Monticelli Jazz 2010

11 luglio 2010 di sonicreducer Lascia un commento »

Cortile della Rocca di Monticelli d’Ongina, 15-21-25 giugno 2010.

‘I’m so lonesome I could cry’. Hank Williams non c’entra nulla e non sono neppure solo – ma il numero degli spettatori della seconda e della terza serata è nettamente inferiore a quello dei lettori cui si rivolge Manzoni – però un po’ il magone viene lo stesso. Strozzata da problemi di budget, la ventunesima (ripeto: ventunesima) edizione di Monticelli Jazz va in scena in modo dimesso, quasi senza disturbare. Assistiamo così al lento spegnersi di una manifestazione longeva e dal passato significativo, che andrebbe rilanciata magari con l’avvento di qualche mecenate (beh, sperare non costa nulla…): certo è che il supremo disinteresse della cittadinanza tutta non aiuta a immaginare un futuro roseo.
Per non farsi mancar nulla, la seconda serata dà dimostrazione di masochismo organizzativo: evitata questa volta la concomitanza con l’Italia ai Mondiali – forse perché quest’ultima gioca quasi sempre alle quattro del pomeriggio – spunta quella con una ‘serata creativa’ del Grest parrocchiale, rallegrata da canti di gruppo. Alla fine, l’organizzazione oratoriana accetta di farsi da parte, rinchiudendosi nel teatro della Rocca: sarebbe stato curioso vedere cosa sarebbe accaduto in caso di maltempo, con il concerto da trasferirsi nella stessa sala. ‘So what’? – potrebbe essere a questo punto il commento dello spazientito lettore e perciò passiamo alla musica.
Subito una confessione: la prima serata – complici alcuni impegni fra i quali l’esordio mondiale del Brasile – ho bigiato. Chi c’era racconta come la Musikorchestra di Luca Garlaschelli (un quartetto d’archi più lo stesso capobanda al contrabbasso) metta in scena ‘Minus in strings’, omaggio inconsueto all’artista statunitense, sorprendendo in positivo i trenta spettatori.
Visto da fuori, il secondo appuntamento lascia ancor più perplessi: Flavio Caprera presenta il suo libro ‘Jazz 101’ (Mondadori, 10 euro) accompagnato da un trio composto da Emilio Soana alla tromba, Daniele Corini al piano e il consueto Garlaschelli al contrabbasso. Il volume si presenta come l’ennesimo gioco (è lo stesso autore ad ammetterlo) sui 101 dischi che hanno fatto la storia del jazz: Caprera fa una breve presentazione di ognuno – beh, insomma, i più significativi, chè, altrimenti, si faceva mattina – e il trio si incarica di ‘illustrarli’.
Il risultato sono cento minuti assai piacevoli sia per il neofita, che viene accompagnato per mano nell’ormai intricatissimo universo del genere, sia per l’appassionato, a cui è data l’occasione di ripassare i fondamentali. Il racconto immerge i brani nel loro tempo e la bravura dei musicisti li riporta al presente, soprattutto grazie alla brillante tromba di Soana che alla fine risulta la vera protagonista del concerto. L’attenzione è volta in gran parte all’età dell’oro fino alla seconda guerra mondiale, con la doverosa genuflessione davanti ai maestri Armstrong, Ellington e Basie – di cui spicca una grintosa ‘One o’clock jump’.
Il tempo concesso al dopoguerra è più ristretto, probabilmente vista anche l’ora ormai tarda e la temperatura in rapido calo a dispetto del solstizio d’estate: la resa della struggente ‘Django’ del Modern Jazz Quartet e di ‘St. Thomas’ da ‘Saxophone colossus’ di Sonny Rollins sono però tra le cose migliori della serata, anche se quest’ultima acuisce il rimpianto – presente sottotraccia lungo tutto il concerto – per la mancanza di un sassofonista.
Di nicchia, ma che più di nicchia non si può, il terzo spettacolo, in cui Simone Massaron si esibisce in solitario armato di chitarra – alternando elettrica e acustica – effetti ed elettronica varia. Malgrado sia tormentato da un raffreddore che ne complica sicuramente la respirazione e un po’ anche i movimenti, l’artista dà vita a sessanta minuti di buona musica, seppur inevitabilmente rivolta a un pubblico di appassionati. Le atmosfere si alternano tra momenti più tipicamente jazz, soprattutto quando ad essere imbracciata è l’acustica come nella ‘In a sentimental mood’ di apertura, ad altri che vagano fino a sfiorare suoni acidi o psichedelici con l’elettrica che meglio si presta ad essere distorta.
I brani in scaletta sono solo quattro, quasi meri pretesti per le lunghe divagazioni che di solito iniziano impostando una scansione ritmica che viene campionata e utilizzata poi come base delle improvvisazioni che seguono: la melodia del pezzo, sia esso ‘Parlami d’amore, Mariù’ o un brano della tradizione statunitense, riemerge solo di quando in quando in funzione di collante fra i vari momenti.
Massaron afferma di aver molto apprezzato l’acustica del cortile della Rocca in sue precedenti esperienze di accompagnatore in altre edizioni di ‘Monticelli Jazz’ e la resa del suono delle sue sei corde gli dà ampiamente ragione: i pochi convenuti non possono che goderne ascoltando un concerto che termina col giusto tempismo ed evita così il rischio di diventare stucchevole.

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