In concerto – Incognito

19 marzo 2017 – Piacenza, Teatro Municipale – Piacenza Jazz Fest, 14^ edizione.

Giunto alla quattordicesima edizione ed esattamente al centro di un programma vasto e variegato, il Piacenza Jazz Fest si permette di portare al Teatro Municipale un nome di dimensioni medio-grandi come gli inglesi Incognito: la risposta al botteghino è quella attesa visto che c’è quasi il tutto esaurito con persone arrivate non solo dallo stretto circondario.
Un pubblico abbastanza eterogeneo che spazia all’incirca dai trenta ai sessant’anni di età per un concerto che fatica un po’ a stare nei rigidi schemi del teatro d’epoca: in fondo, di musica per ballare si tratta e quando il leader Jean-Paul ‘Bluey’ Maunick invita la gente sotto al palco occorre arrangiarsi fra gli spazi stretti, dove fanno un effetto straniante alcune signore in abito da sera intente a dimenarsi sul posto (impossibile muoversi di più).
L’insistenza di Maunick sul compito di dispensare gioia attraverso la musica sommato all’impronta indiscutibilmente ‘easy’ della maggior parte del repertorio non significa però che il gruppo c’entri come i cavoli a merenda con la manifestazione: bastano a smontare la considerazione – che pure giurerei che qualche purista ha borbottato – la tecnica sopraffina di tutti i musicisti e la loro capacità di slalomare con leggerezza fra i generi amalgamati nella ricetta della band inglese che da poco meno di quattro decenni unisce jazz, funk, soul e un po’ di altre etichette appiccicate alla musica nera in una proposta che può prendere spunto tanto dai Funkadelic/Parliament quanto dagli Earth Wind & Fire (dai quali Bluey racconta di come ne restò fulminato quando li vide esibirsi da apripista per Santana). La dimensione dal vivo contribuisce inoltre a dimenticare le catalogazioni – gli alfieri dell’acid jazz e robe simili – oltre che un’attitudine ad arrotondare un po’ troppo in senso pop presente nella discografia in studio riuscendo a regalare tonnellate di divertimento anche a chi non è propriamente un fan del genere (tipo il sottoscritto).
Per riscaldare l’ambiente, l’avvio è solo strumentale, con i nove musicisti che iniziano subito tenendo schiacciato l’acceleratore così che, con l’ingresso dei quattro cantanti, l’esibizione può decollare senza difficoltà. Nella mutevole struttura del gruppo, ai microfoni non sempre sono presenti in un simile numero, ma il pubblico piacentino può godere di tutta la gamma delle sfumature: alla duttile Katie Leone, l’unica bianca, sono affidati i vocalizzi più jazz, Imaani si destreggia sui toni più confidenziali, Vanessa Haynes dispiega la sua ugola aggressiva laddove è il funky/soul a comandare mentre un po’ in ombra rimane la voce maschile, in prima fila quasi solo nei bis, di cui non sono riuscito a intuire il nome.
Assieme a Maunick – alla cui chitarra si affianca quella del portoghese Francisco Sales – guida lo spettacolo il multitastierista, nonché arrangiatore, Matt Cooper che, affidandosi all’elettronica, passa da delicati fraseggi di piano a furiosi incedere più sintetici senza contare alcuni inserti di organo che richiamano il caldo soffio dell’Hammond: dietro di loro, sostengono l’impalcatura un trio di fiati che pare una rappresentativa delle isole britanniche e una sezione ritmica che con le stesse ha invece ben poco da spartire.
La tromba dello scozzese Sid Gauld, il trombone dell’inglese Trevor Mires, l’alternanza fra sassofono e flauto del musicista irlandese che, purtroppo, resta per me innominato regalano riusciti seppur brevi assolo quando non devono spingere con energia nei passaggi che più evocano lo spirito di James Brown. Maggior spazio personale ottengono il lungocrinito bassista giamaicano Francis Hylton – una volta risolti i problemi di amplificazione che hanno complicato i primi due o tre brani – nonchè la coppia costituita dal percussionista del Ghana Gee Bello e dal batterista romano Francesco Mendolia: le quattro corde del primo affascinano nei lungo momento in solitudine al centro della ribalta, mentre lo scatenato duo si inventa una divertita e trascinante combinazione di ritmi che finisce per far spostare la cassa in avanti sul declinante piano del palco.
Il repertorio sparso sui diciassette album finora incisi viene rivisto cercando di alternare le atmosfere, ma è innegabile che a spiccare sono le (piccole) hit come Still A Friend Of Mine o le cover di Always There (Ronnie Laws) e Don’t You Worry ‘Bout A Thing dello Stevie Wonder in stato di grazia di Innervisions. Si chiude con il pubblico tutto in piedi per il bis di Nights Over Egypt e per l’invito di Maunick alla pace e alla comprensione fra gli uomini, ovvero l’appello di un britanno con radici alle Mauritius che ha fondato una band in cui suonano e hanno suonato musicisti provenienti dai quattro angoli del mondo: sulle note (registrate) di One Love di Bob Marley, si può lasciare il teatro con quel sorriso che Bluey ha affermato di voler sempre suscitare con la musica degli Incognito.

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