Il maledetto United

(The damned United, Gbr 2009)

Di norma, al cinema gli sport faticano a funzionare e, fra di essi, il calcio è uno di quelli più difficili da maneggiare. Aggiungendo che il bel libro di David Peace da cui è tratto, con i suoi salti temporali e le variazioni del punto di vista narrativo, non è certo immediato da trasporre sullo schermo, il rischio che questo film fosse un glorioso fallimento non era da sottovalutare: l’abile penna di Peter Morgan è però riuscita a evitare tutti i trabocchetti, raccontando in maniera viva ed emozionante una storia del calcio che fu.
Come nel romanzo, il fulcro è nel passaggio dell’emergente allenatore Brian Clough (Michael Sheen) dal Derby County – portato dai bassifondi della Seconda Divisione al titolo di campione d’Inghilterra in una lunga serie di flashback – all’odiatissimo Leeds United appena lasciato dall’arcirivale Don Revie (Colm Meaney) per la panchina dei Tre Leoni: il suo sogno è portare la sua idea di calcio pulito in un ambiente abituato a qualsiasi bassezza pur di ottenere il risultato, ma l’unico frutto di una tal semina è venire inesorabilmente respinto.
Perché Brian è uno che non è capace di stare zitto ed è allergico ai compromessi così tanto da inimicarsi la squadra – che, a partire dal capitano Bremner (Stephen Graham), già non lo vede di buon occhio – sin dal primo incontro: una testardaggine seconda solo all’autostima che si trasforma in vera e propria spocchia quando lo trascina allo scontro con il collaboratore di sempre Peter Taylor (Timothy Spall). Il ritorno a Canossa è il primo passo di una nuovo miracolo che si chiamerà Nottingham Forest, ma è anche uno dei momenti in cui il film sa come far vibrare le corde dell’emozione mettendo in scena lo scontro duro eppure non del tutto serio tra due uomini che si conoscono e si stimano da una vita.
La famiglia di Clough ha respinto il lavoro come non veritiero, ma già nel volume ispiratore lo scrittore sottolinea come il suo sia un prodotto di finzione ispirato a fatti avvenuti: la descrizione delle psicologie è ammirevole, con Peter che fa da frenatore a un Brian peraltro abbastanza ‘ripulito’ rispetto a quello su carta, e con entrambi che puntano a dare una scossa a un mondo un po’ imbalsamato, riassunti nel presidente del Derby Longson (Jim Broadbent), e che si prende troppo sul serio.
Il calcio giocato rimane solo sullo sfondo – poche sequenze ricostruite e numerosi spezzoni d’archivio – ma è rappresentativo di un modo di intendere questo sport che si è oramai perduto per sempre a favore di una commercializzazione imperante: la visione è tutto meno che edulcorata – scarpate a tradimento, campacci inguardabili, fango, lanci lunghi – eppure una punta di nostalgia si fa sentire. Non poco contribuisce la bella ricostruzione ambientale attraverso i colori smorzati della fotografia di Ben Smithard che ben illustrano un ambiente fatto di case popolari e campetti di periferia sui quali incombe il cielo sovente plumbeo del nord dell’Inghilterra, tanto che il protagonista riesce a sentirsi fuori posto semplicemente andando a Brighton.
Su di questa base, Tom Hooper utilizza al meglio la brillante sceneggiatura per una narrazione che non ha momenti di stanca e guidando con sicurezza un cast di notevole spessore in cui spiccano il mai troppo lodato Spall – non per nulla l’unico lontano fisicamente dalla figura reale di Taylor – e Sheen, impegnato a dar vita ad un altro personaggio contemporaneo dopo David Frost e Tony Blair, che impersonano una coppia di malati di calcio – memorabile la scena della telefonata con le mogli (Gillian Waugh e Elizabeth Carling) che li richiamano alle rispettive cene – capaci di vincere anche remando contro corrente.
Regia: Tom Hooper
Con: Michael Sheen, Timothy Spall, Colm Meaney, Jim Braodbent, Stephen Graham

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