(EMI 1983)
Quando un autore, a un certo punto della sua carriera, se ne esce con un disco omonimo – o quasi, come in questo a caso – è sovente perché è alla ricerca di nuovi stimoli o, forse, di un nuovo inizio. Anche per Guccini la regola è confermata: al cambio in cabina di regia, Fantini definitivamente al posto di Farri, si aggiunge il formarsi band stabile e dall’impronta ben precisa, che poi diventerà inseparabile accompagnamento in studio e dal vivo.
Così, in questo disco le musiche sono altrettanto importanti rispetto alle parole, dando alle canzoni un equilibrio che ne esalta i momenti migliori e riesce a far passare in secondo piano le rare cadute di tono. Ad esempio, il brano che convince meno, ‘Gulliver’, è però sostenuto da un lavoro di chitarra che si spinge fino all’assolo: del resto, ogni pezzo è caratterizzato da uno o più strumenti – ‘Autogrill’ dal sassofono, ‘Argentina’ dal piano via via fino ai fiati della conclusiva ‘Gli amici’.
Di suo, il Maestrone ci mette, proprio in apertura, ‘Autogrill’ e potrebbe anche bastare, con quella sua atmosfera sognante e irreale così anomala rispetto al resto della sua produzione; è curioso poi che anche l’altro vertice del disco sia un brano fuori dal normale canone gucciniano, quella ‘Shomèr ma mi-llailah?’ ispirata ad Isaia e con qualche eco di De Andrè.
Al termine de ‘Gli Amici’, divertita e divertente anche grazie a un accompagamento un po’ dixie e un po’ (tanto) orchestra di liscio, ci si accorge che queste sei canzoni sono durate solo trenta minuti: per intensità e capacità di coinvolgere, non certo per noia, paiono molti di più.