Buongiorno, notte

(Ita 2003)

Dopo un quarto di secolo in cui se ne era detto tutto e il contrario di tutto, rimettere in scena ancora una volta il delitto Moro rischiava di essere un’operazione se non rischiosa quantomeno superflua: Bellocchio, assieme alla sceneggiatrice Daniela Ceselli, evita la trappola in modo brillante dando alla vicenda una lettura molto personale.
E cosa c’è di più personale per il regista piacentino dell’analisi psicologica (o psicanalitica) con cui riveste la sua interpretazione? L’esigenza storica della produttrice Rai resta sullo sfondo e solo come base di partenza viene utilizzato il libro autobiografico di Anna Laura Braghetti: numerose sono le libertà riguardo all’effettivo svolgersi dei fatti perché il vero interesse si incentra sui comportamenti e i pensieri dei singoli personaggi, analizzati nella loro evoluzione e integrati da una dimensione onirica che da fuori potrebbe apparire astrusa e invece si rivela perfettamente (e a volte magicamente) funzionale.
Quando ci si immagina che lo statista (Roberto Herlitzka è incisivo nel ruolo quanto Volontè) esca dalla sua prigione, giri per l’appartamento e poi passeggi nell’alba della periferia romana, l’impatto emotivo è davvero forte, facendo per un istante dimenticare che si tratta dell’ultimo stadio del cambiamento di Chiara (Maya Sansa), la donna del nucleo brigatista che gestisce il sequestro nonché la figura attorno alla quale ruota il racconto.
Il ritratto dei rapitori ha una progressione netta in cui la condanna del loro comportamento è in lieve, ma continuo crescendo: un gruppo di borghesi piccoli piccoli che restano uguali a se stessi anche nella tragedia montante (l’insistenza quasi didascalica sulla banale quotidianità), forse eterodiretti, visto che dietro la feroce ambiguità di Mariano (Luigi Lo Cascio) si intravede il profilo di Mario Moretti, e completamente avulsi dal mondo che li circonda, soprattutto da quelle classi più deboli che si immaginano di rappresentare (la squadra è completata da Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno).
Quel mondo che mette in crisi la graniticità di Chiara, in special modo per mezzo dell’incontro con Enzo (Paolo Briguglio), riuscendo ad avere magari la meglio nell’immaginazione, ma non nella realtà malgrado il rapito passi da bersaglio simbolico a essere umano, tanto che il punto di vista di Bellocchio evolve da critico a caustico quando paragona i brigatisti ai criminali nazifascisti affiancando le lettere di Moro a quelle dei condannati a morte della Resistenza sulle note dei Pink Floyd (Shine On You Crazy Diamond e The Great Gig In The Sky).
La reimmaginazione dei fatti regala alla loro rappresentazione una tensione emotiva che a visione conclusa lascia una sorta di malessere impossibile da sminuire attraverso le situazioni più lievi inserite qua e là: fra di esse, va citata almeno la parodica riproposizione della seduta spiritica che porterà alle inutili ricerche al Lago della Duchessa, con lo spirito Bernardo (come Bertolucci, Bellocchio dixit) impegnato a farsi beffe dei presenti.
A rafforzare un certo qual senso di claustrofobia contribuisce la ricostruzione dei difficili anni Settanta, fotografati di preferenza in maniera fredda da Pasquale Mari, in cui gli attori offrono una prova collettiva davvero convincente, dal già citato Herlitzka al bel viso di Maya Sansa su cui transitano le emozioni di chi sta vivendo – sempre meno volenteroso – un momento cruciale nella storia propria e nazionale.
Regia: Marco Bellocchio
Con: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Briguglia

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