Julia Holter: “Have you in my wilderness”

(Domino 2015)

Al primo passaggio, magari distratto, ci si chiede se si tratti davvero un disco di Julia Holter: le note accattivanti del pop che sprigiona dall’iniziale Feel You sembrano diffondersi su tutto l’album, regalando un sorriso e una leggerezza inattesi.
Il passare degli ascolti si incarica di mettere in risalto la presenza di non isolati angoli bui già dalla terza traccia, una How Long? spettrale che sarebbe piaciuta a Nico anche per il gusto mitteleuropeo dato dal patetismo degli archi, e qua e là i suoni si prendono le conosciute libertà, come nella lunga e tormentata Vasquez che precede il folk orrorifico di una title track non distante da certe sonorità delle Unthanks e posta proprio in coda, ma nel complesso l’impressione è che Holter abbia voluto questa volta affrontare le comunque infide acque della forma canzone.
Il bello è che la sfida viene vinta senza distaccarsi dal modo di procedere presente nei dischi precedenti, così che, se di ‘Ektasis’ vengono recuperate l’asciuttezza e, in un certo senso, la rigorosità, da ‘Loud city song’ arrivano l’atmosfera più concreta, e all’occorrenza oscura, nonché il brano al quale in retrospettiva si può assegnare il ruolo di ponte: la lunga cover di Hello Stranger indica difatti una direzione, fatta di immediatezza avvolta in una nebbiolina psichedelica, che in questo album tende ad avere il sopravvento.
Se ne avverte già la presenza negli echi quasi beatlesiani di Silhoutte, ma da Lucette Stranded on the Island non ci sono più dubbi: quasi sette minuti di espansione comtinua che pare venire dalle parti di Laurel Canyon facendo la felicità di un Jonathan Wilson più delicato. La sensazione di essere un po’ sollevati da terra si mantiene anche nei pezzi successivi, dall’incedere di Sea Calls Me Home, accompagnata dal piano e segnata da un bell’assolo di sassofono, agli archi che ammorbidiscono la ballata notturna (come da titolo) Night Song.
Prima del finale più di traverso descritto sopra, c’è tempo ancora per un’altra gradevole accoppiata, ma a seguire la saltellante Everytime Boots, Betsy on the Roof inizia a spargere una certa qual atmosfera disturbante.
Il risultato è comunque il lavoro più potabile dell’artista californiana, pur essendo il più intricato dal punto di vista musicale, visto che riesce a mischiare la complessità di soluzioni che si avvicinano al jazz o all’avanguardia alle linee semplici del folk e della musica ‘leggera’, il tutto cucito assieme grazie a una voce bella e matura che ci guadagna parecchio dall’essere stata liberata da qualsiasi filtro o suono che potesse nasconderla.

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