalo e marimba, xilofono e tablas, percussioni assortite e di certo altro che mi sono perso – esagerando il lodevole proposito di dare una veste sonora dinamica ai lunghissimi testi gucciniani.
I sei brani superano tutti i sei minuti eccetto uno, mentre la conclusiva ‘Canzone delle situazioni differenti’ trascina il suo dolente ‘diario di viaggio’ per oltre nove minuti: l’autore modenese è qui più cantastorie che cantautore, impegnato a raccontare un momento di passaggio tra due stagioni della sua esistenza. Il rimpianto per ciò che è stato e non sarà più è forte nella celeberrima ‘Canzone delle osterie di fuori porta’ e nel folk-rock della successiva ‘Canzone della triste rinuncia’, mentre ovunque si diffonde uno sguardo amaro sulla dura realtà della vita senza più le illusioni della giovinezza. Solo qualche sprazzo d’ironia – come nella ‘Canzone delle ragazze che se ne vanno’, accompagnata tra l’altro da una bella linea di chitarra – rischiara talvolta l’atmosfera in canzoni che non trasmettono certo allegria.
Che sia un disco difficile è testimoniato anche da alcune scelte musicali: l’alternanza di archi e momenti ritmici in ‘Canzone della vita quotidiana’ non cela le somiglianze con ‘Asia’ mentre la ‘Canzone per Piero’ sembra anticipare soluzioni che troveranno piena forma in ‘Eskimo’.

Adam Green: “Minor love”

27 giugno 2010

(Rough trade 2010)


Visto da lontano, Adam Green potrebbe destare sospetti, con quella sua iperprolificità che lo ha portato a sfornare sei album prima dei trent’anni – senza stare a contare i lavori con i Moldy Peaches. L’ascolto di questo disco però fa immediatamente cambiare idea: quattordici canzoni in poco più di mezzora che paiono riassumere una bella fetta di storia del cantautorato (più o meno rock) a stelle e strisce.
Il primo nome a venire in mente, per atmosfera generale e anche per l’immagine di copertina, è Lou Reed, ma le ispirazioni sono millanta e comunque trattate con buona personalità. Oltre a suonare tutti gli strumenti, Green canta con bella voce da crooner alternando le atmosfere più intimiste o magari oscure a momenti più spensierati o grintosi.
E’ veramente difficile citare un brano piuttosto che un altro. Da una parte ci sono le ballate, come quelle che aprono – ‘Breaking locks’ – e chiudono il lavoro – ‘You blacken my stay’ – ma anche il tocco noir di ‘Boss inside’, che qualche debito con Leonard Cohen ce l’ha; dall’altra, l’accattivante incedere pop di ‘Give them a token’ e ‘What makes him act so bad’, più le improvvise deviazioni come le chitarre fuzz di ‘Oh shucks’ e il Beck sotto mentite spoglie di ‘Lockout’.
Come appare chiaro, la varietà non manca mentre il livello qualitativo rimane sempre alto a testimonianza di un momento creativo felice: si tratterà anche del disco della maturità, ma a patto che non si intenda il termine come sinonimo di pensosità o – peggio – immobilità.

The Dana Fuchs Band

2 giugno 2010

Cortile della Rocca Mandelli, Caorso, 28 maggio 2010.

Dana Fuchs (pronounced déina fiucs), chi era costei? Internet mi evita di star lì a ruminare e contribuisce all’autoassoluzione. Si può anche essere appassionati, ma non è così scontata la conoscenza di una cantante che ha fatto un disco solo in studio, sette anni fa, e poi si è dedicata all’attività dal vivo, al cinema (‘Across the universe’) e al musical (‘Live Janis’). E, visto che l’abbiamo evocata, parliamo subito dei paragoni con la Joplin, che viene tirata in ballo per ogni artista donna statunitense e bianca dotata di una gran voce. In questo caso il paragone regge, e la differenza che più colpisce sta nell’avvenenza fisica: i lunghi boccoli biondi e lo statuario fisico della Fuchs non ricordano di certo il brutto anatroccolo (ma anche il cigno, ascoltate ‘Pearl’ come compito a casa) del rock.
Comunque, conosciuto o sconosciuto che sia il nome in cartellone, il pubblico è accorso numeroso, con un’età media non certo bassa: potendo ragionevolmente escludere che Caorso sia un’enclave di cultori di rock-blues in salsa sudista, i confronti con le presenze alle manifestazioni monticellesi è doloroso (anche se il fatto che il concerto sia gratis aiuta).
Finite le precisazioni, possiamo tornare alla musica con una confessione: se l’esibizione si fosse mantenuta sui livelli dei primi tre brani, ci sarebbe stato da cascare in ginocchio sui sassi del cortile della Rocca di Caorso innalzando lodi al dio del rock’n’roll. Continua a leggere: The Dana Fuchs Band

Vic Chesnutt: “At the cut”

28 maggio 2010

(Constellation 2009)

Mentre dalle casse uscivano le cupe note dell’iniziale ‘Coward’, mia figlia, che passava di lì, si è fermata un attimo ad ascoltare e poi ha commentato: “Che musica tragica!”.
In effetti, l’ascolto di un disco di Chesnutt non è mai un balsamo per l’anima e questo non fa eccezione: impressione che il suicidio del cantante e autore statunitense avvenuto il giorno di Natale del 2009 (‘come in un libro scritto male’…) non può fare a meno di accentuare. I toni carichi del primo brano ne sono degna introduzione, anche se è vero che la canzone non è del tutto in sintonia con il resto del programma, nata com’è per una colonna sonora e contrassegnata dal robusto intervento dei molti musicisti di casa Constellation (Silver Mt. Zion, Godspeed You eccetera) che bazzicano in questo cd. Altrove i toni sono meno enfatici: a parte la ruvida ‘Philip Gutson’, gli interventi esterni sono limitano le invasioni di campo: accompagnano con delicatezza le orecchiabili ‘Chinaberry tree’ o ‘Flirted with you all of my life’ – in cui, però, ‘you’ è la morte – e lasciano spazio al canto più lirico e intimista in sommesse ballate come ‘When the bottom fell out’ e la rievocazione dei ricordi d’infanzia di ‘Granny’.
Il segno di Chesnutt è in ogni caso ben distinguibile: il racconto dell’esistenza filtrata attraverso uno sguardo ora triste ora amaramente ironico, le sensazioni dolenti che si intravedono anche dietro le melodie più solari e la voce non bella, a volte aspra ma che riesce a toccare l’animo di chi ascolta in profondità. Rimettere il disco dall’inizio non è sempre facile, ma ogni volta si scopre che ne vale la pena.

Wilco: “Wilco (The album)”

22 aprile 2010

(Nonesuch 2009)

Mi si perdoni l’abusata metafora: con questo disco – forse non a caso eponimo, o senza titolo che sia – i Wilco riportano tutto a casa. Dopo una carriera passata prima a dare nuova vita alla musica Americana e poi a dilatarne le prospettive in maniera inaspettata, Jeff Tweedy (e soci) danno alle stampe un album che, pur non rinunciando alle deviazioni (‘Bull black nova’), assume ben presto i controrni del ‘classico’. Ascoltando la sorridente spensieratezza dei brani più ritmati – a partire da quello iniziale ed eponimo (o senza titolo che sia) che offre una spalla sonica su cui piangere – oppure l’avvolgente calore di quelli lenti, magari con l’aiuto dell’organo di Garth Hudsono come in ‘Solitarire’, non si può non pensare che siano frutto, anche e soprattutto, della situazione interiore pacificata del loro autore.
Il risultato è una collezione di belle canzoni – ‘I’ll fight’ aggancia l’ascoltatore al primo arpeggio di acustica – abilmente variate e suonate benissimo, con le chitarre in evidenza e le tastiere a costruire la giusta ambientazione. Le mille influenze si fondono, si va da Tom Petty a Jackson Browne a tanti altri, con qua e là un retrogusto di E.L.O (o quanto meno di Jeff Lynne, tanto che viene in mente un altro lavoro di sintesi, seppure con qualche annetto sulle spalle, come i Traveling Wilburys).
A voler proprio cercare il pelo nell’uovo, ci si potrebbe lamentare dell’esile duetto con Feist in ‘You and I’, ma alla fine l’unico aspetto davvero criticabile del disco è la copertina: il dromedario con la crestina rosa piazzato sul terrazzo sarà anche sembrata un’idea simpatica, ma il gusto resta discutibile.

The Black Heart Procession: “Six”

13 aprile 2010

(Temporary residence 2009)

Forse la primavera non è un momento che spinga ad accodarsi alla Processione, ma questa stagione sbilenca rende più facile entrare in sintonia con le oscure atmosfere evocate dalla coppia Jenkins-Nathaniel.
Aperto e chiuso da ‘When you finish me’ e ‘Iri sulu’ – ballate pianistiche dall’andamento circolare – il disco che segna il ritorno al semplice titolo numerale si snoda lungo i consueti territori cupi e malinconici, ma la continua variazione di toni consente di evitare qualsiasi rischio di monotonia. Se al centro del programma c’è la quasi immobile, angosciata (e angosciante) ‘Drugs’, altrove i ritmi si fanno sostenuti, come ad esempio in ‘Witching stone’ – appoggiata su di un accattivante giro di basso – in ‘Forget my heart’ e nel singolo ‘Rats’, che presenta un andamento più nervoso ed aggressivo. ‘Heaven and hell’ digrada da quest’ultima verso ‘Drugs’ ma, più che i Tindersticks, ricorda il Nick Cave meno pacificato, mentre, verso la fine, si segnala ‘Suicide’, distorta nei ritmi e filtrata nella voce, e non si capisce se è uno scarto salutare o un corpo estraneo.
In ogni caso, su tutto si stende un clima ombroso e vagamente malevolo costruito con pochi strumenti e segnato dal suono del violino mentre il crooning profondo – a parte l’eccezione prima segnalata – narra storie di morte e di sconfitta per un immaginario che più nero non si può.

Rufus Wainwright: “Want two”

7 aprile 2010

(Geffen/Dreamworks 2004)

Come si può brillantemente dedurre dal titolo, la prosecuzione e il completamento dell’appena precedente ‘Want one’. La sua parte femminile, forse: una grafica di copertina analoga ma in fucsia anzichè blu scuro, il travestimento da Ofelia morente al posto di un tenebroso cavaliere, una parte musicale forse meno appariscente ma comunque grondante pathos – per dire, il programma inizia con una ‘Agnus Dei’ (autografa) in latino…
Il buon Rufus viaggia sempre con la testa voltata all’indietro: questa volta, dalla tradizione classica non arriva più il ‘Bolero’ di Ravel ma a sostituirlo c’è il sempre vivo amore per i Lieder, mentre restano intatti la devozione per il musical e le orchestrazioni retrò. La parte pop, abbandonate le avvolgenti magniloquenze di una ‘Oh, what a world’, è limitata alla sola ‘One you love’, brano più diretto e veloce che rimane subito nella memoria e vale quasi da solo il prezzo del biglietto. Il resto lo fanno le intime torch-songs che l’autore sembra preferire, la bella voce accompagnata con discrezione da piano e archi: ‘Peach trees’, ‘This love affair’ e via ammaliando, fino al ricordo, sofferto e dolente, di Jeff Buckley intitolato ‘Memphis skyline’.
A parte ‘The art teacher’ – in terza persona e registrata dal vivo – i temi trattati sono sempre personali, tra amori finiti e la richiesta di essere solo un artista, non un icona (gay, of course): uno dei pochi appunti che si possono fare al disco è una grafica non chiara che rende difficoltosa la lettura dei testi.
Al buon risultato complessivo collaborano numerosi musicisti di vaglia, incluse le voci di mamma Kate McGarrigle, in un brano, della sorella Martha, spesso e volentieri, e di Antony nella conclusiva mini-suite di ‘Old whore’s diet’.

John Mellencamp: “Life death love and freedom”

27 marzo 2010

(Hear music 2008)

‘La vita è breve, anche nei giorni più lunghi’: il primo ritornello detta la linea dell’intero album. Nel corso degli anni, Mellencamp è stato attento cantore di istanze sociali nonché abile narratore di sé e del mondo che gli gira intorno: raggiunta la soglia dei cinquantasei anni – al momento delle registrazioni – l’attenzione si sposta quasi con naturalezza sulla vecchiaia e sulla morte.
E’ soprattutto quest’ultima la protagonista di questo disco aspro nei suoni e nelle parole, in cui qualcuno ha voluto vedere il ‘Nebraska’ dell’artista dell’Indiana. Il paragone è un po’ campato in aria, o meglio sull’atmosfera del disco: la scorticata bellezza del capolavoro springsteeniano è abbastanza lontana da una musica mediamente più corposa e che non disdegna di affondare le radici ora in questo, ora in quel terreno della tradizione statunitense. C’è parecchio Dylan nei pezzi basati su voce e chitarra, ma non mancano il country in ‘Troubled land’ o un certo rock’n’roll più o meno delle origini tra ‘My sweet love’ e ‘Jena’.
Riflessioni sulla fine vicina, elegie di giorni di gloria ormai passati e ritratti di scorbutici personaggi come ‘John Cockers’: l’intero programma non presenta cadute di tono andando a costituire uno dei capitoli migliori nell’ormai abbondante discografia del suo autore. Un disco che si fa riascoltare con piacere, anche se l’allegria non è di casa e i ganci latitano anche nei brani più costruiti.

Deportivo La Bonissima + Padma Dissonante + Lena’s Baedream

14 marzo 2010

CDP Style, Monticelli d’Ongina, 5 marzo 2010.

Andare ad un concerto rock a piedi. Non è solo per provare una nuova sensazione che mi avvio verso l’ex cinema ‘Arcobaleno’ – in cui non entro da quando era per l’appunto ancora cinema – ma l’impressione è comunque inconsueta. Il freddo che tocca affrontare è nulla rispetto alla precedente occasione abortita per neve in dicembre, ma è una delle seccature che faranno il possibile per rovinare (non riuscendoci) la serata.
Le grandi sono essenzialmente due, e si parta da quelle (via il dente, via il dolore). La prima a manifestarsi non è musicale: si tratta del gap – sarebbe meglio dire: baratro – generazionale. Non è una sorpresa che gran parte dei presenti possano essere miei figli, è strano e fastidioso che le classi meno giovani brillino per assenza: trentenni pochi, quarantenni e oltre uno solo (penso). Capisco che il cartellone sia poco altisonante e forse anche poco pubblicizzato – ma almeno per i rockofili nativi la presenza avrebbe significato poca fatica e pure poca spesa.
Il secondo problema riguarda invece la musica: io e i ragazzini siamo costretti a sopportare un’acustica tremenda, o quantomeno inadatta all’impatto sonoro. La conformazione dei luoghi non aiuta –il bancone del bar puntato verso il palco accorcia la platea/pista con uno scomodo ingombro – e si ha l’impressione che al mixer debbano fare i salti mortali per evitare che il suono si riduca a una massa informe scaraventata in fronte al pubblico. Malgrado vari spostamenti alla ricerca dell’angolazione migliore, toccherà accontentarsi lungo tutta la serata – con alcuni momenti più difficili degli altri.
Sono le undici quando viene tolta la musica di riempitivo e salgono sul palco i Lena’s Baedream, quintetto di Parma già celebrato da queste parti. Mi alzo dalla seggiola su cui sto in paziente attesa, e così pochi altri – che ci siano più avventori che appassionati? – mentre il suono della band arriva potente ma da calibrare. Nei primi due brani risulta quasi inudibile la voce, ed è un guaio perché Cristian Ferrari è bravo, poi i canali si mettono un po’ a posto e ci si può godere il ‘work in progress’. Sì, perché si tratta del primo concerto basato sul nuovo lavoro in uscita: sbavature ed inciampi, entrambi inevitabili, sono comunque compensati dalla buona attitudine e da un suono live che risulta assai più aggressivo di quanto sia su disco. I decibel oscurano l’anima pop del gruppo, che però non rinuncia a variare le atmosfere e a spruzzare il tutto con un tocco di elettronica che sembra preannunciare quella prova metronomica auspicata dal chitarrista Nicola Briganti dopo l’esibizione, definita senza mezzi termini come ‘numero zero’.
La chiacchierata e una birra aiutano a far passare il tempo necessario per il cambio palco. I Padma Dissonante mi sorprendono vicino al bancone e il loro primo pezzo, la cosa più rock’n’roll della serata, mi costringe a tornare sui miei passi (va bene, lo confesso, ci fosse la possibilità di vedere i Blasters dei tempi d’oro, ci andrei anche in ginocchio). L’aggettivo della ragione sociale non è però messo a caso. Col succedersi dei pezzi, il suono si fa variato: a momenti più lineari – che possono giustificare la definizione di ‘Afterhours della bassa’ – se ne succedono di più spigolosi e/o obliqui, che risultano anche essere i più interessanti. Un bel concerto, con l’unica pecca della voce di Marco Satta a volte amplificata ai limiti del fastidio, ma di questo non si può dar certo la colpa al gruppo.
Prima dell’ultimo brano, avviene la consegna del premio della critica risalente a ‘Eppur si muove’ del 2008, e così scopro perché l’agitarsi del batterista mi ricorda qualcuno. Allora la denominazione era ‘Dissonante orchestra dei pupazzi di pezza’: ricostruire le traversie che legano i due nomi sarebbe troppo lungo, basti qui sapere che l’esibizione attuale è parsa assai migliore – in un certo senso più a fuoco – così da risultare probabilmente la migliore della serata.
Infine, all’alba dell’una di notte, salgono sul palco i padroni di casa del Deportivo La Bonissima. Il cantante Davide Tosoni si presenta al pubblico sfoggiando il suo abbigliamento da Lenin-sul-treno-dalla-Germania (ma ben presto resta solo il cappellino) mentre la platea viene popolata dallo zoccolo duro dei fans. I DLB preferiscono lo spadone al fioretto e partono di conseguenza: chitarre all’assalto e ritmica a costruire un muro di suono. Davanti a loro si scatena un piccolo pogo scrutato con occhio truce dalla security ingiubbottata, ma ben presto la situazione si normalizza. Sul palco, invece, si continuano a macinare decibel, per cinquanta minuti di grande energia ed adrenalina, spezzati solo dal cazzeggio con il pubblico. I fronzoli sono ridotti a qualche inatteso ricamo chitarristico mentre Davide si inerpica a forza di polmoni per far arrivare a chi ascolta i testi politicamente coscienti. Benché il genere non sia esattamente il mio preferito, lo spettacolo che ne scaturisce risulta divertente ed elargisce buone vibrazioni, degna conclusione di una bella ed intensa serata di musica rock.

Deftones: “Deftones”

20 febbraio 2010

(Maverick 2003)

Un mio prozio, quando capitava che gli facessi subire un qualche urlatore – non particolarmente fastidioso, anche Springsteen, per dire – scuoteva la testa e mormorava ‘puarèn, stâl mia bèn?’ (‘poverino, non sta bene?’, per i non piacentini). La frase mi torna alla memoria ogni volta che mi capita di sentire qualcuno che più che cantare, vomita nel microfono, come succede a Chino Moreno nell’iniziale ‘Hexagram’, violentissimo biglietto da visita del quarto album del gruppo californiano.
Fortunatamente, nei brani successivi le corde vocali vengono sistemate e i pezzi, pur sempre minacciosi, si fanno assai più godibili – o sopportabili, a seconda dei punti di vista. La tensione va calando col passare dei minuti e si passa da riff massicci e sezione ritmica rombante ad atmosfere più malsane o evocative: però, al terzo posto della scaletta è piazzata ‘Minerva’, solida ballatona intrisa di decibel.
Tutte condizioni che regalano buone sensazioni durante un ascolto a volume sostenuto, ma che non riescono a mascherare una certa monotonia di fondo legata alla struttura fondamentalmente metallica del disco, senza gli scarti improvvisi e gli spunti anche imprevedibili che rendevano assai più sfaccettato ed interessante – in una parola: bello – il precedente album ‘White pony’.

Fine Before You Came: “Sfortuna”

6 febbraio 2010

(La tempesta 2009)


Un disco introverso, questo terzo lavoro dei FBYC, cinque musicisti con base a Milano. Un’introversione che rende i primi ascolti, specie se un po’ distratti, inadatti a entrare in sintonia in modo adeguato. Col passare del tempo, però, si riesce a penetrare nelle atmosfere che questa musica sa creare e la considerazione cresce di conseguenza. Certo, non è un’opera rilassante, partendo dal titolo che ne riflette le traversie di lavorazione, per proseguire con la cupezza che contraddistingue i suoni e per finire con testi intrisi di solitudine ed amarezza.
La prima impressione musicale porta al post rock, ma viene smentita da sferzate elettriche alternate a momenti più riflessivi, anche se non certo pacificati, sovrastati da una voce che preferisce il grido al bel canto (peccato solo che seguire le parole non sia sempre facilissimo). C’è anche un’altra eco, non saprei dire quanto volontaria, che richiama le oscure atmosfere del ‘nuovo rock cantato in italiano’ fiorito soprattutto a Firenze a metà degli anni ottanta, come nei primissimi Litfiba o magari nei Moda: insomma, ‘Spiderland’ può essere un ascendente più immediato, ma non il solo.
Alla fine il gruppo ne esce con bella personalità e l’ascoltatore disposto a non lasciarsi spaventare dalle chitarre minacciose e dalla tristezza diffusa può godersi un disco di rock italiano bello e maturo.

Il disco è scaricabile gratuitamente dal sito del gruppo:
www.finebeforeyoucame.com