Alessandro Pavolini, fascista di profonda convinzione: prima picchiatore entusiasta, poi gerarca di alto grado, infine – dopo l’otto settembre – protagonista di una svolta lealista culminata nelle ‘Brigate nere’ e finita a Piazzale Loreto. Ma anche un intellettuale e uno scrittore, rampollo della buona borghesia fiorentina e non un ardito deluso dall’armistizio.
Con cotanto nonno non è facile fare i conti e l’autore, sulla soglia della maturità, scrive questo libro per narrare il suo combattuto confronto a distanza. Da una parte c’è un umanamente comprensibile tentativo di alleggerire la monolitica figura dell’avo passata alla storia, dall’altra l’inequivocabile peso delle evidenze di un passato che condanna: le parti più interessanti del libro sono quelle che tentano di mettere in relazione questi due aspetti così da comprendere le scelte di un uomo di un’altra epoca.
Tutti temi affascinanti ma non sempre il risultato è all’altezza delle aspettative. Le cause possono essere più di una: una narrazione non lineare che a tratti si ingarbuglia su se stessa smarrendo il lettore, una lingua che in certi punti si fa inutilmente alta ed eccede in metafore e, infine, alcuni personaggi di contorno francamente insopportabili.
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Lorenzo Pavolini: “Accanto alla tigre”
4 settembre 2010Isaac Asimov: “Fondazione anno zero”
28 agosto 2010 Diciamo la verità: a mente fredda non è un gran libro, tra personaggi stereotipati e colpi di scena prevedibili. Inoltre è costituito da cinque parti che potrebbero avere vita propria scandendo i decenni della vita di Hari Seldon, quasi che Asimov abbia nostalgia della sua giovinezza, quando fondeva due romanzi brevi per creare ‘Fondazione’. Eppure…
Eppure, queste trecento pagine si leggono tutte d’un fiato, trascinati dalla prosa leggera ma arguta che contraddistingue da sempre l’autore: i dialoghi sono preponderanti sull’azione, anzi quasi costituiscono l’azione stessa in serrati scambi dialettici che, in molti momenti topici, si trasformano nel vero motore della storia.
Insomma: malgrado questa sorta di prequel della Quadrilogia sia un libro tardo e il tentativo di scrivere una ‘storia di domani’ cominci a far sentire una certa stanchezza, gli appassionati del Dottore vi ritrovano una voce comunque inconfondibile e gli altri una lettura rilassante e venata di stimolante intelligenza.
Marcello Fois: “Stirpe”
2 agosto 2010 Quando Michele Angelo Chironi perde finalmente la pazienza siamo ormai giunti a quattro quinti del romanzo. Novello Vanni Fucci, mostra le ficche al cielo e ne ha ben donde: sulla sua neonata stirpe si sono abbattute tante disgrazie da far sembrare la vicenda dei Malavoglia al più segnata da qualche contrattempo.
La nascita e le tribolazioni della famiglia Chironi occupano uno spazio di quasi sessant’anni, tra la fine dell’ottocento e la seconda guerra mondiale: l’amore nato improvviso fra due trovatelli, la forza di costruire un nuovo nucleo e quella di resistere a (quasi) tutte le disgrazie. Attorno a loro il mondo cambia, con il progresso che si insinua anche nella Barbagia selvaggia, mischiandosi – o, forse, solo sovrapponendosi – all’arcaica società contadina aiutato anche dall’irrompere di eventi lontani e incomprensibili.
Che tutto questo stia in un romanzo di neppure duecentocinquanta pagine che si fanno sfogliare voracemente potrebbe sorprendere, ma l’autore riesce nell’impresa prendendo spesso per mano il lettore e facendolo entrare nei più intimi segreti dei suoi sfortunati personaggi. Il tono colloquiale è spezzato di tanto in tanto da alcune pagine più complesse, che richiedono a chi sta leggendo una maggiore attenzione: accade quando l’elemento magico fa capolino nella storia, trasformando la Sardegna ventosa e ricca di umori – i profumi e gli odori caratterizzano molti luoghi della narrazione – in una terra incantata dove i legami, famigliari e non, diventano empatia e risonanza.
Arthur C. Clarke: “La sentinella”
24 luglio 2010 Fantascienza, non fantasy: il racconto del possibile su basi scientifiche, non le forzature alle leggi della fisica (vedi ‘Star trek’).
Clarke si premura di sottolineare il concetto in una delle prime fra le gustose presentazioni che introducono i racconti qui raccolti, testimonianza di oltre trent’anni di carriera (il libro risale alla prima metà degli anni ottanta) sempre ad altro livello. Tutte le storie riguardano l’esplorazione – o, quantomeno, l’avventura – spaziale e sono caratterizzati dall’attenzione per i dettagli e la descrizione dei fenomeni rappresentati.
Questo non significa che ci troviamo di fronte a pagine noiose, perché l’autore scrive con un tono tutto britannico vivacizzato spesso e volentieri da sorridenti schegge di humour. Clarke ha il gusto per il finale a effetto e lo dimostra subito nell’iniziale ‘Spedizione di soccorso’, idea giovanile che vede la stampa appena dopo la fine della seconda guerra mondiale: la raccolta si mantiene poi sullo stesso ottimo livello, con punte alte e qualche calo d’ispirazione.
Fra le prime, possiamo annoverare le strane scoperte di ‘Giove quinto’ e ‘Incontro con Medusa’ nonché la spaziopolitica de ‘L’angelo custode’ (che diverrà ‘Le guide del tramonto); i secondi si possono ravvisare invece nella leggerezza quasi inconsistente de ‘Il principe’ o in ‘Vento solare’ che patisce uno spunto iniziale non interessantissimo e trascinato in maniera eccessiva. Il vertice viene raggiunto con il racconto che intitola il libro e narra di una misteriosa scoperta lunare che sarà la base di un altro capolavoro: ‘2001: Odissea nello spazio’ di Stanley Kubrick.
Peter Eisner e Knut Royce: “The Italian letter”
24 giugno 2010 L’amministrazione Bush voleva ad ogni costo far la guerra all’Iraq. Nella disperata ricerca di pezze d’appoggio, gli statunitensi trovano una documentazione taroccata approntata da qualcuno al SISMI (definito più volte, e senza mezzi termini, la peggiore agenzia spionistica dell’Europa occidentale) in cui si parla di una vendita di uranio dal Niger al governo di Saddam e la sfruttano a dispetto della sua implausibilità e degli errori evidenti che contiene.
Con grande facilità, i servizi segreti degli Stati Uniti (un intrico stordente di uffici e sigle che uno non immaginerebbe mai) si piegano al volere dei referenti politici, fornendo solo le notizie che i guerrafondai vogliono sentirsi dire, e in questo sono spalleggiati dal governo britannico e dalla sua intelligence. Tutto sommato, una storia per sommi capi già conosciuta, ma fa impressione leggere come la volontà del potente di turno prevalga sul buonsenso di molti a dispetto anche del ridicolo o del discredito: la vera figura del cattivo qui la fanno il vicepresidente Cheney e il suo circolo di neo-conservatori.
Se il contenuto di questo libro è fondamentale per capire – o ricordare – come funzionano certi perversi meccanismi di potere, la forma non aiuta però il lettore. A parte la marea di sigle e di nomi che si ripetono con frequenza, anche la narrazione segue un percorso tortuoso, tornando più volte sugli stessi concetti o sugli stessi fatti fino a ripresentarli magari modificando pochi dettagli. A questo si aggiunge una lingua che risulta assai poco brillante, complice anche una traduzione che lascia molto a desiderare e infila alcuni svarioni madornali (impagabile ‘separare il grano dall’oglio’).
Infine, restano inevasi due interrogativi: perché una guerra all’Iraq (risposta facile: il petrolio) e perché e su input di chi il SISMI fabbrichi una tale patacca.
Emilio Pecorari: “Il sogno di una vita”
17 giugno 2010 Quinto di sette figli, Emilio nasce e cresce nel difficile mondo contadino del ventennio fascista: malgrado i pochi agi, si lega profondamente al mondo della sua infanzia.
Da una parte i luoghi – Isola Serafini e il Po che la circonda, le cascine, i boschi quasi inesplorati – dall’altra le persone, che quelle cascine popolano fittamente vivendo dei frutti della terra e della pesca (almeno di quelli che non devono dare al padrone). Si fa fatica ad immaginarseli oggi, quando negli stessi posti la presenza umana si è fatta assai più rada o quasi inesistente, ma escono vivaci dalla memoria dell’autore anche se sono passati oltre sette decenni: il lettore si lascia volentieri trasportare in un universo che pare lontanissimo eppure riguarda solo l’altroieri.
Il faticoso idillio, già incrinato dalla guerra, si spezza ai diciott’anni di Emilio che, renitente a Salò, prima si nasconde sull’Isola neanche fosse nella giungla vietnamita e poi sale in montagna e diventa Mameli. Anni difficili ed esaltanti, narrati con l’orgoglio di aver combattuto dalla parte giusta, ma senza nascondere gli errori che sono costati vite gratuitamente o i momenti duri. Indimenticabile è la piccola Anabasi da Vernasca a casa, nel gennaio del ’45, oltre quaranta chilometri a piedi nella neve alta, con poco da mangiare e le pattuglie nazifasciste in agguato.
Il ritorno al combattimento, la vittoria e il sol dell’avvenire negato nella lotta per i terreni demaniali esaurisconol’interesse narrativo dell’autore: siamo ormai giunti a tre quarti del libro. Il racconto del cursus honorum successivo (sindacato, partito, incarichi amministrativi) è quasi più un puntiglio del curatore: il vero Emilio torna, abbandonando però la struttura a brevi flash che l’ha fin lì contraddistinto, con il sogno finale – forse ingenuo ma contraddistinto dalla verve e dall’umorismo sottile che pervade tutto il libro.
Libro che, anche grazie alle moltissime illustrazioni e a una precisa e indispensabile appendice etno-militar-geografica, si rivela interessante e coinvolgente – per il lettore piacentino e bassaiolo sicuramente, ma anche per chi non è coinvolto emotivamente con i luoghi e/o i tempi narrati.
Stephen King: “The dome”
10 giugno 2010 La cupola è solo un pretesto.
Come si forma, perché c’è, in che modo toglierla di mezzo: tutti argomenti che a King paiono importare meno del solito, tanto che spesso sembra dimenticarsela e nel finale la liquida in quattro e quattr’otto – non il solito tallone d’Achille di una conclusione mediocre, ma pagine (poche) in cui si percepisce il disinteresse dello scrittore. La cui attenzione è puntata su ben altro, come la tematica ecologista e l’osservazione di un microcosmo sociale. La prima resta sottotraccia ma è evidente nella struttura stessa della storia che viene raccontata, l’altra descrive l’involuzione di una piccola comunità in pericolo, pronta a legarsi mani e piedi a chi si dimostra più deciso e più forte facendo rispuntare lo spirito del branco.
Bene, se il tema è questo, com’è lo svolgimento? Irregolare: la scrittura di King porta comunque a voltare compulsivamente le oltre mille pagine, di momenti belli ce ne sono – più all’inizio che altrove -ma qua e là fanno capolino alcune lungaggini che allentano la tensione narrativa. Ad esse si aggiungono le forti somiglianze con ‘L’ombra dello scorpione’, che si possono ritrovare nella formazione delle squadre dei buoni e dei cattivi come nel fragoroso sottofinale (‘Cibolaaaa…’): l’autore dice di aver pensato alla cupola e di averne scritto il primo capitolo a metà degli anni settanta, proprio quando prendeva forma il primo romanzo voluminoso della sua produzione.
L’autore del Maine ci sa fare con le narrazioni corali, come testimonia l’insuperato ‘It’, ma questa volta il buco nella ciambella non è riuscito proprio rotondo, segnando un passo indietro rispetto al precedente ‘Duma Key’. Ciò non toglie che l’intrattenimento sia assicurato e il puro piacere della lettura sempre presente.
Gianni Mura: “Giallo su giallo”
15 maggio 2010 Già romanzo è una parola grossa. Oltre metà del libro è occupato dalle cronache del Tour 2005, rimaneggiate per sostituire i nomi: essendone un accanito lettore, sono numerosi i passi che ancora ricordavo, uno per tutti la disquisizione sulla ‘Tarte Tatin’. Poi ci sono le descrizioni delle cene, con dettagli sui piatti e bevande che alla lunga annoiano, almeno il sottoscritto che non ama Montalban e di Camilleri salta regolarmente le deviazioni gastronomiche. Resta tutto attorno un’esile trama gialla che si stiracchia per tutto il libro e che, per un lungo tratto della seconda parte, si inabissa per ricomparire solo nel finale.
La conclusione non è troppo scontata, ma la aiuta forse il fatto che il lettore si è parecchio distratto, nel frattempo, ad inseguire tutti i tic scrittori dell’autore: gustose negli articoli, tali manie risultano alla fine stucchevoli. In tanta negatività, si salva solo la figura del commissario Magrite, poliziotto di stampo classico ma caratterizzato in modo non scontato.
Gianni Mura resta un grande giornalista, sportivo e non, ma scrivere romanzi gialli non è (ancora) il suo mestiere.
Ohran Pamuk: “Il castello bianco”
30 aprile 2010 Libro affascinante ma non semplice, questo breve romanzo impegna il lettore più di quanto le sue ridotte dimensioni lascino immaginare.
Ambientato nel ‘600 e costruito sul rapporto tra un padrone turco e un servo italiano che si somigliano come due gocce d’acqua, il romanzo è una lunga meditazione sul tema del doppio e del confronto con/desiderio dell’altro. I due personaggi non hanno nome: dapprima è netta la divisione tra l’io narrante e il Maestro suo padrone, ma al termine niente è più sicuro e non si sa chi è chi.
Il libro è scritto con una lingua complessa, dalla sintassi sontuosa, attraverso cui viene narrata l’evoluzione delle due psicologie dei protagonisti, sia nell’interazione fra loro, sia nel rapporto con il mondo esterno, rappresentato dalla corte del Sultano. I dualismi si sprecano: scienza e superstizione, oriente ed occidente, racconto e memoria.
All’inizio, la narrazione pare un po’ lenta, ma una volta preso il ritmo il racconto conquista e raggiunge il suo apice nelle lunghe pagine dedicate alla peste e in quelle in cui il Maestro cerca disperatamente di capire come vivano e, soprattutto, cosa pensino ‘loro’, gli occidentali.
James Ellroy: “Il sangue è randagio”
24 aprile 2010 Cinque personaggi principali, almeno altrettanti coprotagonisti, uno stuolo di ruoli secondari (tutti quanti, senza distinzioni, cattiiiivi). I romanzi di Ellroy tendono al labirintico, con infinite diramazioni che si staccano dal tronco principale e poi tornano a lambirlo o a intersecarlo in maniera complessa: queste ottocentosessanta pagine non sono da meno e il lettore, se non fosse trascinato dal consueto ritmo secco e mozzafiato, potrebbe essere tentato di prendere appunti per non smarrirsi.
Alla fine, il libro risulta forse un gradino sotto ai due precedenti volumi della trilogia di ‘storia alternativa’ iniziata con ‘American tabloid’ e proseguita con ‘Sei pezzi da mille’, a causa dell’effettiva debolezza del filone narrativo di base – a ben vedere, ce ne sono almeno un paio – oppure perché l’epopea kennediana offre più stimoli, spunti e fascino rispetto agli anni di Nixon. Però in queste pagine c’è il solito Ellroy, fatto di frasi brevi e morti ammazzati, dialoghi asfissianti e consumo di stupefacenti vari (compresi quelli voodoo), alternanza di punti di vista e cambi di ritmo per un’azione che costringe a voltare compulsivamente la pagina.
Solo nel finale il ritmo si fa meno frenetico, con l’autore che, oltre tirare le fila di tutto quanto, rivolge l’attenzione alla dimensione privata per giungere a una conclusione che, sebbene non del tutto inattesa, rappresenta uno scarto rispetto ai libri precedenti. Ciò non toglie che il lettore, dopo un mese di frequentazione, rischia di dar segni di aggressività, non dormire per innumerevoli notti consecutive e magari mettersi a parlare trascinando le vocali: l’unico rimedio potrebbe parergli il metaqualone, per poter finalmente fare ‘aaaaah’…
Mark Thompson: “La guerra bianca”
21 marzo 2010 ‘La più colossale, assassina e male organizzata macelleria’.
Come ben sapeva Ernest Hemingway, la Grande Guerra è stata talmente orribile che gli Alleati hanno poi concesso ad Hitler anche l’inconcedibile pur di allontanare l’inizio di un nuovo conflitto. Atroce sul fronte occidentale, lo scontro fu particolarmente insensato su quello italoaustriaco, grazie anche alla crudeltà del Comando italiano.
L’inglese Thompson smonta con cura la mitologia nata attorno al ’15-‘18, anni di sangue voluti da una minoranza e pagati a carissimo prezzo dagli strati più popolari del Paese, mandati al macello a volte senza neppure sapere perché. Oltre che di pietà, leggere queste pagine è fonte di sconforto e di rabbia. Ci sono i viscidi maneggi di Calandra per forzare l’entrata in guerra nella speranza di una rapida vittoria – errore che verrà ripetuto di lì a non molti anni – e le tattiche suicide di Cadorna, al quale non si capisce come ci possano ancora essere vie e piazze dedicate; la cattiveria al limite del sadismo delle punizioni nell’esercito ed il rifiuto di inviare i pacchi viveri ai prigionieri visti come traditori; la vittoria tardiva contro un impero morente e l’avido e incomprensibile comportamento alla conferenza di pace.
Il tutto inquadrato in bei capitoli dedicati alla situazione sociale e culturale del tempo che includono, fra le varie sfaccettature, una pesantissima critica ad un giornalismo servile e pernicioso: il ritratto senza sconti di un Paese fragile e già avvelenato da inquietanti segnali protofascisti.
Ian McEwan: “Lettera a Berlino”
12 marzo 2010 Come una vecchia pubblicità di una grappa, un romanzo dal cuore molto bello, ma con una testa ed una coda non del tutto convincenti.
All’inizio, la puntigliosa descrizione del progetto di spionaggio antisovietico risulta in molti tratti macchinosa: poi Leonard incontra Maria ed iniziano duecento pagine travolgenti come la storia d’amore tra i due personaggi. Il loro rapporto cresce pagina per pagina, contrappuntato dal lavoro di lui per il progetto suddetto, senza che ci sia alcuno scadimento di tono: una descrizione precisa della costruzione di un’amore, di cui si fissano nella memoria soprattutto le prime notti nel gelo di un appartamento non riscaldato.
L’irrompere della tragedia nel momento della ‘regolarizzazione’ – il fidanzamento ufficiale – rimescola tutte le carte e conduce la storia ad un epilogo non del tutto imprevedibile, ambientato all’aeroporto come quello di ‘Casablanca’. Dovrebbe finire lì, ed invece ecco un ultimo capitolo – sorta di ‘Trent’anni dopo’ – che tira le fila, spiega tutto per filo e per segno e apre ad una specie di lieto fine: inutile e non all’altezza delle pagine che l’hanno preceduto.
Alberto Schiavone: “La mischia”
5 marzo 2010 Mi è sempre piaciuto andar a vedere giocare a calcio i ragazzini. Questo libro mi ha ricordato uno dei motivi per cui ho smesso: i genitori, padri e madri indifferentemente, pronti a riversare sui pargoli i peggiori atteggiamenti del football ‘adulto’.
Il romanzo prende spunto da uno questi papà – che cerca di realizzare per interposto, talentuoso figlio le proprie ambizioni frustrate di gioventù – per raccontare un raggelante spaccato della società italiana. L’immagine che ne esce è tanto inquietante da costringere il lettore ad augurarsi che sia troppo pessimistica, anche se basta guardarsi attorno per capire che non lo è: fra le pagine, agisce una compagnia di anime morte, i giovani come gli adulti, per cui è importante solo l’avere e che per gretta avidità sono capaci di buttar via il poco o tanto che son riusciti a raggranellare.
L’esordio di Alberto Schiavone si legge in tre ore, ma regala una sensazione di malessere che fatica ad andarsene anche dopo giorni: lo scrittore osserva ed analizza lo squallido operare dei suoi personaggi con una freddezza più impietosa di qualsiasi moralismo, ma che gli consente di evitare il sospetto del romanzo a tesi. Forse non tutto funziona alla perfezione – il finale, ad esempio, non è perfettamente a fuoco – ma resta una lettura appassionante che sa essere più esplicita – e più dolorosa – di un saggio sull’Italia odierna.
Lucio Villari: “Bella e perduta”
18 febbraio 2010 Il Risorgimento, pagina dimenticata. Da tutti, sottoscritto compreso, costretto a rinfrescare le nozioni scolastiche, poco approfondite ai tempi e annebbiate dal tempo che passa. Giunge così a proposito questo saggio, bello e appassionato, che racconta gli anni che dalla venuta in Italia di Napoleone conducono fino a Porta Pia. Anni di entusiasmo, di incoscienza, di morti che si sarebbero potuti evitare: la combinazione degli ideali della rivoluzione francese e dei profondi cambiamenti originati da quella industriale alimentò il desiderio di superare a qualsiasi costo i decrepiti assetti degli staterelli italiani, legati ad una concezione del mondo destinata a scomparire. Il contagioso desiderio giovanile – diffuso in tutto lo stivale, anche se non in tutte le classi – di cambiare lo stato delle cose rimane nella memoria del lettore, anche per gli esiti a volte tragici: qualche sognatore pare a volte incapace di confrontarsi con la realtà, ma che accecante lampo fu la Repubblica Romana…. Fu però forse inevitabile che la spinta ideale, sostenuta da varie generazioni di ventenni, per concretizzarsi avesse bisogno della politica politicante, dei compromessi, delle concessioni di potenze straniere: non è dato sapere quanto si sarebbe ritardato il processo di unificazione senza di esse, incarnate da Cavour e dalla monarchia sabauda. L’autore racconta con lingua efficace ma rigorosa le luci e le ombre dell’intero processo: non riesce però a nascondere la propria delusione per la mancata realizzazione di quello Stato laico e liberale lucidamente sognato nella prima metà dell’Ottocento, fallimento parziale che trascina i suoi nefasti effetti anche nell’Italia odierna.
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli: “Lo Spirito ed altri briganti”
12 febbraio 2010 Ho uno strano rapporto con i libri del duo Guccini-Macchiavelli. Mi piacciono i personaggi, l’ambientazione, il contorno ma trovo poco convincenti le storie che spesso mi hanno lasciato deluso, specialmente nello scioglimento dell’intreccio.
Non fa eccezione questa raccolta di racconti collegati dalle memorie del maresciallo Santovito La qualità è alterna: si va dagli alti del racconto iniziale – la ricerca della bestia che infesta i monti attorno al paese appenninico cuore delle storie – e della bella storia partigiana, ai bassi di narrazioni come ‘Il fantasma del canniccio’ che pare slegato e anche un po’ illogico. Non male la storia che dà il titolo al tutto, ambientata in un ottocento di sopraffazione e miseria, ma un po’ avulsa dal resto del libro.
Tutto sommato, preferisco i due autori separatamente – il primo in special modo quando scrive canzoni e il secondo nei noir ben più affascinanti con protagonista Antonio Sarti.