Thomas Mann: “La montagna incantata”

La montagna incantata Doveva essere un romanzo breve che raccontasse in chiave sottilmente umoristica la vita nei sanatori montani contro la tubercolosi, di cui l’autore aveva fatto esperienza accompagnandovi la moglie. Ben presto, però, il libro ha forzato la mano, come ricordato dallo stesso Mann, diventando opera richiedente lunghi anni di lavoro sino a trasformarsi nel poderoso (e ponderoso) ritratto di un mondo al tramonto, ovvero la società borghese che uscirà modificata nel profondo dal primo conflitto mondiale.
I tratti originari si notano ancora soprattutto nei primi capitoli, con l’arrivo del giovane ingegnere amburghese Hans Castorp per una visita di tre settimane al cugino Joachim e la sua introduzione ai riti quotidiani e alla varia umanità del lussuoso luogo di cura. Come quella che doveva essere una veloce parentesi nell’esistenza del protagonista muta in un lunghissimo soggiorno di sette anni, la natura del libro cambia: il sorriso dello scrittore è riservato quasi in esclusiva agli inciampi del suo personaggio mentre ne viene descritta la vicenda in un romanzo di formazione spirituale – quanto di tedesco c’è in questo… – staccato in buona parte dalla comune quotidianità.
L’anima di Hans è contesa tra il positivista Settembrini e il nichilista Nafta: il primo è a tratti utopico fino alla parodia (l’enciclopedia delle sofferenze) anche se con il passare delle pagine Mann lo guarda con crescente simpatia, il secondo si distingue per le continue provocazioni che inserisce nelle sue sottigliezze gesuitiche. Durante le lunghe passeggiate montane, le schermaglie dialettiche tra i due analizzano ogni aspetto dell’uomo visto come animale sociale, ma risultano a volte talmente estenuanti che non stupisce come Castorp subisca il fascino di quel Peeperkorn che entra in scena nell’ultimo terzo con vitalità dionisiaca al limite del grottesco e forte personalità.
L’imponente figura è il nuovo amante di Claudia Chauchat, la giovane russa dai tratti quasi felini di cui il protagonista si invaghisce in maniera cerebrale – in molti aspetti morbosa – e che è uno dei motivi che spingono Hans a rimanere al Berghof. Tra gli altri si possono individuare almeno una fascinazione per la morte o, per meglio dire, per il rapporto della stessa con la vita (va ricordato che di tisi si moriva spesso giovani) e il distacco dalla realtà quotidiana, là nel ‘piano’, i cui riflessi giungono sempre più ovattati mentre Castorp elimina un legame dopo l’altro sino a rinunciare all’amata marca di sigari: al contrario di Joachim, che si ribella fino a mettere a repentaglio la propria salute, Hans si chiude in un bozzolo protettivo nel quale ignorare i clangori della storia.
Non si può però fuggire in eterno e l’ultimo, meraviglioso capitolo catapulta il protagonista in qualche mattatoio sul fronte occidentale descritto con paragrafi dominati dal fango e dal sangue per una concretezza degli elementi che si pone al polo opposto dell’esitenza ‘astratta’ del Berghof, alla quale la lega solo la tragedia, qui però insensata, delle morti prima del tempo.
Come si vede, ne ‘La montagna incantata’ succedono molte cose, ma, al contempo, dal punto di vista concreto accade ben poco: qualcuno muore, qualcuno arriva mentre Castorp medita oppure dialoga oppure viene preso da piccole manie a cui si volge con dedizione assoluta (le visite ai moribondi e, antitetico, il grammofono), circondato da un’umanità benestante, ma, con l’eccezione dei succitati ‘maestri’, vanesia e fondamentlmente vuota, come riassunto con arguzia nel capitolo dedicato alle sedute spiritiche. Un simile complesso di situazioni – alle quali va aggiunta un’idea irrazionalmente relativa del tempo – fa sì che navigare fra queste pagine non sia semplice: Mann si sforza di mantenere il tono lieve, ma, d’altra parte, è evidente come tenga ai trattare qualsiasi dei millanta argomenti affrontati con la maggiore precisione possibile, sia in ambito umanistico, sia in quello scientifico (e pazienza se alcune convinzioni, specie in medicina, risultano oggi sorpassate).
La conseguenza è che, per apprezzare al meglio (e in attesa di una rilettura, come consigliato dall’autore) è necessario lasciarsi avvolgere dall’atmosfera del romanzo, resistendo alla tentazione di vedere simboli ovunque e abbandonandosi ai momenti di grande letteratura presenti con generosità e per i quali basti citare i capitoli che narrano la (folle) giornata sugli sci in solitaria di Hans e la scena del duello.

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