War machine

(War machine, USA 2017)

In casi come questo è assolutamente necessario separare la sostanza del film in quanto tale dalla sovrastruttura creata dalle polemiche: ‘War machine’ è stato prodotto da Netflix e non è mai andato in sala, ma ha una sua dignità cinematografica a prescindere dal sistema di distribuzione. Poi può piacere o non piacere, ma questo è un altro discorso: lo apprezzerà chi si è divertito con la satira cerebrale di ‘Burn after reading’, mentre resteranno delusi coloro che – magari ingannati dai trailer – si aspettano chissà quali matte risate.
Va infatti detto subito che non si ride quasi mai e, quando lo si fa, si rimane comunque a denti stretti: la presa per i fondelli dell’intervento (e dell’atteggiamento) militare sttunitense in giro per il mondo è tanto netta quanto sconsolata. La sceneggiatura è tratta dal reportage pubblicato su Rolling Stones (e dal libro che ne è scaturito) che, a firma di Michael Hastings, costò al generale McCrystal il posto di comandante in capo in Afghanistan: è proprio la voce di un giornalista che accompagna l’intera vicenda, riuscendo a combinare la simpatia di fondo per l’uomo con gli errori (di tutti quanti) in campo militare.
Perché il protagonista Glen McMahon, brillante e famoso generale catapultato a Kabul e dintorni, è una brava persona e crede in quello che fa, circondato da un gruppo di uomini (fra i quali spicca il Greg Pulver di Anthonu Michael Hall) che lo seguirebbero ovunque a prescindere: peccato che sia anche del tutto astratto dalla realtà di un mondo che non conosce e non gli interessa conocere, perché tanto è convinto che la superiorità a stelle e strisce consentirà di vincere una guerra invece invincibile. Circostanza ben noto ai politici che l’hanno incaricato o lo seguono, fra i quali spicca il McKinnon di un incisivo Alan Ruck: il suo cinismo è l’altra faccia della stolidità di McMahon nel raccontare l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dl resto del pianeta.
Pitt interpreta il generale in modo caricaturale con una rigidezza di movimenti e di postura che ne riflette quella mentale, facendone una sorta di burattino che sa fare bene una cosa sola, ovvero il soldato: in fondo la sa bene la moglie Jeannie (Meg Tilly), costretta a condividere con lui pochi momenti goffi e teneri insieme. Sono però altre le situazioni che dovrebbero risvegliare in McMahon qualche dubbio che invece non sorge mai: Michôd, che è anche autore dello script, affida alle domande di una giornalista tedesca (Tilda Swinton) la più lucida analisi degli errori statunitensi e alle parole desolate di un afgano abitante di un villaggio liberato dagli uomini di McMahon la descrizione delle conseguenze (riassumendo: prima ve ne andate, meglio è, visto che a noi tocca restare qui).
A parte qualche passaggio della trasferta europea, i passaggi più divertiti sono così quelli in cui compare Ben Kingsley che veste i panni di un presidente Karzai che dà l’impressione di capire bene la situazione malgrado l’aspetto quasi macchiettistico: l’attore inglese gigioneggia un po’, ma rimane comunqe uno dei più validi in un cast di tutto rispetto che risulta oltretutto ben amalgamato. Le buone interpretazioni aiutano a superare le fasi di stanca in cui la scrittura rallenta e quasi si perde nel tentativo di raccontare troppo nel dettaglio: fasi peraltro riequilibrate da altre che mostrano ben diverso vigore, come gli scontri con i politici o l’azione che vede coinvolto il plotone comandato da Ricky Ortega (Will Poulter).
Non meno importanti sono le collaborazioni eccellenti che vanno dalle musiche firmate da Nick Cave e Robert Ellis alla fotografia di Dariusz Wolski per un film di certo perfettibile, ma che merita senza dubbio un’occhiata possibilmente non distratta.
Regia: David Michôd
Con: Brad Pitt, Anthony Hayes, John Magaro, Ben Kingsley, Meg Tilly, Topher Grace

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