Torneranno i prati

(Ita 2014)

A un certo punto, si ha l’impressione che manchi solo Marlon Brando intento ad accarezzarsi la pelata mentre mormora: “L’orrore”. Siamo lontanissimi – per ambientazione, impostazione e sensibilità – da ‘Apocalypse now’, eppure Olmi riesce a esprimere con altrettanta efficacia di Coppola la brutalità e l’insensatezza che caratterizzano ogni guerra distillando il proprio sguardo in ottanta minuti di tensione a volte insopportabile fino allo straniamento finale delle ‘confessioni’ dei soldati direttamente alla macchina da presa. Più che una storia, il regista bergamasco è interessato alla ricostruzione di un momento storico: quasi senza progressione narrativa, il suo lavoro è una sorta di fotografia della vita grama e della morte miseranda che i soldati dovettero affrontare al fronte nella prima guerra mondiale.
Dedicato al padre del regista che vi combattè, il film mostra un avamposto sull’Altopiano di Asiago in cui i fanti italiani sono obbligati a tenere la posizione a un passo dal nemico: letteralmente seppellito dalla neve (attesa con pazienza da Olmi prima di girare), il piccolo gruppo deve sopravvivere, oltre che al freddo e alla fame, agli ordini insensati che giungono da chissà dove mentre gli ufficiali intermedi sono ben contenti di mollare la patata bollente al tenentino di prima nomina (Alessandro Sperduti). Gli austriaci paiono avanzare a colpi di mina, per i soldati ci sono la stanchezza e la paura dentro trincee e alloggiamenti ricostruiti analoghi agli originali (la scenografia è di Giuseppe Pirrotta): l’umanità si esprime quasi di più nei rapporti con gli animali che sono casuali compagni di avventura (l’episodio del topolino) anziché in quelli interpersonali, tanto che anche i discorsi risultano smozzicati con le frasi spesso lasciate in sospeso.
Questi soldati sono consci di essere solo dei numeri da mandare al macello e a volte finiscono per anticipare il momento: Olmi riesce a narrare la tragedia di una generazione troppo spesso dimenticata (o quantomeno sottovalutata) attraverso i volti senza speranza di questi uomini, che, immersi in una ntura ostile, sanno che il vero pericolo viene dai propri simili (specie se indossano la stessa divisa, come ben sapeva il tenente Ottolenghi de ‘Un anno sull’Altipiano’ di Lussu).
Coerente con una simile impostazione – i militari ritrovano un nome, ovvero un’individualità, solo nel momento della distribuzione della posta che il regista racconta con partecipata commozione – è la scelta di utilizzare volti sconosciuti con l’eccezione di Claudio Santamaria nel ruolo del capitano, in modo che il piccolo gruppo possa rappresentare tutti coloro che vissero quell’esperienza, non riuscendo a sopravvivervi o rimanendone segnati in modo indelebile.
Ad acuire il senso di abbandono che scaturisce dalla messa in scena contribuisce la fotografia del figlio del regista Fabio che utilizza il netto contrasto tra il buio della trincea, in cui le figure si staccano dall’ombra solo grazie alla debole luce delle lampade a olio, e il biancore dell’esterno sovente immerso nelle nubi o spazzato da bufere di neve. Le tinte sono per forza di cose tenui, slavate e l’unico colore utilizzato per contrasto è il rosso vivo del sangue: per gli altri sarà necessario attendere il sole che farà brillare il verde dei prati. Una sorta di liberazione destinata però a concretizzarsi quando la memoria della tragedia si sarà ormai andata dissolvendo, come rumina fra sé l’attendente (Camillo Grassi) nel breve monologo finale prima che i soldati riprendano a marciare nella neve fino al ginocchio sui titoli di coda accompagnati dalla tromba di Paolo Fresu, autore di una sommessa e dolente colonna sonora.
Regia: Ermanno Olmi
Con: Claudio Santamaria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Alessandro Sperduti, Stefano Rossi

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