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Francesco Guccini: “Guccini”

11 agosto 2010

(EMI 1983)


Quando un autore, a un certo punto della sua carriera, se ne esce con un disco omonimo – o quasi, come in questo a caso – è sovente perché è alla ricerca di nuovi stimoli o, forse, di un nuovo inizio. Anche per Guccini la regola è confermata: al cambio in cabina di regia, Fantini definitivamente al posto di Farri, si aggiunge il formarsi band stabile e dall’impronta ben precisa, che poi diventerà inseparabile accompagnamento in studio e dal vivo.
Così, in questo disco le musiche sono altrettanto importanti rispetto alle parole, dando alle canzoni un equilibrio che ne esalta i momenti migliori e riesce a far passare in secondo piano le rare cadute di tono. Ad esempio, il brano che convince meno, ‘Gulliver’, è però sostenuto da un lavoro di chitarra che si spinge fino all’assolo: del resto, ogni pezzo è caratterizzato da uno o più strumenti – ‘Autogrill’ dal sassofono, ‘Argentina’ dal piano via via fino ai fiati della conclusiva ‘Gli amici’.
Di suo, il Maestrone ci mette, proprio in apertura, ‘Autogrill’ e potrebbe anche bastare, con quella sua atmosfera sognante e irreale così anomala rispetto al resto della sua produzione; è curioso poi che anche l’altro vertice del disco sia un brano fuori dal normale canone gucciniano, quella ‘Shomèr ma mi-llailah?’ ispirata ad Isaia e con qualche eco di De Andrè.
Al termine de ‘Gli Amici’, divertita e divertente anche grazie a un accompagamento un po’ dixie e un po’ (tanto) orchestra di liscio, ci si accorge che queste sei canzoni sono durate solo trenta minuti: per intensità e capacità di coinvolgere, non certo per noia, paiono molti di più.

Bettye LaVette: “Interpretations: The british rock songbook”

5 agosto 2010

(Anti/Epitaph 2010)


Come ben descritto nel libretto, il rock britannico non fa parte dell’educazione sentimentale di Bettye LaVette. Così la cantante – giunta a una meritata fama dopo una lunga ma assai oscura carriera – ha potuto avvicinarsi a questa musica di bianchi per i bianchi con orecchie vergini e scegliere i brani che sentiva più vicini, senza badare alla più o meno meritata fama. Brani che poi sono stati personalizzati nella struttura, nelle liriche e, ovvio, negli arrangiamenti così da dar vita ad un disco coeso, intriso di soul e rhythm’n’blues tanto da far dimenticare le firme sotto le canzoni.
Si parte subito con ‘The word’ dei Beatles riletta con aggressività funk, unico brano con la claptoniana ‘Why does love got to be so sad’ a tenere alto il ritmo. Se si eccettua anche ‘It don’t come easy’ più r&b dell’originale, Bettye pare prediligere le ballate, più o meno rallentate, in cui esalta un’interpretazione che sa essere aspra ma capace di grande emozione. Il tutto asciugando qualsiasi orpello ai pezzi più enfatici, vedi ‘Don’t le me be misunderstood’ o ‘Wish you were here’: solo con ‘Nights in white satin’ l’operazione risulta impossibile e così ci viene regalata una grande versione accompagnata da archi incalzanti.
I violini e anche i fiati – che aiutano a trasfigurare ‘Salt of the earth’ dagli Stones a Otis Redding – sono nel complesso in minoranza: nel resto del programma spicca l’ottima band che accompagna Bettye, con menzione speciale per la chitarra di Shane Fontane che ruberebbe spesso la scena, non fosse questa occupata da una voce difficile da dimenticare.

Eli ‘Paperboy’ Reed & The True Loves: “Roll with you”

25 luglio 2010

(Q Division 2008)


Va bende, diciamo che Eli Husock è un fan di, facendo un nome fra i tanti, James Brown – in ‘The satisfier’ manca solo che si metta a strillare ‘ghiròppa’. Che significa? Anche a me piace Il Padrino del Soul, ma mica sono capace di scrivere ed interpretare un disco come questo, che sarà derivativo fin che vi pare, ma che trascina e appassiona dall’inizio alla fine.
Con l’aiuto di una band giovane di età ma di grande impatto e su cui brillano fiati a volte irresistibili, Eli ci accompagna in un intrigante giro di giostra fra rhythm’n.blues e soul: non è un disco perduto alla Stax nel ’67 – come da sorridente campagna di lancio – ma al confronto non sfigura di certo. Benché nativo del Massachussetts, il nostro insinua un tono sudista nel suo cantato (se no, che disco Stax sarebbe?) interrotto da improvvise grida e un accenno di falsetto alla Little Richard.
Sin dall’iniziale ‘Stake your claim’ ci si lascia volentieri coinvolgere da questi brani, ad esempio, e solo per citarne una, da una ‘Take my love with you’ di irresistibile appeal; di livello solo leggermente inferiore, forse a causa di una voce non adattissima, le ballate strappacuore (o altro?) disseminate qua e là,anche se fa piacere lasciarsi cullare dall’intensa atmosfera di una ‘(And I Just) Fooling myself’. Appena svanite le note dell’ossessiva ‘(Doin’ the) Boom boom’ viene voglia di rimettere dall’inizio questi trentacinque minuti di puro divertimento, e penso non ci sia merito migliore per un lavoro del genere.
Ah, già: Eli è bianco.

Francesco Guccini: “Stanze di vita quotidiana”

1 luglio 2010

(EMI 1974)


Se ogni artista ha un lavoro che considera un po’ la sua pecora nera, questo è quello di Guccini, che ne visse la faticosa lavorazione come un contrasto infinito con il produttore Pier Farri.
Compagno di viaggio fino a quel momento, Farri infila nel disco ogni sorta di strumento – oltre a quelli tradizionali, si possono sentire clavicembalo e marimba, xilofono e tablas, percussioni assortite e di certo altro che mi sono perso – esagerando il lodevole proposito di dare una veste sonora dinamica ai lunghissimi testi gucciniani.
I sei brani superano tutti i sei minuti eccetto uno, mentre la conclusiva ‘Canzone delle situazioni differenti’ trascina il suo dolente ‘diario di viaggio’ per oltre nove minuti: l’autore modenese è qui più cantastorie che cantautore, impegnato a raccontare un momento di passaggio tra due stagioni della sua esistenza. Il rimpianto per ciò che è stato e non sarà più è forte nella celeberrima ‘Canzone delle osterie di fuori porta’ e nel folk-rock della successiva ‘Canzone della triste rinuncia’, mentre ovunque si diffonde uno sguardo amaro sulla dura realtà della vita senza più le illusioni della giovinezza. Solo qualche sprazzo d’ironia – come nella ‘Canzone delle ragazze che se ne vanno’, accompagnata tra l’altro da una bella linea di chitarra – rischiara talvolta l’atmosfera in canzoni che non trasmettono certo allegria.
Che sia un disco difficile è testimoniato anche da alcune scelte musicali: l’alternanza di archi e momenti ritmici in ‘Canzone della vita quotidiana’ non cela le somiglianze con ‘Asia’ mentre la ‘Canzone per Piero’ sembra anticipare soluzioni che troveranno piena forma in ‘Eskimo’.

Adam Green: “Minor love”

27 giugno 2010

(Rough trade 2010)


Visto da lontano, Adam Green potrebbe destare sospetti, con quella sua iperprolificità che lo ha portato a sfornare sei album prima dei trent’anni – senza stare a contare i lavori con i Moldy Peaches. L’ascolto di questo disco però fa immediatamente cambiare idea: quattordici canzoni in poco più di mezzora che paiono riassumere una bella fetta di storia del cantautorato (più o meno rock) a stelle e strisce.
Il primo nome a venire in mente, per atmosfera generale e anche per l’immagine di copertina, è Lou Reed, ma le ispirazioni sono millanta e comunque trattate con buona personalità. Oltre a suonare tutti gli strumenti, Green canta con bella voce da crooner alternando le atmosfere più intimiste o magari oscure a momenti più spensierati o grintosi.
E’ veramente difficile citare un brano piuttosto che un altro. Da una parte ci sono le ballate, come quelle che aprono – ‘Breaking locks’ – e chiudono il lavoro – ‘You blacken my stay’ – ma anche il tocco noir di ‘Boss inside’, che qualche debito con Leonard Cohen ce l’ha; dall’altra, l’accattivante incedere pop di ‘Give them a token’ e ‘What makes him act so bad’, più le improvvise deviazioni come le chitarre fuzz di ‘Oh shucks’ e il Beck sotto mentite spoglie di ‘Lockout’.
Come appare chiaro, la varietà non manca mentre il livello qualitativo rimane sempre alto a testimonianza di un momento creativo felice: si tratterà anche del disco della maturità, ma a patto che non si intenda il termine come sinonimo di pensosità o – peggio – immobilità.

Vic Chesnutt: “At the cut”

28 maggio 2010

(Constellation 2009)

Mentre dalle casse uscivano le cupe note dell’iniziale ‘Coward’, mia figlia, che passava di lì, si è fermata un attimo ad ascoltare e poi ha commentato: “Che musica tragica!”.
In effetti, l’ascolto di un disco di Chesnutt non è mai un balsamo per l’anima e questo non fa eccezione: impressione che il suicidio del cantante e autore statunitense avvenuto il giorno di Natale del 2009 (‘come in un libro scritto male’…) non può fare a meno di accentuare. I toni carichi del primo brano ne sono degna introduzione, anche se è vero che la canzone non è del tutto in sintonia con il resto del programma, nata com’è per una colonna sonora e contrassegnata dal robusto intervento dei molti musicisti di casa Constellation (Silver Mt. Zion, Godspeed You eccetera) che bazzicano in questo cd. Altrove i toni sono meno enfatici: a parte la ruvida ‘Philip Gutson’, gli interventi esterni sono limitano le invasioni di campo: accompagnano con delicatezza le orecchiabili ‘Chinaberry tree’ o ‘Flirted with you all of my life’ – in cui, però, ‘you’ è la morte – e lasciano spazio al canto più lirico e intimista in sommesse ballate come ‘When the bottom fell out’ e la rievocazione dei ricordi d’infanzia di ‘Granny’.
Il segno di Chesnutt è in ogni caso ben distinguibile: il racconto dell’esistenza filtrata attraverso uno sguardo ora triste ora amaramente ironico, le sensazioni dolenti che si intravedono anche dietro le melodie più solari e la voce non bella, a volte aspra ma che riesce a toccare l’animo di chi ascolta in profondità. Rimettere il disco dall’inizio non è sempre facile, ma ogni volta si scopre che ne vale la pena.

Wilco: “Wilco (The album)”

22 aprile 2010

(Nonesuch 2009)

Mi si perdoni l’abusata metafora: con questo disco – forse non a caso eponimo, o senza titolo che sia – i Wilco riportano tutto a casa. Dopo una carriera passata prima a dare nuova vita alla musica Americana e poi a dilatarne le prospettive in maniera inaspettata, Jeff Tweedy (e soci) danno alle stampe un album che, pur non rinunciando alle deviazioni (‘Bull black nova’), assume ben presto i controrni del ‘classico’. Ascoltando la sorridente spensieratezza dei brani più ritmati – a partire da quello iniziale ed eponimo (o senza titolo che sia) che offre una spalla sonica su cui piangere – oppure l’avvolgente calore di quelli lenti, magari con l’aiuto dell’organo di Garth Hudsono come in ‘Solitarire’, non si può non pensare che siano frutto, anche e soprattutto, della situazione interiore pacificata del loro autore.
Il risultato è una collezione di belle canzoni – ‘I’ll fight’ aggancia l’ascoltatore al primo arpeggio di acustica – abilmente variate e suonate benissimo, con le chitarre in evidenza e le tastiere a costruire la giusta ambientazione. Le mille influenze si fondono, si va da Tom Petty a Jackson Browne a tanti altri, con qua e là un retrogusto di E.L.O (o quanto meno di Jeff Lynne, tanto che viene in mente un altro lavoro di sintesi, seppure con qualche annetto sulle spalle, come i Traveling Wilburys).
A voler proprio cercare il pelo nell’uovo, ci si potrebbe lamentare dell’esile duetto con Feist in ‘You and I’, ma alla fine l’unico aspetto davvero criticabile del disco è la copertina: il dromedario con la crestina rosa piazzato sul terrazzo sarà anche sembrata un’idea simpatica, ma il gusto resta discutibile.

The Black Heart Procession: “Six”

13 aprile 2010

(Temporary residence 2009)

Forse la primavera non è un momento che spinga ad accodarsi alla Processione, ma questa stagione sbilenca rende più facile entrare in sintonia con le oscure atmosfere evocate dalla coppia Jenkins-Nathaniel.
Aperto e chiuso da ‘When you finish me’ e ‘Iri sulu’ – ballate pianistiche dall’andamento circolare – il disco che segna il ritorno al semplice titolo numerale si snoda lungo i consueti territori cupi e malinconici, ma la continua variazione di toni consente di evitare qualsiasi rischio di monotonia. Se al centro del programma c’è la quasi immobile, angosciata (e angosciante) ‘Drugs’, altrove i ritmi si fanno sostenuti, come ad esempio in ‘Witching stone’ – appoggiata su di un accattivante giro di basso – in ‘Forget my heart’ e nel singolo ‘Rats’, che presenta un andamento più nervoso ed aggressivo. ‘Heaven and hell’ digrada da quest’ultima verso ‘Drugs’ ma, più che i Tindersticks, ricorda il Nick Cave meno pacificato, mentre, verso la fine, si segnala ‘Suicide’, distorta nei ritmi e filtrata nella voce, e non si capisce se è uno scarto salutare o un corpo estraneo.
In ogni caso, su tutto si stende un clima ombroso e vagamente malevolo costruito con pochi strumenti e segnato dal suono del violino mentre il crooning profondo – a parte l’eccezione prima segnalata – narra storie di morte e di sconfitta per un immaginario che più nero non si può.

Rufus Wainwright: “Want two”

7 aprile 2010

(Geffen/Dreamworks 2004)

Come si può brillantemente dedurre dal titolo, la prosecuzione e il completamento dell’appena precedente ‘Want one’. La sua parte femminile, forse: una grafica di copertina analoga ma in fucsia anzichè blu scuro, il travestimento da Ofelia morente al posto di un tenebroso cavaliere, una parte musicale forse meno appariscente ma comunque grondante pathos – per dire, il programma inizia con una ‘Agnus Dei’ (autografa) in latino…
Il buon Rufus viaggia sempre con la testa voltata all’indietro: questa volta, dalla tradizione classica non arriva più il ‘Bolero’ di Ravel ma a sostituirlo c’è il sempre vivo amore per i Lieder, mentre restano intatti la devozione per il musical e le orchestrazioni retrò. La parte pop, abbandonate le avvolgenti magniloquenze di una ‘Oh, what a world’, è limitata alla sola ‘One you love’, brano più diretto e veloce che rimane subito nella memoria e vale quasi da solo il prezzo del biglietto. Il resto lo fanno le intime torch-songs che l’autore sembra preferire, la bella voce accompagnata con discrezione da piano e archi: ‘Peach trees’, ‘This love affair’ e via ammaliando, fino al ricordo, sofferto e dolente, di Jeff Buckley intitolato ‘Memphis skyline’.
A parte ‘The art teacher’ – in terza persona e registrata dal vivo – i temi trattati sono sempre personali, tra amori finiti e la richiesta di essere solo un artista, non un icona (gay, of course): uno dei pochi appunti che si possono fare al disco è una grafica non chiara che rende difficoltosa la lettura dei testi.
Al buon risultato complessivo collaborano numerosi musicisti di vaglia, incluse le voci di mamma Kate McGarrigle, in un brano, della sorella Martha, spesso e volentieri, e di Antony nella conclusiva mini-suite di ‘Old whore’s diet’.

John Mellencamp: “Life death love and freedom”

27 marzo 2010

(Hear music 2008)

‘La vita è breve, anche nei giorni più lunghi’: il primo ritornello detta la linea dell’intero album. Nel corso degli anni, Mellencamp è stato attento cantore di istanze sociali nonché abile narratore di sé e del mondo che gli gira intorno: raggiunta la soglia dei cinquantasei anni – al momento delle registrazioni – l’attenzione si sposta quasi con naturalezza sulla vecchiaia e sulla morte.
E’ soprattutto quest’ultima la protagonista di questo disco aspro nei suoni e nelle parole, in cui qualcuno ha voluto vedere il ‘Nebraska’ dell’artista dell’Indiana. Il paragone è un po’ campato in aria, o meglio sull’atmosfera del disco: la scorticata bellezza del capolavoro springsteeniano è abbastanza lontana da una musica mediamente più corposa e che non disdegna di affondare le radici ora in questo, ora in quel terreno della tradizione statunitense. C’è parecchio Dylan nei pezzi basati su voce e chitarra, ma non mancano il country in ‘Troubled land’ o un certo rock’n’roll più o meno delle origini tra ‘My sweet love’ e ‘Jena’.
Riflessioni sulla fine vicina, elegie di giorni di gloria ormai passati e ritratti di scorbutici personaggi come ‘John Cockers’: l’intero programma non presenta cadute di tono andando a costituire uno dei capitoli migliori nell’ormai abbondante discografia del suo autore. Un disco che si fa riascoltare con piacere, anche se l’allegria non è di casa e i ganci latitano anche nei brani più costruiti.

Deftones: “Deftones”

20 febbraio 2010

(Maverick 2003)

Un mio prozio, quando capitava che gli facessi subire un qualche urlatore – non particolarmente fastidioso, anche Springsteen, per dire – scuoteva la testa e mormorava ‘puarèn, stâl mia bèn?’ (‘poverino, non sta bene?’, per i non piacentini). La frase mi torna alla memoria ogni volta che mi capita di sentire qualcuno che più che cantare, vomita nel microfono, come succede a Chino Moreno nell’iniziale ‘Hexagram’, violentissimo biglietto da visita del quarto album del gruppo californiano.
Fortunatamente, nei brani successivi le corde vocali vengono sistemate e i pezzi, pur sempre minacciosi, si fanno assai più godibili – o sopportabili, a seconda dei punti di vista. La tensione va calando col passare dei minuti e si passa da riff massicci e sezione ritmica rombante ad atmosfere più malsane o evocative: però, al terzo posto della scaletta è piazzata ‘Minerva’, solida ballatona intrisa di decibel.
Tutte condizioni che regalano buone sensazioni durante un ascolto a volume sostenuto, ma che non riescono a mascherare una certa monotonia di fondo legata alla struttura fondamentalmente metallica del disco, senza gli scarti improvvisi e gli spunti anche imprevedibili che rendevano assai più sfaccettato ed interessante – in una parola: bello – il precedente album ‘White pony’.

Fine Before You Came: “Sfortuna”

6 febbraio 2010

(La tempesta 2009)


Un disco introverso, questo terzo lavoro dei FBYC, cinque musicisti con base a Milano. Un’introversione che rende i primi ascolti, specie se un po’ distratti, inadatti a entrare in sintonia in modo adeguato. Col passare del tempo, però, si riesce a penetrare nelle atmosfere che questa musica sa creare e la considerazione cresce di conseguenza. Certo, non è un’opera rilassante, partendo dal titolo che ne riflette le traversie di lavorazione, per proseguire con la cupezza che contraddistingue i suoni e per finire con testi intrisi di solitudine ed amarezza.
La prima impressione musicale porta al post rock, ma viene smentita da sferzate elettriche alternate a momenti più riflessivi, anche se non certo pacificati, sovrastati da una voce che preferisce il grido al bel canto (peccato solo che seguire le parole non sia sempre facilissimo). C’è anche un’altra eco, non saprei dire quanto volontaria, che richiama le oscure atmosfere del ‘nuovo rock cantato in italiano’ fiorito soprattutto a Firenze a metà degli anni ottanta, come nei primissimi Litfiba o magari nei Moda: insomma, ‘Spiderland’ può essere un ascendente più immediato, ma non il solo.
Alla fine il gruppo ne esce con bella personalità e l’ascoltatore disposto a non lasciarsi spaventare dalle chitarre minacciose e dalla tristezza diffusa può godersi un disco di rock italiano bello e maturo.

Il disco è scaricabile gratuitamente dal sito del gruppo:
www.finebeforeyoucame.com

Lucero: “1372 Overton Park”

14 gennaio 2010

(Universal Republic 2009)


Prendete la seconda traccia. Dopo neppure un minuto e mezzo, arriva il ritornello: beh se vi vien voglia di cantarlo a squarciagola sotto un palco (no, le parole NON SONO ‘out in the baaaackstreets’!) vi innamorerete di questo disco tanto da non riuscire a staccarlo dal lettore. Per gli (sfortunati) altri resta comunque uno splendido esempio di american music, dominato dal timbro rauco del cantante e leader Ben Nichols- un po’ Springsteen ed un po’… Ligabue – e con la propulsione di quattro musicisti in stato di grazia.
Non bastassero loro, fondamentale risulta l’apporto dei fiati: gli arrangiamenti di Jim Spake regalano una marcia in più all’attitudine southern del gruppo come nel travolgente bolgie ‘The devil and Maggie Chascarillo’; souleggiano con calore in ballate come ‘Goodbye again’ (siamo a Memphis, dopotutto); trascinano le atmosfere dalle parti della E-Street Band – qualche volta anche troppo, come ad esempio nella ‘Sounds of the city’ guidata da un organo ‘federiciano’.
Le radici punk del gruppo magari sono lontane, ma si possono rintracciare nell’energia con cui vengono rielaborati country, rock e soul: dopo lo scatenato avvio, i pezzi ritmati superano per quantità e qualità quelli più languidi. Un viaggio nelle radici affrontato con freschezza e personalità, raccontando storie di più o meno romantici perdenti: non sempre si riesce a seguire il ritmo del cantato, ma un verso come ‘She asked me if I loved her and I showed her my tattoo’ è un assaggio di tutto rispetto.

Stan Diego: “The incredible comeback of…”

9 gennaio 2010

(In a cabin with 2010)

Ogni due mesi, quelli della In A Cabin With spediscono un musicista, di preferenza olandese come loro, in qualche posto in giro per il mondo a registrare con musicisti locali. A volte funziona, a volte meno.
Stan ‘Diego’ Vreekens (se questo è il suo cognome) e compari finiscono in Messico ad inizio 2009 e, quando tornano a casa, portano con sè questo disco, dieci piccoli gioiellini di piacevolissimo ascolto (essendo l’undicesimo brano solo chitarra e voce in spagnolo). Su una base elettronica, si snodano melodie ed arrangiamenti che richiamano ora a questo ora a quell’ icona pop senza cadere nella pura calligrafia, ma anzi sapendo scartare al momento giusto.
Dai Beatles – o, meglio, Paul McCartney – ai Beach Boys – o, meglio, Brian Wilson – fino ad un apocrifo Billy Joel: star qui a mitragliar nomi sarebbe però far torto a canzoni di grande fascino come ‘The fall’ o ‘The passion of the songwriter’, che, nell’alternarsi di suggestioni diverse, si fanno riascoltare con una certa compulsività. Quando, dopo l’intermezzo ispanico, ‘Sweet love’ chiude le danze con un delizioso doo-wop natalizio, è assai probabile che il sorridente ascoltatore riparta dall’inizio di questo breve ma intrigante dischetto.
Il disco è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo:

http://www.inacabinwith.com/downloadstandiego.php

The Dining Rooms: “Tre”

26 dicembre 2009

(Schema 2003)

Cesare Malfatti crea i Dining Rooms come progetto parallelo ai La Crus per dare sfogo ai propri istinti più oscuri e sintetici: con la collaborazione del dj Stefano Ghittoni arriva a scrivere e suonare questo disco dalle atmosfere notturne e fascinose.
Sono molti gli ingredienti che accompagnano il drum’n’bass che è un po’ il filo conduttore dell’opera: dalla tromba di Paolo Milanesi che suggerisce il jazz in ‘Existentialism (Milano dub mix)’ alle belle voci di Sean Martin e Anna Clementi che sono il valore aggiunto di ‘Tunnel’ e ‘Flamenco sketches’. Un lavoro che pare pensato per essere ascoltato in macchina, girando di notte per una città addormentata: collocazione ideale che è il suo maggior pregio ed anche il tallone d’Achille – ma forse è un problema che riguarda più il genere in cui si inserisce che l’opera in sé, e, anche, i gusti di chi scrive.
Se gli ascolti si susseguono con soddisfazione, la loro funzione resta in prevalenza quella di un piacevole sottofondo, senza che nessun brano colpisca l’attenzione o resti impresso più di altri nella memoria.