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Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone. Continua la lettura di Julia Holter: “Have you in my wilderness”

Hozier: “Hozier”

(Island 2014)

A volte l’hype è, se non proprio una fregatura, quantomeno un problema; tu fai il tuo disco d’esordio cercando di infilarci dentro le passioni che ti hanno trasmesso i dischi di mamma e papà, ma hai una canzone che ha fatto il botto così che, accanto alle masse adoranti, ci sono quelli che storcono il naso a prescindere.
I sospetti che sempre originano dalle suddette moltitudini rendono necessario azzerare tutto prima di mettersi all’ascolto. Andrew Hozier-Byrne ha ventitre anni quando regista l’Ep che gli cambia la vita: Take Me To Church parte dalla musica nera e va in crescendo verso un’impeccabile rotondità pop che la rende all’istante un brano coinvolgente e riconoscibile malgrado il cupo testo che mischia un amore finito e l’ipocrisia religiosa. Continua la lettura di Hozier: “Hozier”

Eleanor Friedberger: “New view”

(Frenchkiss 2015)

Chiusa in un armadio l’esperienza Fiery Furnaces vissuta assieme al fratello Matthew, Friedberger se ne allontana in modo definitivo anche dal punto di vista sonoro, sostituendone stravaganze e sperimentalismi con un’assai più classica Americana che affonda le sue radici nel periodo a cavallo tra Sessanta e Settanta.
Ispirate dal ritiro nella parte più bucolica dello stato di New York, queste canzoni vanno a ripescare il meglio di quel periodo, unendo west-coast e folk-rock: la ricetta viene insaporita spruzzando qua e là qualche spezia a base di soul con la collaborazione di una band affiatata e dai suoni scintillanti che accompagna rotonda tra assoli di chitarra e gonfiarsi di organo. Insomma, senza andare a scomodare l’archetipo ‘Tapestry’ Continua la lettura di Eleanor Friedberger: “New view”

Joe Jackson: “Fast forward”

(Ear Music 2015)

Per il suo ritorno a una raccolta di autografi a sette anni da ‘Rain’, Jackson costruisce un album come fosse l’unione di quattro differenti EP: la scelta non è del tutto vincente perché, pur apprezzandone la varietà, l’ascoltatore finisce per patire la poca omogeneità dovuta alla diversità di arrangiamenti e interpreti. Il concetto resta valido sebbene su queste canzoni ci sia l’indiscutibile marchio del loro autore e della sua squisita attitudine per le melodie rivestite spesso con abiti fascinosi e solo all’apparenza fuori moda.
Il brano omonimo posto in apertura e il susseguente If It Wasn’t For You mettono subito in risalto simili caratteristiche, sottolineando al contempo uno stato di forma della scrittura e del cantato che non pare aver sofferto del tempo che passa (l’aspetto sì, invece…): contornato da signori musicisti – uno per tutti, Bill Frisell alla chitarra – e con l’affascinante variazione offerta dal violino di Regina Carter, il disco inizia così spargendo promesse che non vengono mantenute appieno. Continua la lettura di Joe Jackson: “Fast forward”

Adele: “25”

(XL 2015)

Nessuno si aspetta ‘Adele in Memphis’, ma, dopo i molti buoni spunti presenti in ‘21’ e l’abbraccio – romantico e avvolgente – di Skyfall-la-canzone, anche chi non è mai stato un fan come il sottoscritto si accomoda fiducioso all’ascolto di questo terzo album si suppone dalla faticosa gestazione, visto che arriva a quattro anni dal pluripremiato e plurivenduto predecessore.
Se il primo passaggio trascorre nell’attesa che scatti qualcosa, il successivo già fa inarcare il sopracciglio perchè la percezione che se ne ricava è quella di un’artista a sorpresa assisa sugli allori: Continua la lettura di Adele: “25”

The Sonics: “This is The Sonics”

(Reevox 2015)

Se ci fosse la possibilità di ascoltare il disco a scatola chiusa, tutti parlerebbero entusiasti di urgenza di esprimersi e di irruenza giovanile oltre che di un sapiente recupero della lezione impartita dai padri o, meglio, dai nonni. Insomma, un po’ quanto si è scritto riguardo al lavoro d’esordio degli Strypes, con la differenza che questo è più veloce, più sporco, più cattivo come si può facilmente dedurre dal confronto delle versioni di You Can’t Judge A Book By The Cover: laddove lo pur apprezzabilissima interpretazione dei ragazzi irlandesi viaggia rapida ma pulita, qui si va sempre con l’acceleratore a fondo corsa, ma su una strada piena di buche e rattoppi.
Simili peana risultano però moltiplicati dalla considerazione che i Sonics non registravano un album in studio da quasi dieci lustri e che nelle loro fila sono ancora presenti tre dei cinque membri originari, arzilli ultrasettantenni che, a porgere ignaro orecchio, l’ascoltatore immaginerebbe con almeno mezzo secolo di meno sul groppone. Continua la lettura di The Sonics: “This is The Sonics”

The Unthanks: “Mount the air”

(Rabble Rouser Music, 2015)

Il percorso delle sorelle Unthank si è ormai affrancato dale forme più tradizionali del folk britannico dal quale sono partite: benché gli elementi di base siano radicati nel genere – si tratti di recuperare temi e melodie dalla tradizione (Madam, Died For Love, Last Lullaby, The Poor Stranger) o rielaborarne le caratteristiche in composizioni proprie – l’evoluzione che ne deriva conduce in luoghi più personali e affascinanti in compagnia di due voci che ammaliano combinandosi alla perfezione.
Dalle semplici strutture delle ballate popolari si giunge così a complesse architetture che sfiorano il classico e il barocco, impreziosite dall’uso intensivo di una strumentazione più ampia e organica: Continua la lettura di The Unthanks: “Mount the air”

Jason Isbell: “Something more than free”

(Southeastern 2015)

E’ un disco molto classico questo quinto lavoro firmato in proprio da Jason Isbell traendo ispirazione da un amplissimo spettro del cantautorato statunitense; dallo Springsteen che riecheggia nel bel singolo 24 Frames ci si sposta con gradualità verso ovest fino a giungere sull’altra costa dove risuonano melodie pià arrotondate alla Jackson Browne oppure un certo sentore di Eagles in uno degli episodi più lievi e ritmati, Hudson Commodore.
Simili caratteristiche possono tener alla larga i cercatori di originalità a tutti i costi, ma alcune volte è assai piacevole lasciarsi cullare da sonorità caldo e ben tornito da musicisti capaci che accompagnano una voce che dà l’impressione di essere davvero sincera: per apprezzare queste canzoni non è neppure necessario ascoltarle viaggiando in auto in direzione del tramonto. Continua la lettura di Jason Isbell: “Something more than free”

John Grant: “Grey tickles, black pressure”

(Bella Union 2015)

E’ normale che un autore, magari spinto dalla preoccupazione di essere incasellato in una definizione dai cui cliché è difficile affrancarsi, cerchi nuove strade da percorrere o, quantomeno, nuovi abiti con cui rivestire la propria musica: la storia però racconta che, a fianco di operazioni riuscite, si contano un buon numero di più o meno gloriosi fallimenti.
Per cercare di stabilire in quale categoria cada questo terzo disco del cantautore statunitense ormai da anni stabilitosi in Europa sono necessari alcuni ascolti perché il primo impatto finisce per lasciare di stucco chi vi si accosta attendendo ulteriori dosi del melodrammatico pop-noir che contraddistingue i lavori precedenti: Continua la lettura di John Grant: “Grey tickles, black pressure”

Flo Morrissey: “Tomorrow will be beautiful”

(Glassnote 2015)

Flo è stata fortunata potendo contare sui soldi di mamma broker a Londra e sulla spiritualità di papà buddista che l’ha iniziata ai misteri del nuovo folk tendenza fricchettona i cui esponenti di punta Devendra Banhart e Joanna Newsom sono stati prodotti dallo stesso Noah Georgeson che ha curato la registrazione di questo debutto inciso per gran parte a Los Angeles.
Tanto per ribadire il concetto, ecco la copertina floreale al cui centro spicca il bel visino della ragazza: una serie di indizi che finiscono per far diventare sospettosi perché la diffidenza nei confronti dei giovani virgulti che saltano troppi gradini è, anche se non sta bene, inevitabile. L’ascolto di questi dieci brani riconcilia parecchio: pur non trattandosi di un capolavoro o della nascita di una stella (almeno per ora), il lavoro conferma che le qualità ci sono e che la sua autrice, avendo solo vent’anni, può lavorarci sopra riducendo il peso dei difetti che appesantiscono la sua musica. Continua la lettura di Flo Morrissey: “Tomorrow will be beautiful”

Kurt Vile: “b’lieve i’m goin down”

(Matador 2015)

Meglio iniziare facendo chiarezza: malgrado l’assonanza, Kurt Vile non è un nome d’arte che omaggia il musicista collaboratore di Bertolt Brecht, ma la vera anagrafe di questo trentacinquenne riguardo al quale l’impressione iniziale è stata quella di un Lou Reed rurale, spostato molto più a sud e a ovest di quello originale e con in aggiunta una psichedelica propensione per le lunghe code strumentali (Wheelhouse, Lost My Head There).
La considerazione si basa sui primi ascolti del nuovo lavoro di cui qui si discute, non avendo sentito nulla dei precedenti: un parallelo che nasce dal modo di cantare e dalla costruzione dei brani e che, se non altro per quanto riguarda le coordinate geografiche, si rafforza con l’ascolto di Dust Bunnies, la terza e più immediata canzone del disco, che ricorda parecchio Tom Petty dalle parti di I Won’t Back Down. Continua la lettura di Kurt Vile: “b’lieve i’m goin down”

Motörhead: “Bad magic”

(UDR 2015)

Il ventiduesimo – e ultimo, vista la recente dipartita di Lemmy – album dei Motörhead è in tutto e per tutto un buon disco dei Motörhead.
Bene, si potrebbe finirla qui, visto che il power-trio inglese (ma proprio parecchio power) ha sempre brillato tanto per energia quanto poco per originalità, perciò chiunque sia incappato in vita sua nella musica del gruppo – ben difficile il contrario visti i quarant’anni di mestiere e una certa qual netta riconoscibilità – sa con precisione cosa lo aspetta in queste undici canzoni. Continua la lettura di Motörhead: “Bad magic”

Richard Thompson: “Still”

(Proper 2015)

Richard Thompson sta attraversando a vele spiegate la settima decade della sua esistenza unendo i pregi dell’esperienza a una forma creativa che si conferma eccellente. Ne è un’ulteriore controprova questo suo ultimo lavoro che ha molto in comune con il suo predecessore ‘Electric’ e non solo sotto l’aspetto qualitativo: l’accurato alternarsi delle passioni stilistiche del suo autore è sottolineato da una produzione diretta e senza fronzoli che sottolinea la (bella) voce e la perizia con gli strumenti. Continua la lettura di Richard Thompson: “Still”

Paul Weller: “Saturns pattern”

(Parlophone 2015)

Comincia a serpeggiare il dubbio che, alla soglia dei sessant’anni, Paul Weller abbia a disposizione nel serbatoio tanta energia, ma non sappia dove indirizzarla con esattezza: negli ultimi dischi si percepisce chiara la voglia di aprirsi a nuovi orizzonti evitando di rimanere impantanato negli schemi del passato, ma la conseguenza è una certa confusione non all’altezza del nome in copertina.
Il risultato sono lavori in altalena, in cui l’ispirazione sembra assai più riservata ai vecchi stili rispetto alle sperimentazioni – vecchi stili che, magari, non diranno nulla di nuovo, ma lo dicono comunque davvero bene. Si veda, ad esempio, l’incantevole ballata pianistica Going My Way Continua la lettura di Paul Weller: “Saturns pattern”

The Phoenix Foundation: “Give up your dreams”

(Memphis Industries 2015)

Con questo album, il sestetto neozelandese pubblica il lavoro numero sei e cerca di allargare il bacino a cui si rivolge la propria musica, fino a ora di un certo successo in patria, ma assai poco conosciuta nel resto del mondo a causa delle origini agli antipodi. Di conseguenza, si tratta del primo incontro anche per il sottoscritto e non so quanto ci sia di vero nel fatto che abbiano tratto l’ispirazione iniziale dalle stesse atmosfere care a Fleet Foxes e compagnia, ma in questi brani la direzione è ben diversa, con il suono che tende a riempire ogni angolino e una base ritmica squadrata e sostenuta. Continua la lettura di The Phoenix Foundation: “Give up your dreams”