“A parte Davide, il pianista che vedi vestito di un bel completo nero come se dovesse presentarsi ad un saggio di conservatorio, noialtri ci consideriamo musicisti “NON professionisti”.
Così dichiarava il batterista Terenzio Belluzzo mercoledì sera intorno alle 21,00, prima che gli venisse servito un piatto di tortelli di patate al sugo di funghi. Si stava bene quella sera agli “amici del Po”, dopo una mattinata all’insegna di una “minacciosa” variabilità, il tempo si era messo al bello e soprattutto non si erano ancora presentate le famigerate zanzare!! (caso più unico che raro…).
Dopo la seconda bottiglia di Gutturnio, i dialoghi, che inizialmente persistevano su aspetti di vita quotidiana non privi di gustosi aneddoti personali, si sono un po’ stemperati , ed inevitabilmente si è finito a parlare di Jazz o meglio ancora di dixieland e ragtime.
Ormai è risaputo, il legame di amicizia che si crea tra un gruppo di persone può riservare un grado di “solidità” piuttosto variabile se non è supportato da scopi ed intendimenti di natura passionale. Beh vi garantisco che, la comune ricerca, passione e divulgazione della musica afroamericana e più precisamente quella partorita all’inizio degli anni venti a New Orleans , è un “cemento” di tale efficacia che lega in maniera inscindibile coloro che cercano di ripercorrerne i fasti. Ad avvalorare la tesi del Belluzzo, sopraggiunse lo “sbotto” di quel Roberto Baiocchi, ( tromba e voce) , che sembrava apparire come il leader della band,: “anzi dirò di più, molti di noi sono autodidatti e non conoscono la musica”. Ad un mio cenno di malcelata sorpresa, non sfuggita al buon Baiocchi, come a zittirmi proseguì :” perché tu pensi che ai tempi del sound di New Orleans qualcuno la conoscesse?” “forse solo il grande King Oliver” ribattè qualcun altro in fondo al tavolo.
Ad un tratto mi accorsi di essere venuto a far parte di una confraternita di buontemponi, di gente comune, con le loro attività, i mutui da pagare, i vecchi genitori da accudire, le spese condominiali, la figlia che è due anni che non da un esame…le ferie risicate ecc. E allo stesso tempo, musicisti davvero in gamba che non hanno mai pensato di “campare di jazz” perché è socialmente e culturalmente sbagliato, e ( quasi ) tutti guardare con disprezzo il degrado, e l’involuzione della tanto amata musica afroamericana, a loro modo di vedere, tesa sempre più a valorizzare la maestria del singolo strumentista ed a celebrarne il mito. Il trombonista Pippo Traverso lamentava che sono ormai decenni che si è definitivamente perso di vista, sia dagli addetti ai lavori che dai fruitori, la vera anima divulgativa di questa straordinaria scena musicale figlia di una commistione di aspetti etnico-culturali, e di devastazione sociale senza precedenti. Musica suonata o cantata principalmente, non per offrire momentanei intrattenimenti, ma piuttosto per “non pensare” per fuggire una realtà opprimente e degradante, musica per scacciare la fatica di una giornata passata a scaricare casse di merci giù al porto, oppure per accompagnare, in un contesto tragicomico un fratello od una sorella defunti nel loro ultimo viaggio. Ma anche musica infinitamente allegra, scanzonata , a ravvivare una funzione religiosa ad esempio, capace di prendersi gioco dei santi e dell’Onnipotente e piena di quello “scellerato umorismo” come solo “ l’uomo di colore “ sa manifestare anche nei momenti più difficili. E di santi e di onnipotenti i musicisti di allora ne avevano molto bisogno per poter redimere i peccati consumati nelle roventi nottate trascorse nei quartieri di Storyville.
Ci allontaniamo dal locale, è ora di “fare sul serio” e di salire sul palco gentilmente offerto dalle associazioni Avis-Aido di Monticelli d’Ongina per la rassegna. Furtivamente si avvicina a me l’elemento senz’ombra di dubbio più colorito della band il contrabbassista Renzo “Black Spinny” Spinetti che mi sussurra in un orecchio…”comunque …guardati dai jazzisti vestiti con completo nero!”
Il mio sguardo si posa per un attimo sul “povero” quanto bonariamente bistrattato pianista Davide Corini , unico “professionista” perso in una masnada di “suonatori” innamorati folli di questa straordinaria musica.