Saxon: “Strong arm of the law”

(Carrère 1980)

Inseriti nella New Wave of British Heavy Metal che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, i Saxon suonano in qualche modo più eterogenei della media della categoria, almeno alle orecchie di un non adepto come il sottoscritto. Ho frequentato parecchio simili sonorità nella prima adolescenza per poi abbandonarle in blocco: il nuovo incontro, casuale e un po’ nostalgico, mi dà la sensazione che il gruppo fosse meno allineato e coperto di molti suoi pari (Iron Maiden in primis) e perciò più disponibile a contaminarsi con influenze esterne, seppur confinanti.
Insomma, l’impressione è che i cinque non si prendessero troppo sul serio (a partire dal candido cappellino che copriva la pelata del chitarrista Paul Quinn) facendo propria una certa attitudine da pub-rock (Sixth Form Girls lo è fin dal titolo) mischiata con feroci eccessi di velocità che fanno pensare subito ai Mötoröhead (To Hell and Back Again oppure la frenetica 20.000 Ft). Se si tiene conto poi che i virtuosismi sono abbastanza limitati e che l’assolo che contrassegna l’insolitamente politica Dallas 1 PM – dedicata. ovviamente, all’assasinio di Kennedy – è di una pulizia esemplare, più che al marchio metallico viene da associarli a un più generico hard-rock che in Hungry Years giunge a sfoggiare più espliciti accenti blues.
Detto questo, l’etichetta di cui all’inizio non è certo campata in aria, visto che gli elementi costitutivi del genere ci sono tutti, inclusa la brutta copertina con quella sorta di medaglia al valore coronata: l’impatto frontale, il massimo volume, gli stacchi cronometrici (Pete Gill alla batteria, Steve Dawson al basso, Graham Olivier l’altra chitarra), le corde vocali di Biff Byford quasi sempre al limite e un po’ tutto l’immaginario maschile, bianco e dopato di testosterone. Non mancano gli inni da cantare a squarciagola sotto al palco, ovvero l’apertura Heavy Metal Thunder, che prende il via con un temporale pallida rimembranza di quello di Black Sabbath, e, soprattutto, il brano eponimo che rievoca una scomoda avventura con un poliziotto statunitense fino a un ritornello di facile memorizzazione.
Il risultato complessivo non è trascendentale, né fondamentale, ma è difficile negare che questi quaranta minuti scarsi senza togliere il piede dall’acceleratore – la mancanza della consueta ballatona è un ulteriore aspetto positivo – non annoino riuscendo sovente a risultare divertenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *