(EMI 1974)
Se ogni artista ha un lavoro che considera un po’ la sua pecora nera, questo è quello di Guccini, che ne visse la faticosa lavorazione come un contrasto infinito con il produttore Pier Farri.
Compagno di viaggio fino a quel momento, Farri infila nel disco ogni sorta di strumento – oltre a quelli tradizionali, si possono sentire clavicembalo e marimba, xilofono e tablas, percussioni assortite e di certo altro che mi sono perso – esagerando il lodevole proposito di dare una veste sonora dinamica ai lunghissimi testi gucciniani.
I sei brani superano tutti i sei minuti eccetto uno, mentre la conclusiva ‘Canzone delle situazioni differenti’ trascina il suo dolente ‘diario di viaggio’ per oltre nove minuti: l’autore modenese è qui più cantastorie che cantautore, impegnato a raccontare un momento di passaggio tra due stagioni della sua esistenza. Il rimpianto per ciò che è stato e non sarà più è forte nella celeberrima ‘Canzone delle osterie di fuori porta’ e nel folk-rock della successiva ‘Canzone della triste rinuncia’, mentre ovunque si diffonde uno sguardo amaro sulla dura realtà della vita senza più le illusioni della giovinezza. Solo qualche sprazzo d’ironia – come nella ‘Canzone delle ragazze che se ne vanno’, accompagnata tra l’altro da una bella linea di chitarra – rischiara talvolta l’atmosfera in canzoni che non trasmettono certo allegria.
Che sia un disco difficile è testimoniato anche da alcune scelte musicali: l’alternanza di archi e momenti ritmici in ‘Canzone della vita quotidiana’ non cela le somiglianze con ‘Asia’ mentre la ‘Canzone per Piero’ sembra anticipare soluzioni che troveranno piena forma in ‘Eskimo’.