Jake Bugg: “On my one”

(Virgin 2016)

Il terzo disco è difficile per definizione, ma la faccenda si complica ancor di più quando si torna con i piedi sulla terra dopo un consistente assaggio di cosa significhi la fama. Le meravigliose canzoncine uniti a momenti di ennesimo nuovo Dylan dell’omonimo esordio avevano convinto molti, fra i quali Rick Rubin, ma la forse frettolosa combinazione dei due non aveva prodotto i risultati sperati in un lavoro piacevole ma con poca personalità.
Così il buon Jake ha fatto passare tre anni e riportato tutto a casa lavorando su e con se stesso come musicista, tanto che per la prima volta il faccino imbronciato non appare in copertina: il titolo è la storpiatura di ‘on my own’ in vigore nella natia Nottingham e difatti il giovanotto scrive tutto da solo oltre che suonare la maggior parte degli strumenti ritornando alle proprie radici musicali come indicato sin dalla ballata omonima che in acustico apre il disco. Il risultato lascia parecchio disorientati, perché, nel tentativo di farci stare ogni fonte di ispirazione, Bugg mette in fila una serie di brani in cui si salta di palo in frasca e non sempre gli esiti risultano a fuoco.
Dopo il recupero delle atmosfere debitrici dello Zimmerman dell’incipit – poi replicate nell’altrettanto valida Put Out The Fire e nella conclusiva Hold On You – arriva Gimme The Love che unisce rock e funk in un modo che fa venire in mente i Primal Scream: pare poco probabile, eppure funziona, unendo un buon tiro a una notevole orecchiabilità. Altrettanto non si può dire di altre repentine deviazioni, come l’esperimento rap di Ain’t No Rhyme (una specie di Beck di seconda mano) e le sonorità glam che contrassegnano Bitter Salt senza uscire dalla banalità: curioso che la stessa sorte capiti a The Love We’re Hoping For, in cui gli accenti pop-soul non riescono a compensare la debolezza complessiva, tanto è vero che le si preferiscono le sonorità anni Ottanta (dalle parti dei Simply Red) di Never Wanna Dance.
Ben diverso l’esito del rock più classico che brilla in Livin’ Up Country nonché la ballatona All That che si aggiunge alla ruffiana, ma assai efficace Love, Hope and Misery: un tris di canzoni che dimostra che, malgrado le sperimentazioni, Bugg funziona davvero nei territori da lui meglio conosciuti.
Il che porta però alla considerazione di quanto, in tanto desiderio di cambiare, manchi forse ciò che più era piaciuto del disco d’esordio, ovvero le melodie semplici, ma che non si scollano dall’orecchio trascinate da arrangiamenti diretti che paiono rifarsi al rock ‘n’ roll degli esordi: così ‘On my one’ resta un lavoro interlocutorio che si fa ascoltare con diletto malgrado gli evidenti difetti nell’attesa (o, quantomeno, nella speranza) che il suo autore ritrovi quello smalto che l’aveva fatto annoverare fra le nuove promesse più sicure.

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