Shutter Island

(Shutter Island, USA 2010)

Visto dal di fuori, parrebbe un film di genere: un noir anni Cinquanta in cui due agenti con cappelli dalle larghe tese indagano su di una torbida storia dai risvolti oscuri. Ben presto, l’impressione si rivela non inesatta, ma parziale: è più corretto parlare infatti di “generi” al plurale, visto che vi si possono sommare almeno il thriller psicologico e un seppur ingannevole tocco di soprannaturale.
Scorsese mischia con abilità le carte e nobilita da par suo la narrazione riutilizzando gli elementi canonici in modo da restituire una sua visione che non sia banale: la tensione è sempre presente sottotraccia, ma l’attenzione è concentrata sul personaggio principale accrescendone via via il ruolo fino a fargli assumere la potenza di una maschera tragica difficilmente dimenticabile. Il risultato è un lavoro che può essere per molti versi considerato minore rispetto ad altri (è stato realizzato in attesa di ottenere i finanziamenti per ‘The wolf of Wall Street’), ma comunque con una propria precisa fisionomia oltre che un’indiscutibile capacità di trascinare lo spettatore malgrado il vago malessere che pervade ogni cosa.
Seguendo la sceneggiatura che Laeta Kalogridis ha tratto da un romanzo di Dennis Lehane, la macchina da presa accompagna l’arrivo dell’agente federale Teddy Daniels (DiCaprio) assieme al collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) sull’isola del titolo, dove è sito il manicomio criminale Ashecliff Hospital: sono alla ricerca di una detenuta, colpevole di aver annegato i suoi tre figli e misteriosamente scomparsa. L’atmosfera si fa subito pesante e non contribuiscono a rasserenarla i colloqui con il direttore (Ben Kingsley) e con l’inquietante dottor Naehring (Max von Sydow): Daniels si sente al centro di un complotto, visto che non può accedere alla documentazione dei pazienti, e certo non l’aiutano i tremendi mal di testa che che si mischiano ai tormentosi flashback della ex-moglie Dolores (Michelle Williams) e di quanto visto durante la liberazione di un campo di concentramento in Europa.
Mentre una violenta tempesta si abbatte sull’isola, egli pare trovare il bandolo della matassa dopo l’incontro con la seconda Rachel (Patricia Clarkson) incentrando i suoi sospetti su ciò che accade al faro: arrivandoci scopre sì la verità, ma ben diversa da quella attesa, visto che è costituita dai suoi strazianti ricordi ambientati per contrasto in un dolce tramonto.
In questa accurata ricostruzione psicologica, il regista non lesina indizi e accenni che, visti col senno di poi, fanno intuire come stanno le cose, ma l’attenzione di chi guarda è talmente assorbita dal ritmo impresso alla vicenda che risulta davvero difficile sbrogliare sul momento l’accurato intreccio di realtà e immaginazione che sarebbe tanto piaciuto a Hitchcock.
Come tutte le narrazioni ambientate in uno spazio ristretto, l’accento sulla dimensione claustrofobica non può mancare, con la fotografia di Robert Richardson che non solo schiaccia attorno ai personaggi gli spazi chiusi, ma li opprime con il clima quando sono all’aperto sin dalla nebbiosa navigazione da Boston dell’incipit.
Se le doti scorsesiane vengono senza dubbio confermate, notevole è anche il contributo di un cast di primo piano che dà sostanza a ruoli tipici del genre (dei generi), con il solo Ruffalo tenuto un po’ in ombra dalla parte: discorso ben diverso per DiCaprio che si erge dalla cintola in su regalando a Teddy un’interpretazione stratificata e sensibile che ne conferma una volta in più la completa maturazione attoriale.
Regia: Martin Scorsese
Con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Michelle Williams

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