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Saxon: “Strong arm of the law”

(Carrère 1980)

Inseriti nella New Wave of British Heavy Metal che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, i Saxon suonano in qualche modo più eterogenei della media della categoria, almeno alle orecchie di un non adepto come il sottoscritto. Ho frequentato parecchio simili sonorità nella prima adolescenza per poi abbandonarle in blocco: il nuovo incontro, casuale e un po’ nostalgico, mi dà la sensazione che il gruppo fosse meno allineato e coperto di molti suoi pari (Iron Maiden in primis) e perciò più disponibile a contaminarsi con influenze esterne, seppur confinanti.
Insomma, l’impressione è che i cinque non si prendessero troppo sul serio (a partire dal candido cappellino che copriva la pelata del chitarrista Paul Quinn) facendo propria una certa attitudine da pub-rock (Sixth Form Girls lo è fin dal titolo) mischiata con feroci eccessi di velocità che fanno pensare subito ai Mötoröhead Continua la lettura di Saxon: “Strong arm of the law”

In concerto – Alberto Fortis

30 settembre 2017 – Monticelli d’Ongina, cortile di Palazzo Archieri.

Se si eccettua l’indifendibile neologismo ‘Festivaglio’, è innegabile che la fiera ottobrina di quest’anno abbia messo in mostra un’imprevista vivacità della quale la presenza di Alberto Fortis è forse la più inattesa testimonianza. La vivacità suddetta risulta pure troppa – l’assurda contemporaneità costringe a rinunciare al punk celtico delle Mosche di Velluto Grigio in Piazza della Rocca – ma il nome in ballo e il recupero del bello spazio offerto dal cortile di Palazzo Archieri costituiscono un’occasione da cogliere e infatti il pubblico accorre in discreto numero per un evento di questo tipo.
Il luogo affascina sia il cantautore, sia il Quartetto Bazzini che funge da introduzione. L’ensemble guidato dal violoncellista cremonese Fausto Solci che si affianca ai violini di Lino Megni e Daniela Sangalli nonché alla viola di Marta Pizio – tutti musicisti bresciani – accantona il consueto repertorio classico, con la parziale eccezione della mozartiana Eine Kleine Nachtmusik, per proporre un breve excursus fatto di colonne sonore, da John Williams (‘Guerre stellari’) a Nicola Piovani (‘La vita è bella’) per finire con Jóhann Jóhannsson (‘La teoria del tutto’) offrendo una quarantina di minuti ben suonati e di facile ascolto.
L’attrazione principale sale sulla scena con mirabile puntualità alle dieci di sera: Continua la lettura di In concerto – Alberto Fortis

In concerto – Cisco il dinosauro con la formidabile orchestra jurassica

L’esser bianchi per antico pelo porta, tra le altre seccature, un atteggiamento nostalgico per i bei tempi andati. Fatta la tara agli occhiali rosa, il confronto fra lo spettacolo offerto e quello dei Modena City Ramblers che fece tremare il Fillmore nella primavera do oltre vent’anni fa è comunque abbastanza impietoso, peraltro in sintonia con la traiettoria discendente della discografia della band prima e del suo più conosciuto membro poi.
Forse avrebbe aiutato che fossero presenti anche gli altri ‘dinosauri’ del disco uscito l’anno passato, ovvero gli ex MCR Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, oltre che ad Arcangelo ‘Kaba’ Cavazzuti dietro i tamburi: fatto sta che l’insieme si rivela ben suonato e divertente, ma incapace di far scattare l’interruttore che regala vere emozioni. Ciò non toglie che fa davvero piacere vedere gli ‘Amici del Po’ così affollati da un pubblico pagante – l’evento è aperto ai non soci con un lieve e sovrapprezzo sul biglietto d’ingresso – che dimostra di apprezzare più del sottoscritto accorrendo a saltare sotto al palco almeno negli ultimi quattro o cinque brani. Continua la lettura di In concerto – Cisco il dinosauro con la formidabile orchestra jurassica

In concerto – Leadbelly Rossi

17 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

Originario di Cardano al Campo in provincia di Varese (un postaccio, a sentir lui), Angelo Rossi si porta a spasso un nome d’arte pesantissimo, ma lo onora in due ore di musica che, malgrado il genere non brilli per immediatezza nei confronti di un pubblico non anglofono, scorrono piacevoli e inavvertite.
Sempre inserito nell’ambito del festival ‘Dal Mississippi’ al Po’, il concerto si svolge in una serata fresca e ventilata (pure troppo) che fa presto dimenticare la calura del giorno: Rossi, fiancheggiato dalla bassista Silvia Preda, inizia che i tavoli sono ancora popolati di commensali e, benché il suo sia un approccio per forza di cose poco invasivo, comincia ben presto a conquistarsi l’attenzione degli astanti che finiscono per appassionarsi tanto che almeno una trentina rimangono fino ai saluti quando è da poco passata la mezzanotte. Continua la lettura di In concerto – Leadbelly Rossi

In concerto – Sula Ventrebianco

15 luglio 2017 – Monticelli d’Ongina, Società Canottieri Ongina.

Grazie all’amicizia con il concittadino Ivan Martani, è insolitamente stretto il rapporto che lega i Sula Ventrebianco, napoletani di Forcella, alla realtà monticellese: dopo l’apparizione sul palco di Eppur Si Muove 2015 e la raccolta esibizione acustica agli ‘Amici del Po’, eccoli dunque impegnati allo Chalet in un concerto incentrato sul nuovissimo ‘Più niente’, uscito proprio quest’anno per la Ikebana Records.
A differenza delle altre due, suona però insolita anche la location: poco ci azzecca l’energico mix di stoner e grunge che il quintetto propone soprattutto dal vivo con una serata in cui predominano famiglie, chiacchierate e partite a carte. Se ci si aggiunge la scarsa pubblicizzazione dell’evento, la conseguenza è inevitabile: quando i giovanotti iniziano a suonare con una quarantina di minuti di ritardo sul comunque improponibile orario delle 21.30, fatica ad arrivare a venti il numero degli interessati, di cui solo la metà in piedi davanti ai musicisti.
Quasi per controbilanciare, i SVB partono imbracciando lo spadone Continua la lettura di In concerto – Sula Ventrebianco

In concerto – Bayou moonshiners

3 giugno 2017 – Monticelli d’Ongina, circolo ARCI ‘Amici del Po’.

In una delle tappe itineranti del festival blues piacentino ‘Dal Mississippi al Po’, giunge a Monticelli questo duo di origini veronesi dedito al culto della musica di New Orleans.
Stephanie Ghizzoni (voce, rullante con spazzole, washboard e kazoo) e Max Lazzarin (voce e piano) hanno vinto premi in Italia e in Europa e la loro esibizione, sia pure in un angolo un po’ sacrificato alla fine delle tavolate verso la piscina, risulta dapprima convincente e poi trascinante. Tanto è vero che i numerosi commensali presenti iniziano ad ascoltare magari un po’ distratti, ma la loro attenzione viene sempre più catturata fino al coinvolgimento nei cori e nei call-and-responses chiesti dai musicisti.
Seguendo un filo logico temporale, l’esibizione si avvia con Cabbage Head, un ripescaggio di fine Ottocento in cui il duo inizia a mettere in mostra la bella interazione fra le voci, tanto ruvida e fumosa quella di Max quanto profonda ma capace di inaspettato lirismo quella di Stephanie. A stretto giro di posta, il pianista omaggia uno dei suoi idoli nel rifacimento di Big Time Woman di Jerry Roll Morton e di lì prende il via un lungo girovagare tra blues, spiritual, gospel – comunque in vario modo conditi con le spezie della città della Louisiana – che conduce agli anni Sessanta e a Ray Charles, rifatto sia sul versante più confidenziale, sia in quello più scatenato grazie a una brillante riproposizione di Mess Around. Continua la lettura di In concerto – Bayou moonshiners

Kings of Leon: “Walls”

(RCA 2016)

Non so perchè mi intestardisco a dare sempre un’ultima possibilità ai Kings of Leon. Forse in ricordo del piacevole southern rock dell’esordio di ‘Youth & young manhood’, ma nel frattempo è trascorsa una dozzina abbondante di anni e quelle sonorità si sono ormai perse, sostituite da un corporate rock che è innocuo come sottofondo, ma finisce per innervosire a un ascolto attento.
Può darsi che, come orecchiato qua e là, i temi personali influenzino queste dieci canzoni, come l’amicizia con la bottiglia del cantante Caleb Followill, ma la temperatura resta sempre vicina allo zero: i restanti tre fratelli macinano con indubbia dedizione, ma, al netto delle non memorabili parti solistiche di Matthew alla chitarra, ci pensano le tastiere e i sintetizzatori di Liam O’Neil a spandere una patina di monotonia. Continua la lettura di Kings of Leon: “Walls”

John Doe: “The westerner”

(Pledge Music 2016)

Magari è solo l’ennesima declinazione dell’adagio che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma è innegabile che ci sia una nutrita pattuglia di musicisti che hanno brillato sotto le bandiere del punk che si sono avvicinati a una musica più tradizionale o, comunque delle radici. Il fenomeno è a dire il vero soprattutto statunitense e può avvenire con gradi diversi di intensità: nel caso di John Doe la traccia è segnata fin dal titolo e, soprattutto, dallo scoprire che il disco è stato coprodotto da Howe Gelb.
Ne esce un album che è contrassegnato da una fusione di country, rock e blues che pare ispirata da questo e quel luogo sui bordi di una zona desertica del Sud-Ovest, magari in quell’Arizona cantata in una delle tante ballate che caratterizzano il lavoro e intitolata per l’appunto Alone In Arizona. I momenti più rallentati lasciano immaginare un viaggio verso il tramonto o un falò sotto le stelle e si possono ascrivere fra i passaggi più affascinanti: Continua la lettura di John Doe: “The westerner”

Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone. Continua la lettura di Julia Holter: “Have you in my wilderness”

In concerto – Elliott Murphy & The Normandy All Stars

25 marzo 2017 – Caorso, Cine Fox

Lo stupore maggiore resta ritrovarsi Elliott Murphy praticamente sotto casa, ma non è da meno lo spettacolo offerto ai trecento entusiasti presenti al Cine Fox di Caorso dove vanno in scena quasi due ore e mezzo in cui l’artista statunitense lascia da parte l’attitudine da cantastorie per gettarsi a capofitto in un’esibizione posseduta dallo spirito del rock ‘n’ roll. Un’energia e una voglia di divertirsi contagiose – l’intesa con il pubblico cresce con il passare dei minuti fino al continuo interscambio durante il lunghissimo bis – che fanno all’istante dimenticare che l’uomo ha pur sempre sessantotto primavere sulle spalle, banalità anagrafica testimoniata solo dall’esigenza di leggere gli spunti dei testi più recenti (con relativa, imperiosa richiesta al tecnico delle luci di non avere mai buio sul proscenio).
A spalleggiarlo non si fa pregare la formazione dei Normandy All Star rivisitata dopo la morte di Laurent Pardo, uno dei membri fondatori: al fianco della chitarra di Olivier Durand e della batteria di Alan Fatras, ci sono il basso a sei corde del figlio di Murphy, Gaspard, e le tastiere dell’altrettanto giovane Leo Cotton dal ciuffo scapigliato.
Che la serata possa regalare buone vibrazioni è già intuibile dai primi tre brani Continua la lettura di In concerto – Elliott Murphy & The Normandy All Stars

In concerto – Incognito

19 marzo 2017 – Piacenza, Teatro Municipale – Piacenza Jazz Fest, 14^ edizione.

Giunto alla quattordicesima edizione ed esattamente al centro di un programma vasto e variegato, il Piacenza Jazz Fest si permette di portare al Teatro Municipale un nome di dimensioni medio-grandi come gli inglesi Incognito: la risposta al botteghino è quella attesa visto che c’è quasi il tutto esaurito con persone arrivate non solo dallo stretto circondario.
Un pubblico abbastanza eterogeneo che spazia all’incirca dai trenta ai sessant’anni di età per un concerto che fatica un po’ a stare nei rigidi schemi del teatro d’epoca: in fondo, di musica per ballare si tratta e quando il leader Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick invita la gente sotto al palco occorre arrangiarsi fra gli spazi stretti, dove fanno un effetto straniante alcune signore in abito da sera intente a dimenarsi sul posto (impossibile muoversi di più). Continua la lettura di In concerto – Incognito

Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa. Continua la lettura di Hozier: “Hozier”

Eleanor Friedberger: “New view”

(Frenchkiss 2015)

Chiusa in un armadio l’esperienza Fiery Furnaces vissuta assieme al fratello Matthew, Friedberger se ne allontana in modo definitivo anche dal punto di vista sonoro, sostituendone stravaganze e sperimentalismi con un’assai più classica Americana che affonda le sue radici nel periodo a cavallo tra Sessanta e Settanta.
Ispirate dal ritiro nella parte più bucolica dello stato di New York, queste canzoni vanno a ripescare il meglio di quel periodo, unendo west-coast e folk-rock: la ricetta viene insaporita spruzzando qua e là qualche spezia a base di soul con la collaborazione di una band affiatata e dai suoni scintillanti che accompagna rotonda tra assoli di chitarra e gonfiarsi di organo. Insomma, senza andare a scomodare l’archetipo ‘Tapestry’ Continua la lettura di Eleanor Friedberger: “New view”

Joe Jackson: “Fast forward”

(Ear Music 2015)

Per il suo ritorno a una raccolta di autografi a sette anni da ‘Rain’, Jackson costruisce un album come fosse l’unione di quattro differenti EP: la scelta non è del tutto vincente perché, pur apprezzandone la varietà, l’ascoltatore finisce per patire la poca omogeneità dovuta alla diversità di arrangiamenti e interpreti. Il concetto resta valido sebbene su queste canzoni ci sia l’indiscutibile marchio del loro autore e della sua squisita attitudine per le melodie rivestite spesso con abiti fascinosi e solo all’apparenza fuori moda.
Il brano omonimo posto in apertura e il susseguente If It Wasn’t For You mettono subito in risalto simili caratteristiche, sottolineando al contempo uno stato di forma della scrittura e del cantato che non pare aver sofferto del tempo che passa (l’aspetto sì, invece…): contornato da signori musicisti – uno per tutti, Bill Frisell alla chitarra – e con l’affascinante variazione offerta dal violino di Regina Carter, il disco inizia così spargendo promesse che non vengono mantenute appieno. Continua la lettura di Joe Jackson: “Fast forward”

Adele: “25”

(XL 2015)

Nessuno si aspetta ‘Adele in Memphis’, ma, dopo i molti buoni spunti presenti in ‘21’ e l’abbraccio – romantico e avvolgente – di Skyfall-la-canzone, anche chi non è mai stato un fan come il sottoscritto si accomoda fiducioso all’ascolto di questo terzo album si suppone dalla faticosa gestazione, visto che arriva a quattro anni dal pluripremiato e plurivenduto predecessore.
Se il primo passaggio trascorre nell’attesa che scatti qualcosa, il successivo già fa inarcare il sopracciglio perchè la percezione che se ne ricava è quella di un’artista a sorpresa assisa sugli allori: Continua la lettura di Adele: “25”