Archivi categoria: Musica

Kings of Leon: “Walls”

(RCA 2016)

Non so perchè mi intestardisco a dare sempre un’ultima possibilità ai Kings of Leon. Forse in ricordo del piacevole southern rock dell’esordio di ‘Youth & young manhood’, ma nel frattempo è trascorsa una dozzina abbondante di anni e quelle sonorità si sono ormai perse, sostituite da un corporate rock che è innocuo come sottofondo, ma finisce per innervosire a un ascolto attento.
Può darsi che, come orecchiato qua e là, i temi personali influenzino queste dieci canzoni, come l’amicizia con la bottiglia del cantante Caleb Followill, ma la temperatura resta sempre vicina allo zero: i restanti tre fratelli macinano con indubbia dedizione, ma, al netto delle non memorabili parti solistiche di Matthew alla chitarra, ci pensano le tastiere e i sintetizzatori di Liam O’Neil a spandere una patina di monotonia. Continua la lettura di Kings of Leon: “Walls”

John Doe: “The westerner”

(Pledge Music 2016)

Magari è solo l’ennesima declinazione dell’adagio che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma è innegabile che ci sia una nutrita pattuglia di musicisti che hanno brillato sotto le bandiere del punk che si sono avvicinati a una musica più tradizionale o, comunque delle radici. Il fenomeno è a dire il vero soprattutto statunitense e può avvenire con gradi diversi di intensità: nel caso di John Doe la traccia è segnata fin dal titolo e, soprattutto, dallo scoprire che il disco è stato coprodotto da Howe Gelb.
Ne esce un album che è contrassegnato da una fusione di country, rock e blues che pare ispirata da questo e quel luogo sui bordi di una zona desertica del Sud-Ovest, magari in quell’Arizona cantata in una delle tante ballate che caratterizzano il lavoro e intitolata per l’appunto Alone In Arizona. I momenti più rallentati lasciano immaginare un viaggio verso il tramonto o un falò sotto le stelle e si possono ascrivere fra i passaggi più affascinanti: Continua la lettura di John Doe: “The westerner”

Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone. Continua la lettura di Julia Holter: “Have you in my wilderness”

In concerto – Elliott Murphy & The Normandy All Stars

25 marzo 2017 – Caorso, Cine Fox

Lo stupore maggiore resta ritrovarsi Elliott Murphy praticamente sotto casa, ma non è da meno lo spettacolo offerto ai trecento entusiasti presenti al Cine Fox di Caorso dove vanno in scena quasi due ore e mezzo in cui l’artista statunitense lascia da parte l’attitudine da cantastorie per gettarsi a capofitto in un’esibizione posseduta dallo spirito del rock ‘n’ roll. Un’energia e una voglia di divertirsi contagiose – l’intesa con il pubblico cresce con il passare dei minuti fino al continuo interscambio durante il lunghissimo bis – che fanno all’istante dimenticare che l’uomo ha pur sempre sessantotto primavere sulle spalle, banalità anagrafica testimoniata solo dall’esigenza di leggere gli spunti dei testi più recenti (con relativa, imperiosa richiesta al tecnico delle luci di non avere mai buio sul proscenio).
A spalleggiarlo non si fa pregare la formazione dei Normandy All Star rivisitata dopo la morte di Laurent Pardo, uno dei membri fondatori: al fianco della chitarra di Olivier Durand e della batteria di Alan Fatras, ci sono il basso a sei corde del figlio di Murphy, Gaspard, e le tastiere dell’altrettanto giovane Leo Cotton dal ciuffo scapigliato.
Che la serata possa regalare buone vibrazioni è già intuibile dai primi tre brani Continua la lettura di In concerto – Elliott Murphy & The Normandy All Stars

In concerto – Incognito

19 marzo 2017 – Piacenza, Teatro Municipale – Piacenza Jazz Fest, 14^ edizione.

Giunto alla quattordicesima edizione ed esattamente al centro di un programma vasto e variegato, il Piacenza Jazz Fest si permette di portare al Teatro Municipale un nome di dimensioni medio-grandi come gli inglesi Incognito: la risposta al botteghino è quella attesa visto che c’è quasi il tutto esaurito con persone arrivate non solo dallo stretto circondario.
Un pubblico abbastanza eterogeneo che spazia all’incirca dai trenta ai sessant’anni di età per un concerto che fatica un po’ a stare nei rigidi schemi del teatro d’epoca: in fondo, di musica per ballare si tratta e quando il leader Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick invita la gente sotto al palco occorre arrangiarsi fra gli spazi stretti, dove fanno un effetto straniante alcune signore in abito da sera intente a dimenarsi sul posto (impossibile muoversi di più). Continua la lettura di In concerto – Incognito

Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa. Continua la lettura di Hozier: “Hozier”

Eleanor Friedberger: “New view”

(Frenchkiss 2015)

Chiusa in un armadio l’esperienza Fiery Furnaces vissuta assieme al fratello Matthew, Friedberger se ne allontana in modo definitivo anche dal punto di vista sonoro, sostituendone stravaganze e sperimentalismi con un’assai più classica Americana che affonda le sue radici nel periodo a cavallo tra Sessanta e Settanta.
Ispirate dal ritiro nella parte più bucolica dello stato di New York, queste canzoni vanno a ripescare il meglio di quel periodo, unendo west-coast e folk-rock: la ricetta viene insaporita spruzzando qua e là qualche spezia a base di soul con la collaborazione di una band affiatata e dai suoni scintillanti che accompagna rotonda tra assoli di chitarra e gonfiarsi di organo. Insomma, senza andare a scomodare l’archetipo ‘Tapestry’ Continua la lettura di Eleanor Friedberger: “New view”

Joe Jackson: “Fast forward”

(Ear Music 2015)

Per il suo ritorno a una raccolta di autografi a sette anni da ‘Rain’, Jackson costruisce un album come fosse l’unione di quattro differenti EP: la scelta non è del tutto vincente perché, pur apprezzandone la varietà, l’ascoltatore finisce per patire la poca omogeneità dovuta alla diversità di arrangiamenti e interpreti. Il concetto resta valido sebbene su queste canzoni ci sia l’indiscutibile marchio del loro autore e della sua squisita attitudine per le melodie rivestite spesso con abiti fascinosi e solo all’apparenza fuori moda.
Il brano omonimo posto in apertura e il susseguente If It Wasn’t For You mettono subito in risalto simili caratteristiche, sottolineando al contempo uno stato di forma della scrittura e del cantato che non pare aver sofferto del tempo che passa (l’aspetto sì, invece…): contornato da signori musicisti – uno per tutti, Bill Frisell alla chitarra – e con l’affascinante variazione offerta dal violino di Regina Carter, il disco inizia così spargendo promesse che non vengono mantenute appieno. Continua la lettura di Joe Jackson: “Fast forward”

Adele: “25”

(XL 2015)

Nessuno si aspetta ‘Adele in Memphis’, ma, dopo i molti buoni spunti presenti in ‘21’ e l’abbraccio – romantico e avvolgente – di Skyfall-la-canzone, anche chi non è mai stato un fan come il sottoscritto si accomoda fiducioso all’ascolto di questo terzo album si suppone dalla faticosa gestazione, visto che arriva a quattro anni dal pluripremiato e plurivenduto predecessore.
Se il primo passaggio trascorre nell’attesa che scatti qualcosa, il successivo già fa inarcare il sopracciglio perchè la percezione che se ne ricava è quella di un’artista a sorpresa assisa sugli allori: Continua la lettura di Adele: “25”

The Sonics: “This is The Sonics”

(Reevox 2015)

Se ci fosse la possibilità di ascoltare il disco a scatola chiusa, tutti parlerebbero entusiasti di urgenza di esprimersi e di irruenza giovanile oltre che di un sapiente recupero della lezione impartita dai padri o, meglio, dai nonni. Insomma, un po’ quanto si è scritto riguardo al lavoro d’esordio degli Strypes, con la differenza che questo è più veloce, più sporco, più cattivo come si può facilmente dedurre dal confronto delle versioni di You Can’t Judge A Book By The Cover: laddove lo pur apprezzabilissima interpretazione dei ragazzi irlandesi viaggia rapida ma pulita, qui si va sempre con l’acceleratore a fondo corsa, ma su una strada piena di buche e rattoppi.
Simili peana risultano però moltiplicati dalla considerazione che i Sonics non registravano un album in studio da quasi dieci lustri e che nelle loro fila sono ancora presenti tre dei cinque membri originari, arzilli ultrasettantenni che, a porgere ignaro orecchio, l’ascoltatore immaginerebbe con almeno mezzo secolo di meno sul groppone. Continua la lettura di The Sonics: “This is The Sonics”

In concerto – La corte dei miracoli

25 agosto 2016 – Monticelli d’Ongina, Festa dell’Unità.

La corte dei miracoli Questa volta In Un Giorno Di Pioggia l’hanno fatta: il gruppo pavese si ripresenta allo spazio ANPI della Festa dell’Unità dopo tre anni, confermando le linee guida della propria musica – una sorta di cover-band dei Modena City Ramblers con diramazioni quasi esclusivamente in ambito folk e combattente – ma è protagonista di un concerto più incisivo e compatto.
Non si sa quanto aiutati dall’assenza della violinista Lorena Vezzaro, i sette mettono in scena due ore che guardano in misura maggiore al rock, anche grazie allo spazio che l’elettrica di Massimo Pasculli si va ricavando con il passare delle canzoni: i rumori di fondo della Festa avevano tolto efficacia all’abbrivio acusticheggiante dell’esibizione precedente, così il gruppo parte deciso con la spina attaccata e il divertimento che ne consegue risulta opportunamente incrementato. Continua la lettura di In concerto – La corte dei miracoli

Eppur si muove 2016 – X edizione

5 agosto 2016 – San Nazzaro, Parco al Po.

Manifesto ‘Eppur si muove’ arriva in doppia cifra e solo per questo ci sarebbe da festeggiare: si spera che la stanchezza denunciata da qualche membro dello staff nelle interviste sui quotidiani locali – buona la copertura anche se risibile dal punto di vista musicale – possa essere compensata dall’entusiasmo e, soprattutto, che nuove leve dalle ultime generazioni si affianchino ai veterani.
L’edizione nasce sotto i cattivi auspici meteorologici, visto che il venerdì è tutto uno scorrere di temporali e pioviggina a intermittenza fino a notte, ma l’afflusso di pubblico è assai soddisfacente e, a prima vista, anche il bilancio della ristorazione non dovrebbe essere stato malaccio.
Riesco a partecipare solo alla prima delle tre serate – nella seconda ci saranno ancora concerti, la terza presenta un dj-set – ma il caso vuole che il programma sia rinforzato: causa impegni di qualche loro membro, i Tombstone Desert Inn anticipano l’esibizione prevista inizialmente per il sabato aprendo una serata che allinea così ben quattro gruppi dai generi piacevolmente assortiti. Continua la lettura di Eppur si muove 2016 – X edizione

The Unthanks: “Mount the air”

(Rabble Rouser Music, 2015)

Il percorso delle sorelle Unthank si è ormai affrancato dale forme più tradizionali del folk britannico dal quale sono partite: benché gli elementi di base siano radicati nel genere – si tratti di recuperare temi e melodie dalla tradizione (Madam, Died For Love, Last Lullaby, The Poor Stranger) o rielaborarne le caratteristiche in composizioni proprie – l’evoluzione che ne deriva conduce in luoghi più personali e affascinanti in compagnia di due voci che ammaliano combinandosi alla perfezione.
Dalle semplici strutture delle ballate popolari si giunge così a complesse architetture che sfiorano il classico e il barocco, impreziosite dall’uso intensivo di una strumentazione più ampia e organica: Continua la lettura di The Unthanks: “Mount the air”

Jason Isbell: “Something more than free”

(Southeastern 2015)

E’ un disco molto classico questo quinto lavoro firmato in proprio da Jason Isbell traendo ispirazione da un amplissimo spettro del cantautorato statunitense; dallo Springsteen che riecheggia nel bel singolo 24 Frames ci si sposta con gradualità verso ovest fino a giungere sull’altra costa dove risuonano melodie pià arrotondate alla Jackson Browne oppure un certo sentore di Eagles in uno degli episodi più lievi e ritmati, Hudson Commodore.
Simili caratteristiche possono tener alla larga i cercatori di originalità a tutti i costi, ma alcune volte è assai piacevole lasciarsi cullare da sonorità caldo e ben tornito da musicisti capaci che accompagnano una voce che dà l’impressione di essere davvero sincera: per apprezzare queste canzoni non è neppure necessario ascoltarle viaggiando in auto in direzione del tramonto. Continua la lettura di Jason Isbell: “Something more than free”

John Grant: “Grey tickles, black pressure”

(Bella Union 2015)

E’ normale che un autore, magari spinto dalla preoccupazione di essere incasellato in una definizione dai cui cliché è difficile affrancarsi, cerchi nuove strade da percorrere o, quantomeno, nuovi abiti con cui rivestire la propria musica: la storia però racconta che, a fianco di operazioni riuscite, si contano un buon numero di più o meno gloriosi fallimenti.
Per cercare di stabilire in quale categoria cada questo terzo disco del cantautore statunitense ormai da anni stabilitosi in Europa sono necessari alcuni ascolti perché il primo impatto finisce per lasciare di stucco chi vi si accosta attendendo ulteriori dosi del melodrammatico pop-noir che contraddistingue i lavori precedenti: Continua la lettura di John Grant: “Grey tickles, black pressure”