John Doe: “The westerner”

(Pledge Music 2016)

Magari è solo l’ennesima declinazione dell’adagio che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma è innegabile che ci sia una nutrita pattuglia di musicisti che hanno brillato sotto le bandiere del punk che si sono avvicinati a una musica più tradizionale o, comunque delle radici. Il fenomeno è a dire il vero soprattutto statunitense e può avvenire con gradi diversi di intensità: nel caso di John Doe la traccia è segnata fin dal titolo e, soprattutto, dallo scoprire che il disco è stato coprodotto da Howe Gelb.
Ne esce un album che è contrassegnato da una fusione di country, rock e blues che pare ispirata da questo e quel luogo sui bordi di una zona desertica del Sud-Ovest, magari in quell’Arizona cantata in una delle tante ballate che caratterizzano il lavoro e intitolata per l’appunto Alone In Arizona. I momenti più rallentati lasciano immaginare un viaggio verso il tramonto o un falò sotto le stelle e si possono ascrivere fra i passaggi più affascinanti: si ascrivono alla categoria sia le più corpose Sunlight e a A Little Help, dove gli strumenti sono elettrici e le tastiere si combinano alla slide, sia due brani come Sweet Reward (dove brilla un alieve luce di speranza fra tematiche prevedibilmente poco allegre) e The Other Shoe, entrambi costruiti solo su acustica e voce con la seconda ad introdurre solo nel finale qualche sfumatura in più.
In A Little Help è presente Chan Marshall, a confermare che l’utilizzo della voce femminile rimane fondamentale per John sin dai tempi dei duetti con Exene Cervenka che qui non c’è, ma che viene spesso evocata: di suo c’è la firma sotto a Go Baby Go, nella quale a far le sue veci c’è Debbie Harry in un rock da bar che si incarica di alzare la temperatura pur regalando un piacere solo epidermico. Il riferimento alla storica compagna degli X non è il solo legame con il passato: non bastasse la struttura dei brani, si possono citare quell’organo che fa tanto Manzarek imbarcato sul treno dell’iniziale Get On Board oppure il campanaccio che apre Drink On Water, l’altro episodio più tirato.
Vista l’atmosfera complessiva, un po’ sorprendere che la conclusiva Rising Sun si inoltri in territori leggermenti diversi, con il suo incedere poco rassicurante sullo sfondo di un blues polveroso, ma è solo un’altra sfaccettatura di un’attenzione a un passato che viene riproposto magari senza particolari spunti originali, ma comunque con classe e gusto. Tra vecchie storie, stacchi di chitarra al punto giusto e un timbro vocale subito riconoscibile, questo non può essere altro che un disco di John Doe: un limite, forse, ma pure una sicurezza perché i suoi trentacinque minuti scorrono senza cadute di tono e, specie se si è sensibili all’argomento, si fanno riascoltare spesso e con piacere crescente.

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